Un paio di fatti a cavallo dell’inizio del 2017 hanno rinvigorito il dibattito sulla pretesa che qualunque punto di vista inesperto e improvvisato possa irrompere nelle discussioni “esperte” con la stessa dignità di chi è competente e titolare di un sapere consolidato.
C’è qualcosa che mi riguarda in tutta la questione, e vorrei provare a dirla. Premettendo un’avvertenza: qui si parlerà (per forza di cose sommariamente, senza essere troppo pedanti) di teorie della conoscenza e di qualche autore in particolare (entrato, suo malgrado, nel dibattito). La premessa è che quel che dirò avrà un valore piuttosto personale, dal momento che ciò che posso dire parte dall’uso che io ho fatto di quelle idee e da quello che esse hanno, nell’arco di venti e passa anni, suggerito a me.
La questione è piuttosto complicata, ma confido che la scansione che ho dato a questo scritto aiuti a mettere le cose in ordine. Parto, dunque.

[L’articolo completo si può leggere qui]

8 risposte a "Che cos’è che sa chi sa e che cos’è che sa chi non sa (ma anche che cos’è che non sa chi sa e che non sa chi non sa)"

  1. Molto interessante, Max.
    Ho la sensazione che alla base di tutto ci sia un fraintendimento del cosiddetto relativismo. È vero che abbiamo perso fiducia nelle verità assolute, ma da questo non ne dovrebbe derivare inevitabilmente che tutto si equivalga.
    In campo scientifico questo è molto chiaro: non esiste verità assoluta, ogni teoria vale fino a prova contraria, cioè fino a quando un esperimento non ne dimostri la fallacia. E tuttavia ogni nuova teoria che pretenda di prendere il posto della vecchia deve dimostrare di sapere spiegare tutto ciò che spiegava la vecchia più quello che la vecchia non era in grado di spiegare. Può non essere vera in assoluto, ma è “più vera” della precedente. Ci vuole Einstein per spodestare Newton. Da qui l’ esasperazione di Burioni.
    Fuori dal campo scientifico il discorso si fa più sfumato, c’è più discrezionalità, è vero, ma vivaddio in ogni civiltà ed in ogni campo si sono comunque faticosamente affermati dei canoni condivisi, nessuno ragionevolmente contesta la grandezza di Shakespeare o di Michelangelo o Mozart o sostiene che le antologie scolastiche dovrebbero essere composte da brani estratti a sorte e scaricati dalla Rete.
    Il problema è: come abbiamo fatto a ridurci così ?
    È qui in effetti la risposta non è semplice, a mio avviso c’ entrano la diffidenza per intermediazioni e rappresentanze, ma anche il cattivo giornalismo e perdita di riferimenti culturali.
    È un po’ che mi ci arrovello.

    1. Ben ritrovato, grazie del commento.
      Penso sia come dici tu. Avere un punto di vista è una faccenda molto impegnativa. Non è che qualunque cosa si possa dire possa fregiarsi del titolo di “punto di vista”.
      Quando penso a un “punto di vista” penso alla posizione del mio corpo nello spazio. Penso che un punto di vista abbia a che fare con l’esperienza incarnata, con il poter parlare in prima persona. Su Facebook, a commento di questo post, ricevo testimonianze di persone che hanno fatto ragionevolmente delle scelte per la propria salute e possono raccontarle in prima persona assumendosene la responsabilità. Ecco, a me viene da prenderle molto sul serio.
      Domandi: come abbiamo fatto a ridurci così? Può darsi che ci stiano le spiegazioni che dai tu. Solo che penso i giorni scorsi alla metafora della liquidità che descrive i tempi che viviamo: a me pare che tutto, invece, sia di granito. Qualunque opinione o modo di vedere diventa una verità “dura” per il semplice fatto di poterla dire. Più stiamo nella complessità, più siamo esposti alle differenze, e più spingiamo sul pedale identitario di qualche “verità”.

  2. Grazie per l’articolo, concordo su tutto e sull’importanza di rifletterci e di spiegarlo così bene.
    Mi vengono in mente altre due cose.
    Una è che la scienza è “democratica” anche in un altro senso (nell’articolo se ne parla, ma non esplicitamente): quello per cui deve continuamente misurarsi con se stessa attraverso i numerosissimi contributi degli studiosi. E al suo interno il dibattito è acceso, i punti di vista molto variabili e i criteri di selezione dei contenuti che risultano poi validi e utili a venire applicati, complessi e rigorosi. Ma esiste uno scalino evidente fra l’insieme di quei punti di vista, e la platea dei “fruitori”. Il dialogo tra questi due mondi deve esistere, gli operatori dovrebbero anche saper usare una comunicazione specifica per condurlo così come i profani dovrebbero rispettare l’autorevolezza degli esperti, ma non può essere un dialogo alla pari. Questo scalino diventa invisibile nella comunicazione del Web e così anche l’autentica democraticità della scienza finisce per scomparire.
    La seconda cosa che mi viene in mente è che se consideriamo gli aspetti politico-economici, la questione diventa un po’ più complessa rispetto a come possa essere compresa se affrontata solo dal punto di vista filosofico ed epistemologico.
    Il dubbio e lo scetticismo del cittadino comune verso la scienza non riguarda solo e non tanto i suoi contenuti, ma le strutture, le persone, i ruoli, le istituzioni, insomma i poteri che nella società studiano e applicano quei saperi.
    Da questo punto di vista credo che il dialogo fra scienziati e cittadini sia ancora più importante, nel senso di cercare di rendere intellegibile, divulgare, comunicare il modo in cui la scienza va presa sul serio preservando la legittimità di una conflittualità politica che non può essere liquidata col mero compl0ttismo e che non deve nemmeno essere appiattita sulla follia di Grillo.
    Tullia Della Moglie

    1. Grazie Tullia, mi pare che quello che dici completi bene il senso del mio articolo: sono arrivato sfinito alle ultime righe e alcune questioni le ho lasciate giusto accennate. O magari meriterebbero un altro articolone.
      Penso che questa diffidenza non possa essere liquidata come una follia a cui voltare le spalle sdegnosamente.
      L’esperienza che ho raccontato ebbe l’effetto di costruire un clima di collaborazione in cui professionisti della cura e persone che della cura avevano usufruito collaborarono per un sapere condiviso e credo alimentarono la fiducia reciproca: da parte delle ragazze nei confronti dei terapeuti, ma se leggi in giro vedi cha le ragazze anoressiche non godono, per così dire, di buona stampa! Il rifiuto di mangiare si porta appresso il peso del giudizio morale assai più di qualunque altro problema “emotivo” (ne parlavo anche qua e qua).

  3. Che ne abbiano o meno una chiara consapevolezza, molte persone sono a disagio sentendosi in balia di un continuo flusso di dati percepito come caotico, intrinsecamente disconnesso e incoerente, privo di senso e affettivamente confuso. Ciò che è carente è l’esperienza di funzioni, di organizzatori, o meglio ancora di attrattori che permettano di operare sul flusso dei dati, selezionandoli, organizzandoli e trasformandoli in effettive informazioni con definite qualità emotive e una direzione valoriale.
    Se si è dotati di intuito teatrale, facilmente si coglie questo stato d’animo nel grande pubblico e si capaci di cavalcarne l’onda. Con abilità si trascina la platea sul palco in una atmosfera affettivamente connotata più in senso fusionale che partecipativo. La forte carica emotiva trascina con sé anche una primitiva (dal punto di vista evolutivo) presa di posizione valoriale, con i buoni giovani tutti dentro accomunati dal fluire spontaneo delle forti sensazione e delle azioni ad esse conseguenti, e i vecchi cattivi là fuori tutti intenti a organizzarsi per complottare.
    Non me ne intendo e potrei dire una sciocchezza, ma se non sbaglio Brecht era critico verso un certo tipo di esperienza teatrale per il fatto che il pensiero finiva ad essere assoggettato alle emozioni e perdeva la sua capacità critica.
    La via di uscita non è semplice, in quanto passa invece attraverso la riconsiderazione del potenziale positivo di affetti, emozioni e intuito che però, per essere investito in modo costruttivo, richiede un mucchio di lavoro, applicazione, sviluppo di competenze nonché prospettive valoriali solide, meditate e coltivate.

    1. Ciao Massimo!
      Dicevo poco più su che, per essere tempi “liquidi”, a me sembrano piuttosto granitici. Granitiche sono le convinzioni delle persone, granitica la protezione delle proprie idee sul mondo. Quando parli di pensiero e di facoltà critica assoggettati a qualche genere di emozioni, io penso che sia così nel senso che questo irrigidimento e questa ricerca di verità granitiche ha una valenza fortemente identitaria. Può darsi che molti di noi soffrano un disorientamento grave per via del fatto che le differenze oggi ci passeggiano accanto. Non possiamo far finta di non vederle e di non riconoscerne l’esistenza. Il “flusso di dati” di cui parli immagino che non sia soltanto quello delle notizie che ci arrivano da tutte le parti, ma il crescere di “differenze che fanno differenze”.
      Non so se l’ultima parte del tuo commento (“riconsiderazione del potenziale positivo di affetti, emozioni e intuito “) traduca anche quello che dicevo a proposito del leggere fra le righe delle teorie più assurde un messaggio emotivo: che può essere un gruppo di paura, una richiesta di maggiore vicinanza, che quando ascoltati non possono che far crescere anche chi cura.
      Grazie!

  4. Un’ulteriore precisazione. Il modo di procedere che ho descritto sopra qualificandolo come “teatrale” per semplicità (e senza mancare di rispetto al teatro, che naturalmente è molto di più), ha sempre un esito rispetto alla questione della verità. Gli esiti più frequenti sono l’auto-convalida, anzi il potenziamento delle proprie premesse di partenza, oppure l’adesione su base emozionale e poco riflessiva alle premesse di un altro. Il metodo può essere applicato a più livelli e in contesti diversi: con finalità demagogiche, celebrative, consolatorie, oppure anche sbagliando con scarsa consapevolezza, convinti che il quel momento si stia pensando mentre pensiero non è. Quanto è morale o immorale, o anche semplicemente pertinente comportarsi così? Forse dipende anche dalle circostanze: una cosa è una festa in discoteca, un concerto rock, oppure una celebrazione, un funerale … magari a volte comportarsi così può salvare delle vite. Però, eleggerlo come metodo di ricerca della verità (comunque si voglia definire quest’ultima) non sembra appropriato.

    1. Ci torno su anch’io perché quello che dici circa l’autoconvalida delle premesse più bizzarre temo che spesso conti anche per le medicina più ufficiale.
      Anni fa mi rivolsi a un luminare per via di un fastidio persistente che avevo a un polso. Dalla visita formulò un’ipotesi diagnostica e mi prospettò la necessità di un intervento. Due settimane dopo, come richiesto, mi presentai da lui con una risonanza magnetica di entrambi i polsi: la osservò a lungo e mi indicò con la punta della penna tutti i punti che confermavano la sua diagnosi e la necessità di un intervento. Mi spiegò anche per filo e per segno l’intervento necessario, finché io, che lo avevo ascoltato in silenzio fino a quel momento, gli feci notare che stava guardando il polso sbagliato 😀

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