[Leggi tutti i miei commenti ai film di “Luoghi, Ritorni, Appartenenze”]

Nel 2012 con Animammersa feci un’esperienza a cui avevamo dato il nome di “Officina futuro”. Avevamo pensato che nelle storie dell’Aquila e sull’Aquila ci fosse tanto passato e tanto presente, e che quello che mancava fosse la dimensione del futuro. L’idea che il futuro si costruisce raccontandolo la rendemmo proprio nell’immagine dell'”officina”. Il gruppo di donne che partecipò inventò delle storie che dovevano ambientarsi nel futuro. Scegliemmo di proiettarle cinque anni più avanti: nel 2017.
E guardacaso nel 2017 ci siamo ritrovati a parlare di storie. Allora intorno a una panchina virtuale, oggi nel conteiner che ospita la nuova sede di Animammersa.
Come quella distanza temporale ci permetteva di parlare di noi, così oggi la distanza che abbiamo cercato è quella fra noi e lo schermo: abbiamo scelto tre storie che parlano di luoghi – o almeno di quello che c’è fra i luoghi, cioè le strade che li uniscono. E parlano di luoghi perché parlano di persone e legami. O parlano di persone e legami perché parlano di luoghi.
Al termine di ciascun film, per innescare la discussione, ho fatto un mio breve commento. Il testo che segue viene dai miei appunti sul primo dei tre film (“Una storia vera”, cioè “The Straight Story”, di David Lynch).

Per una combinazione che non avevamo considerato, i tre film hanno al centro, direi, tre differenti dimensioni del rapporto coi luoghi. In quello di stasera c’è l’urgenza di “partire”. Quello di domani racconta la necessità di “stare”. L’ultimo, a modo suo, racconterà l’attesa dell’”arrivare”.
Dunque il film è la storia del vecchio Alvin che parte dall’Iowa per andare dal fratello che vive a 317 miglia di distanza. 500 chilometri, più o meno.
Lyle ha avuto un infarto, i due fratelli non si parlano da dieci anni ed ora è il momento di fare pace. Ma Alvin non è in grado di guidare un’auto: decide così di partire a bordo del suo tagliaerba, attraversando alcuni Stati a cinque miglia all’ora, contro il parere della figlia e di tutti gli amici.

È quanto mai difficile aggiungere parole a questo film. Rischia di distrarre dalle cose vere, cioè la storia e i suoi personaggi. Nel film c’è già tutto quello che ci serve, anche per capire perché siamo qui la sera del 6 aprile.
Quello che ci serve lo dice Alvin a un certo punto, quando accanto al fuoco parla con la ragazza incinta e racconta: “Quando i miei figli erano molto piccoli, facevo un gioco con loro. Gli davo un bastoncino, uno ciascuno, e gli chiedevo di spezzarlo. Non era certo un’impresa difficile. Poi gli dicevo di legarli in un mazzetto e di cercare di romperlo, ma non ci riuscivano. Allora io gli dicevo: vedete quel mazzetto? Quella è la famiglia.”
E allora, sebbene il vecchio Alvin sia solo per gran parte del tempo, questo film è una dichiarazione di fiducia nella relazione. Anzi, tutt’e tre i nostri film raccontano di persone che lasciano luoghi, cercano luoghi, difendono luoghi: partono, stanno, arrivano perché da soli si riconoscono incompleti.
Alvin parte perché deve riconnettersi col fratello. Deve riallacciare i fili di quello che si è interrotto.
Ma non è il solo: ciascuna delle persone che incontra cerca di riconnettersi a qualcosa o deve riconciliarsi con qualcuno. La ragazza incinta con la propria famiglia, il vecchio che gli offre da bere con la propria storia di soldato. La donna col cofano sfondato coi cervi, di cui la sfortuna l’ha resa una sterminatrice involontaria (eppure lei ama i cervi!).
Per non parlare di Rose, la figlia fragile di Alvin, che ha un passato doloroso col quale fare pace e del quale provare a perdonarsi.
Tutti cercano qualcosa perché non si può essere interi senza connettersi con gli altri.
C’è una psicologia popolare che sostiene che possiamo stare bene con gli altri solo se prima reggiamo sulle nostre gambe. Che veniamo prima noi e poi la relazione. Io ho il sospetto che sia il contrario: che la relazione venga prima. Che noi siamo definiti dalle relazioni, e che reggiamo sulle nostre gambe perché non abbiamo solo le nostre gambe.

Perché ci commuove tanto la faccia di Alvin, con le sue rughe e i suoi occhi chiari? Alvin è uno che ci tiene. Parte, fallisce. Riparte, si ferma, riprova.
Quando gli offrono di accompagnarlo, lui risponde “Voglio finire il viaggio come l’ho iniziato”. Certo, quelli che vogliono aiutarlo sono in buona fede e sono brave persone, ma non hanno capito una cosa che per Alvin è ovvia. Per loro il viaggio è un modo per arrivare a destinazione: per Alvin è il senso della questione.
Alvin è apparentemente un individualista. Non accetta aiuti, fa da sé. Ma non è un misantropo, è uno che ha capito una cosa. Che la relazione con sé e col prossimo ha bisogno di tempo e di attesa. Non sta solo andando a trovare il fratello, sta offrendo al fratello quel viaggio. Quel viaggio è la misura di quanto ci tiene.
Nella commossa frase finale di Lyle (“Hai fatto tutta questa strada su quel coso per vedermi?”) c’è tutto il film. La storia è tutta lì. Una “straight story”, una storia semplice, diremmo. Ma anche “dritta”, “lineare”, come la traiettoria di Alvin da Laurens a Mount Zion. E ancora, una storia “giusta”, nel senso di come dovrebbero andare davvero le cose. È una storia di persone che si incontrano e si avvicinano. Fa solo buoni incontri, Alvin. Un vecchio da solo su un buffo trabiccolo lungo gli Stati Uniti si espone ai peggiori incontri. Eppure trova sulla sua strada persone che gli lasceranno qualcosa di buono e per le quali lui farà altrettanto. È fortunato? Beh, forse un po’ sì. Ma è anche vero che c’è qualcosa che in ognuno accende una identificazione, una percezione che quel vecchio, lì davanti, ha qualcosa che appartiene anche a loro. La sua storia lo renderà profondamente simile, fratello quasi, per l’uomo che ha perso la serenità dopo la guerra. La partecipazione al dramma della povera Rose, la figlia alla quale le autorità hanno sottratto quattro bambini, gli permetterà di parlare da padre, e senza moralismi, alla ragazza che attende di essere ripudiata per una gravidanza di cui non è riuscita ancora a dare notizia ai genitori. Se le persone si guardano in faccia e si riconoscono, è perché ciascuna di loro porta un dolore.

Alla fine i due fratelli si riconosceranno. Non avranno bisogno di dirsi grandi cose ma si rispecchieranno, entrambi nella stessa fragilità del corpo.
In qualche modo tutt’e tre questi film parlano di rispecchiamento. In ognuno ci sono personaggi allo specchio, connessi da qualcosa che li accomuna. In ciascuno di questi film l’autore si prende la briga di raccontarci i modi in cui i personaggi si riconoscono gli uni negli altri, anche senza parlarsi. E quello che li accomuna non è sempre leggero da portare. A volte è un destino, a volte è una tragedia.

Qualcuno mi ha spiegato che il tempo non corre sempre alla stessa velocità nel corso della vita. È una specie di fregatura. Quando hai un anno di età, quell’anno è un tempo lunghissimo: corrisponde a tutta la tua vita. Ma poi, già l’anno dopo, un anno è la metà del tempo che hai vissuto. E arriverà un momento in cui un anno corrisponderà a un decimo, e poi a un ventesimo e poi a un cinquantesimo e così via. A mano a mano che cresciamo, gli anni si fanno sempre più corti. Alvin probabilmente conosce quella teoria: ha settantatrè anni e la cosa di cui ha più bisogno è il tempo, ma lui ha una sua saggezza. Quando il tempo manca, quello che tendiamo a fare è accelerare: reagiamo con la fretta. Alvin invece ha capito che non devi accelerare: devi dilatare il tempo. Ed è così che fa. Non vuole un passaggio per fare prima, vuole far durare di più il tempo che lo separa dall’arrivo. Perché se acceleri arrivi prima: ma se dilati il tempo, vivi di più.

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