Radio Tarantula riparte su medium.com

ilsantoDa una costola di Tarantula nasce “Radio Tarantula”, il nuovo spazio dove voglio misurare i contenuti del blog sui tempi e i modi della piattaforma Medium.
Radio Tarantula parte con la recensione dell’album “Il Santo” di Federico Sirianni, di cui avete sentito parlare nella mia rassegna della musica del 2017.

Clicca per “La gentilezza, lo stupore, la complicità: Federico Sirianni e ‘Il santo'” su Medium.com.

I miei dieci del Diciassette

Non prendetela come una classifica dei dischi che cambieranno la storia e non attribuitele pretese di oggettività: come quasi tutti gli anni, il tenutario di Tarantula si prende la responsabilità di indicarvi i dieci dischi senza i quali l’anno passato (il suo, ovvio) non sarebbe stato come è stato: quelli che l’hanno reso un po’ migliore, o un po’ meno peggiore, di come avrebbe potuto essere altrimenti.
Peraltro, attendevo per il 2017 due lavori che non sono arrivati e che avrebbero figurato sicuramente qui in mezzo. In uno, che dovrebbe arrivare in febbraio, ho ragione di nutrire una certa fiducia. Dell’altro posso dirlo con assoluta certezza, perché lo sto ascoltando da parecchi mesi. L’avremo in primavera e non avete idea di cosa vi aspetti.
Comunque, dicevamo del 2017.
I dischi che ho scelto non sono necessariamente in ordine di preferenza. Solo del primo posso dire che è stato la più bella sorpresa. Diciamo che abbiamo un disco dell’anno e altri nove dischi che ho amato e che mi hanno tenuto compagnia, in ordine sparso. Per le statistiche: si tratta di quattro italiani, due italo-britannici, un inglese a tutti gli effetti e tre americani che più americani non si può. Continue reading “I miei dieci del Diciassette”

Fate festa e smettetela di blaterare

È il periodo in cui da una parte vorrei usare i social network per fare gli auguri a più gente possibile, e nello stesso tempo preferirei staccare la connessione e tanti saluti.
È pieno di gente che non perde l’occasione di spiegarti come dovrebbe o non dovrebbe essere il “vero” Natale, e magari pretende di dirti come dovrebbe essere il tuo. “Il mio Natale è rigorosamente laico”, “il mio è rigorosamente cheap“, “se non sei credente non dovresti festeggiare”, “se sei credente dovresti festeggiare in un altro modo”. C’è sempre qualcuno che mette il becco nel tuo piacere, e non sempre è qualche genere di istituzione religiosa. Continue reading “Fate festa e smettetela di blaterare”

“Non puoi improvvisare sul niente…”

45-cover-impro-def“…devi improvvisare su qualcosa”, ammoniva Charlie Mingus.
Ho scelto questa frase per aprire questa raccolta di scritti pubblicati online tra il 2007 e il 2016, perché certe questioni che sono rilevanti nella musica a volte lo sono anche nella psicoterapia: che – insisto – è una forma d’arte almeno quanto l’arte è una forma di terapia.
“Non puoi improvvisare sul niente” (già distribuito a luglio in anteprima agli iscritti alla newsletter del mio sito professionale) apre “I Quarantacinque”, una collana di materiali divulgativi sulla psicoterapia.
Si scarica (al momento gratis, poi vediamo) dal mio sito e dalla bancarella di psicologia di Tarantula: precisamente qui.

Todo cambia / 14: “Man of Constant Sorrow”

[Leggi i post della serie “todo cambia”]

“Man of Constant Sorrow” è una celbre canzone folk degli Stati Uniti. Spunta all’inizio del ventesimo secolo in Tennessee e in Kentucky ma probabilmente le sue origini sono più lontane e si collocano in Irlanda.
È la storia di un uomo che lascia la propria casa in cerca di una vita un po’ meno grama.
Qui pubblico una versione degli Stanley Brothers, poi quella resa celebre dal film dei fratelli Coen “Fratello dove sei?” e infine quella di Claudio Sanfilippo, che sull’album “Ilzendelswing” la canta in milanese (“Mi Sòn Vùn”) e ambienta la storia al Giambellino anziché in Colorado o in Kentucky (a seconda delle versioni).
Continue reading “Todo cambia / 14: “Man of Constant Sorrow””

Ci sono, ci sono!

Ci sono, anche se da un po’ non posto niente di nuovo.
Sono impegnato su altri fronti, devo curarmi di questo, di questo e soprattutto di questo.
Però, scrivere, scrivo: ho fatto questo, che ho distribuito qui e che da settembre troverete qui. E se volete saperne un po’ di più potete andare qui.
Durane l’estate avrò un po’ da scrivere per alcuni progetti che vanno in porto, se tutto va bene, nei mesi successivi. Fra una cosa e l’altra, mi piacerebbe scrivervi qualcosa a proposito di un po’ di musica che ho ascoltato di recente. Abbiate pazienza.
Non dimenticate, intanto, che per le ore sotto l’ombrellone – ma anche quelle prima, e quelle dopo, e quelle che vi pare – Tarantula provvede per voi a un sacco di cose utili (in collaborazione con Streetlib). Cliccate qua.

Sui casi di bambini cosiddetti “dimenticati” in auto

Sulle discussioni seguite al nuovo caso di bambino morto in auto sotto il sole ho scritto questo sul mio blog “professionale”.

Ieri sera, uscito dalla metropolitana, ho realizzato che avevo viaggiato senza timbrare il biglietto all’ingresso. Me ne sono accorto perché alla mattina ho un certo numero di biglietti in tasca e, come ne timbro uno, lo trasferisco in un’altra tasca per non fare confusione. Ieri sera avevo un biglietto di troppo nella tasca di destra. Se fossi stato fermato da un controllore, avrei avuto fino all’ultimo la certezza di avere un biglietto in regola, e sarei rimasto molto sorpreso di non avere nella tasca di sinistra il biglietto giusto.
Avrei scoperto prima la disattenzione se fossi dovuto passare attraverso un tornello per prendere il mezzo, ma nella metro della mia città si entra e si esce liberamente.
Non ho “dimenticato” di regolarizzare il biglietto: piuttosto “ricordavo” erroneamente di averlo fatto. Com’è possibile? L’ho fatto migliaia di volte, e solo nella giornata di ieri l’avevo fatto altre cinque. Non c’era ragione per cui non lo avessi fatto la sesta.
Adesso molti di voi avranno capito dove vado a parare, sebbene la sproporzione tra il mio fatterello e quello di cui si parla sia scandalosa: come si può paragonare il mio biglietto al bambino “dimenticato” in auto? [leggi “Gli automatismi quotidiani che possono uccidere”]

6 aprile al container di Animammersa. 1: “Una storia vera” di David Lynch

[Leggi tutti i miei commenti ai film di “Luoghi, Ritorni, Appartenenze”]

Nel 2012 con Animammersa feci un’esperienza a cui avevamo dato il nome di “Officina futuro”. Avevamo pensato che nelle storie dell’Aquila e sull’Aquila ci fosse tanto passato e tanto presente, e che quello che mancava fosse la dimensione del futuro. L’idea che il futuro si costruisce raccontandolo la rendemmo proprio nell’immagine dell'”officina”. Il gruppo di donne che partecipò inventò delle storie che dovevano ambientarsi nel futuro. Scegliemmo di proiettarle cinque anni più avanti: nel 2017.
E guardacaso nel 2017 ci siamo ritrovati a parlare di storie. Allora intorno a una panchina virtuale, oggi nel conteiner che ospita la nuova sede di Animammersa.
Come quella distanza temporale ci permetteva di parlare di noi, così oggi la distanza che abbiamo cercato è quella fra noi e lo schermo: abbiamo scelto tre storie che parlano di luoghi – o almeno di quello che c’è fra i luoghi, cioè le strade che li uniscono. E parlano di luoghi perché parlano di persone e legami. O parlano di persone e legami perché parlano di luoghi.
Al termine di ciascun film, per innescare la discussione, ho fatto un mio breve commento. Il testo che segue viene dai miei appunti sul primo dei tre film (“Una storia vera”, cioè “The Straight Story”, di David Lynch).

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