Questo è il resoconto che avevo postato su Facebook del mio breve viaggio a L’Aquila, quattro giorni dopo il sisma. Ha avuto un po’ di commenti ed è stato ripreso da alcuni blog. Così, anche pensando a quello che scrivevo nel post del 12/4 (magari leggetelo prima di questo), mi son detto che c’erano delle buone ragioni per pubblicarlo anche qui.
Il titolo “Dopo L’Aquila” si riferisce al ritorno dal viaggio, ma anche agli interrogativi su come sarà L’Aquila dopo sé stessa…

Sabato mattina, prima di ripartire da Roma, diamo un’ultima occhiata alla lista delle vittime del terremoto.
Non riconosco nessuno. Forse sì, quel nome mi ricorda quel ragazzo dell’aula di fronte, alle medie, quell’altro la zia di quel vicino di casa. Ma no, certamente non sono stato colpito dal lutto così vicino come tanti miei amici. Però aspettiamo per dirlo con certezza. E comunque non riesco a non sentire il bruciore della ferita della mia città d’origine, una lista così lunga di morti da piangere.
Io e mia moglie Marisa abbiamo preso una stanza in un bed & breakfast della Capitale per verificare la sistemazione dei miei genitori e della famiglia di mia sorella – sfollati presso parenti a Roma – e per stare un po’ con loro. E anche perché a L’Aquila c’era da andare a vedere come sta la casa dei miei (quella nella quale sono cresciuto); e infine sia io che mia moglie non riuscivamo a continuare a pensare da lontano a quello che sta accadendo senza poter renderci conto da vicino dello stato di salute di questa città che – così dicono le voci e le immagini che ci arrivano – rischierebbe di scomparire.
Così, da Roma potevamo raggiungere l’Abruzzo e ritirarci senza disturbare, ché lì si lavora.

Fuori le mura

Giovedì mattina entriamo a L’Aquila da Roma, unico accesso per chi arriva da fuori: l’autostrada che arriva da Teramo e dal Gran Sasso è chiusa per le verifiche alla stabilità dei viadotti. Dunque una lunga colonna di auto si muove a venti all’ora verso la città, in un corteo silenzioso e composto.
Attraversiamo i quartieri periferici: la prima impressione è che se guardi gli edifici squarciati e quelli che se la sono cavata (magari con danni vistosi, ma se la sono cavata) e se hai qualche memoria di quando quei quartieri sono venuti su, è possibile ricostruire la storia dell’Aquila e della sua espansione attraverso i decenni. E delle fasi, diciamo così, meno limpide di quella espansione.

Ci ferma un posto di blocco: di lì non si va, l’ormai famosa via XX Settembre è chiusa al traffico. È la zona più devastata ed è pericolosa: è lì che stanno lavorando ancora nella speranza che un miracolo permetta di salvare qualcuno dalle macerie della Casa dello Studente.
Sempre in processione, arriviamo dalle parti dello Stadio del Rugby. Lì lasciamo la macchina. Fortuna che L’Aquila è sempre stata una città sportiva: ha una nobile tradizione di rugby e una meno luminosa tradizione calcistica. I campi sportivi abbondano, e ora sono tutti diventati tendopoli.
Io e Marisa ci avviamo a piedi.

I quartieri residenziali appena esterni alle mura antiche della città sembrano tenere bene. Crepe vistose, qualche crollo circoscritto, ma in generale stanno in piedi. Tutto è abbandonato, da giorni i panni sono stesi ai balconi, e solo ogni tanto vedi una macchina ferma col motore acceso e lo sportello aperto. Contravvenendo alle raccomandazioni, qualcuno sta tornando in tutta fretta a raccogliere qualche oggetto di cui non può fare a meno.

Silenzio dappertutto.

Si sentono, ogni tanto, solo i versi dei piccioni, che in questa parte della città sembrano fare da padroni, annidati sui terrazzi e liberi di attraversare le strade del quartiere deserto.
Incontriamo un vecchio amico che da domenica notte vive coi genitori in un camper, sotto casa. La casa, dice, la usano ancora: vanno al bagno e utilizzano quel che serve. Fuori appare fracassata, ma dentro ha resistito, a parte i mobili sottosopra. Solo che, aggiunge, aveva due negozi di abbigliamento nel centro storico, dove non c’è più nulla. “Aspetto qualche giorno, poi quando ho le idee più chiare me ne vado a ricominciare da qualche parte. Non ho più l’attività, ho quarantacinque anni: come faccio ad aspettare dieci anni che la città si rimetta in piedi?”.
Mentre parliamo, una scossa. Mia moglie sobbalza. “Niente, niente”, dice il mio amico. “Tutto normale. Uno di quei colpetti secchi che arrivano ogni tanto…”.

Arriviamo, attraverso Porta Leone (qui le vecchissime mura della città sembrano aver tenuto) in piazza San Bernardino. In tutta la piazza, solo noi; in fondo, due militari. Il silenzio è insopportabile: più o meno le sequenze iniziali di “Vanilla Sky” (con Tom Cruise nella città deserta) ma con le macerie in giro e le pale dell’elicottero sopra le nostre teste.
Per quel che si vede da qui giù, almeno parte del tetto della scuola elementare è crollata. La Basilica di San Bernardino ha perso il campanile. La gradinata che porta a via Fortebraccio (una parte della città vecchia, dal fascino incredibile) ha parecchi danni. Cerchiamo di raggiungere i portici, che sono l’accesso al Corso, alla zona un tempo vitale e vivace della città. I militari, cortesemente, ci tengono a distanza. Immaginiamo al di là di quella linea un silenzio, se possibile, ancora più minaccioso di questo.
Domando se possiamo scendere la gradinata per assicurarci delle condizioni di via Fortebraccio e dei vicoletti che la tagliano. È la zona medioevale e antica del centro, che da anni vengo a fotografare quando torno qui.
Ci sconsigliano: “non andate, qui cade roba anche senza scosse, non è il caso”.

Il Castello

Torniamo indietro e ci dirigiamo verso il Castello Cinquecentesco: anche qui i danni esterni lasciano soltanto immaginare la distruzione all’interno (opere d’arte di valore immenso, forse anche lo scheletro di mammuth esposto nella Fortezza). Il tempo di uno scatto da lontano alla parte anteriore del Castello e un milite si sbraccia per farci capire che bisogna lasciare il parco che circonda l’immenso Forte Spagnolo.

Una volta fuori dal parco, proviamo a vedere se ci sia un accesso al centro storico più sicuro che dai portici di San Bernardino: ma anche qui tutto chiuso. Dalla città “di là” arriva la sirena di un antifurto impazzito; da sopra, il rumore dell’elicottero. Uno scenario da bombardamento.
Torniamo a San Bernardino e di lì fuori le mura, per dirigerci a piedi verso la casa dei miei genitori. Fotografo alcune crepe: in generale però mi pare che sia in buona salute.

Collemaggio

Così proseguiamo il cammino verso la Basilica di Santa Maria di Collemaggio – la chiesa di Celestino V – ma lungo la strada ci fermiamo all’altezza di Porta Bazzano per vedere se di lì sia possibile rendersi conto delle condizioni di via Fortebraccio (dalla quale due ore prima eravamo stati tenuti lontani). Anche da qui non si passa: ma domando ai due militari che ci si parano davanti se sappiano in quali condizioni versa la zona che si apre oltre quella porta: sembra stia bene, mi dicono. Se è vero, è un miracolo.
Arriviamo alla Basilica.
La grande distesa verde davanti alla chiesa ora è un mare blu: un’altra tendopoli, con annessa infermeria.
Intorno alla basilica ferve l’attività di tecnici e ingegneri, che sembrano sapere il fatto loro e fanno sperare che qualcuno abbia già qualche buona idea per restituire la chiesa a chi la amava. Io d’estate ci passavo del tempo dentro, per cogliere lo spettacolo dell’attimo (una manciata di secondi, ma il sole dev’essere favorevole, sennò si riprova domani!) in cui il rosone proietta la propria sagoma in fondo all’abside.

La condizione di Santa Maria di Collemaggio è piuttosto istruttiva per chi vuol capire quello che è successo negli anni in questa città. La parte medioevale della chiesa sembra tenere, e – per lo meno da quello che vedo in tv – addirittura le condizioni degli affreschi sembrano relativamente tranquillizzanti: ma l’abside, ricostruita in epoca barocca e – soprattutto – restaurata negli ultimi decenni, si è sfracellata al suolo.
La facciata della chiesa, impacchettata da chissà quanto per lavori interminabili, forse è stata salvata proprio dal fatto di essere tenuta insieme dalle impalcature.
Muovendoci intorno alla chiesa, da una zona più in alto riusciamo a vedere lo squarcio enorme dove prima c’era il catino absidale.

Fuori città

A sera mi parleranno delle condizioni irrimediabili di tanti piccoli importanti centri della provincia. Vengo a sapere che S. Stefano di Sessanio, borgo medievale di straordinaria bellezza a 28 chilometri dalla città e a 1300 metri d’altitudine, si è salvato!
Non è strano: negli anni scorsi, S. Stefano è stato acquistato tutto da tedeschi, che lo hanno sottoposto a un rigoroso restauro conservativo. Solo la Torre Medicea si è sfracellata al suolo. Era stata restaurata precedentemente: vittima del cemento, come il Castello e come Collemaggio. E vittima dell’incuria, e dell’ignoranza e sì, dell’ingordigia.

Nel pomeriggio, per incontrare mia sorella che nel frattempo è tornata a L’Aquila per sbrigare alcune questioni (il Comune sta censendo la popolazione: chi è in tenda? Chi al mare? Chi ha trovato ospitalità da parenti o amici?), ci spostiamo in periferia: ci aggiriamo intorno alla tendopoli di Piazza D’Armi, ma ce ne teniamo a distanza.

Le abitazioni della zona sono fortemente danneggiate. A pochi passi dalla tendopoli, una casetta è venuta giù seppellendo chi ci dormiva dentro.
Qualcuno, prima che partissi, mi diceva: “fate attenzione, voi abruzzesi, che non facciano come in Umbria: curate che pensino prima alle abitazioni e poi ai monumenti! Le persone devono tornare nelle loro case!”.
È giusto, ma bisogna sapere cosa tiene in vita questa terra. Le persone nelle loro case nuove avranno bisogno che la cultura, l’arte, la gastronomia, tornino ad attrarre gente. Senza le sue risorse principali, questa terra non potrà tornare a sfamare e dare un senso alle persone che torneranno – se ci torneranno – nelle loro case.
Collemaggio, San Bernardino, tutte le piazze e le chiese della città chiusa che non abbiamo potuto vedere, sono urgenti quanto la casetta che si è sbriciolata.

A sera ci brucia la gola. Forse è solo effetto di questa strana giornata, che alterna sole e nuvole. O forse qui si respira ancora polvere.

Il giorno dopo

Il giorno dopo (venerdì santo) siamo a Roma per mangiare con la mia famiglia d’origine, tutta sparpagliata tra vari parenti. Io e Marisa, con un amico di lì, cerchiamo un posto dove comprare una bottiglia di vino bianco per rallegrare, per quanto possibile, il pranzo.
Marisa parla della necessità di rifondare una cultura della convivenza e delle regole, e della speranza che l’ondata di sdegno nata in seguito a tanti lutti possa contribuire alla sua rinascita. Intanto la strada che percorriamo è bloccata da auto in doppia fila.
Il mio amico romano mi fa: “sai perché qui non viene mai un vigile? Perché i commercianti li pagano per stare alla larga. Funziona così: un vigile in borghese arriva e lascia l’auto aperta; loro la riempiono di mercanzia, lui torna, rientra in auto e si allontana”.
Ma allora di che cazzo stiamo parlando? Di quali regole? Di quelle di un sistema marcio anche nella parti che dovrebbero controllarne la salute?

Vi dirò: se non fosse per tutte le macerie viste, crescerebbe la speranza che la terra si aprisse una volta ancora. Una volta sola, una, sotto i piedi degli speculatori, dei profeti del cemento e della sabbia, degli alfieri della furbizia.

E poi, già che ci si trova, sotto i piedi dei pornografi degli affetti, di quella giornalista che bussava di notte ai finestrini delle auto degli sfollati per svegliarli e domandare “Come mai dorme in macchina?”.
Come mai dormo in macchina? Perché sono un originale, dannata testa di cazzo. Sciacallo col microfono in mano, peggiore degli sciacalli che venivano acchiappati qua e là fra le rovine, che ti bastava tornare a casa a prendere cento euro per essere scambiato per uno di loro – e se eri rumeno peggio ancora.

E poi, per favore, sotto i piedi di chi stappava champagne per festeggiare il 30% di share del terremoto, che la terra li inghiotta per sempre.

Che si apra sotto i piedi di quello che dirige una rivista, una volta decente, che ha scritto “Crollate anche 4-5 chiese. Non tutto il male viene per nuocere”. Nel suo piccolo, asfittico e triste mondo, il terremoto è un calcio in culo a qualche grasso gerarca vaticano. Mica uno squarcio nel cuore di una terra che ha contribuito a nutrire di bellezza il Paese.

Che si apra, ancora, sotto i piedi di quei degni rappresentanti di una paese che scambia per efficienza l’iperattività e l’agitarsi isterico, che promettevano la fulminea istituzione del reato di sciacallaggio. Anzi, dice, l’abbiamo già pensato, ci manca solo un nome.
Gliene suggerisco uno io, Presidente. Furto in casa. Esiste da un pezzo, fa dieci anni di galera. Si può chiedere, per favore, almeno ora, un po’ di serietà e di concretezza? Una breve sospensione della campagna elettorale con i suoi proclami e le sue sguaiatezze?

Che si apra una volta ancora e porti via per sempre questi parassiti ipocriti e senza vergogna. In fondo, un po’ ce lo deve.

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7 thoughts on “Dopo L’Aquila

  1. Il terremoto, con l’occhio cinico chge contraddistingue certe figure, non è altro che l’ennesima occasione di figurare… Figurare negli ascolti, figurare davanti agli italiani con l’ennesimo slogan che, a ben vedere, non dice nulla o se lo dice, verrà smentito nell’intervista successiva…
    In attesa della prossima tragedia vicina o lontana da sfruttare…

    Tristezza…

  2. Subiectul mesajului: “Eu ma rog la DUMNEZEU=DIO sa ajute Italia ….”

    “De pe patul meu de suferinta unde zac imobilizata si fara sa vad:

    Fiecare tara are ceva ….
    Acum saraca Italie ….
    Saracii copiii si batranii din spitalele lovite de cutremurul din Italia ….
    Saracele lehuze din maternitatile lovite de cutremur ….
    Cate vaite si plansete is acolo in Italia ….
    Ce fac orbii ca mine, invalizii si toti italienii fara putere ….
    Cum dorm zecile de mii de sinistrati italieni si a.
    ramasi fara locuinte din cauza cutremurului ….
    Ce fel de mare sarbatoare de Pasti au catolicii italieni
    cu atatea daramaturi si moloz ….

    Mai sunt italieni disparuti sub daramaturile de la cutremur ….
    Vai si vai de familiile mortilor la cutremurul de saptamana trecuta ….
    De pe patul meu de suferinta ma rog
    la DUMNEZEU=DIO sa-i ierte si sa-i odihneasca-n pace
    pe cei peste 290 de italieni, romani si a.
    care si-au pierdut viata la cutremurul din Italia ….

    Nu pot sa dorm ca “vad in ochi” numai ce durere e in Italia ….

    Eu imi amintesc:
    ca †Ionica — Dumnezeu sa-l odihneasca —
    povestea de multe ori
    cum romanii alaturi de italieni (detinuti condamnati pe viata ….)
    au luptat din greu in prima linie la Cotul Donului
    pentru binele Europei ….

    De pe patul meu de suferinta ma rog
    la DUMNEZEU=DIO sa ajute Italia si Poporul civilizat italian ….”

  3. Scusate, non so una parola di rumeno, ma ho fatto passare questo commento perché ho capito che non è spamming… ho cliccato anche sul blog dell’autrice, ma non ho capito di più: chi mi spiega cosa c’è scritto? Grazie!

  4. Ciao Massimo, non so nulla di Rumeno nemmeno io, ma mi intrigava cercare di capire perché mai una signora romena di 89 anni (!) si prendesse la briga di scrivere un post su un blog italiano. Così ho cercato un traduttore on-line “rumeno-italiano” (http://traduttore.babylon.com/Rumeno/Italiano) ed ho inserito il testo della signora Olga (che oltre ad avere 89 anni dev’essere pure non vedente e allettata!).
    Tra le vittime del terremoto ci sono anche romeni e sembra che il messaggio sia una preghiera a Dio con annesso messaggio di solidarietà tra popolo italiano e romeno, nella disgrazia del terremoto…
    La traduzione non è affatto buona, e mi sono preso qualche libertà interpretativa, oltre a lasciare qualche parola intraducibile, ma nel complesso rende abbastanza l’idea… Chiaramente in attesa di una traduzione ufficiale!

    Ecco il testo tradotto:

    Cfr. Olga Todiroae (89 ANNI E TRE MESI, timisesti Village, la contea Neamt, Romania) ha scritto:

    “Dal mio letto di sofferenza in cui giaccio immobilizzata e impossibilitata a vedere:
    Ogni paese ha qualcosa ….
    Ora povera Italia ….
    Poveri bambini e poveri anziani negli ospedali colpiti dal terremoto in Italia ….
    Nuovamente [lehuze] della maternità colpito da un terremoto ….
    Quanto sangue che scorre in Italia ….
    Quelli che sono ciechi come me, i disabili e tutti gli italiani senza possibilità…
    Dove dormono decine di migliaia di italiani senza tetto,
    Lasciati senza casa a causa del terremoto ….
    Ci sono gli italiani spariti sotto le macerie dal terremoto ….
    Guai e ancora guai per le famiglie delle vittime del terremoto nell’ultima settimana.

    Dal mio letto di sofferenza prego
    Dio di perdonare e far riposare in pace
    i 280 italiani, rumeni e non,
    Che hanno perso la vita in occasione del terremoto in Italia ….
    Non riesco a dormire perché “vedo” il dolore che c’è in Italia ….
    Mi ricordo:
    Come a Ionica – Dio dia loro pace –
    La storia si ripete molte volte
    quando i Rumeni insieme agli italiani (prigionieri condannati a vita ….)
    hanno lottato duramente in prima linea nella battaglia di Cotul Donului
    per il bene dell’Europa.
    Dal mio letto di sofferenza prego:
    Dio aiuti l’Italia e il popolo italiano …”.

  5. Ciao Massimo,
    ho trovato il tuo blog per caso; in questi giorni giro per la rete alla ricerca di informazioni sull’Aquila e trovo altri che come me vivono da lontano – ma non per questo con meno dolore – la distruzione della propria città.

    Mi hanno colpito le parole del tuo racconto, tanti sentimenti che ho provato anche io, dal dolore alla rabbia, ogni sfumatura.

    Sono riuscita ad accompagnare i miei genitori in città solo la settimana successiva a quando sei andato tu, eppure l’impressione di assenza, gli stendini immobili sui balconi, le tende piantate davanti alle case non erano affatto cambiati. Per me è stato impossibile accedere al centro della città, ma una parte di me avrebbe voluto, in forza di quel sentimento di cui scrivi anche tu, il desiderio di vedere con i propri occhi l’entità della ferita che è stata inferta alla nostra città.

    Anche io, come te, mi sono trovata a spiegare ad amici atei e anticlericali che non può esserci nessuna gioia nella distruzione di un patrimonio culturale solo per il fatto che è anche un simbolo religioso.
    Quelle chiese, per me, sono profili amati che riconosci da lontano quando torni a casa, sono angoli all’ombra quando ti siedi in piazza d’estate, sono “auditorium” in cui ho cantato tante volte con il coro universitario…

    Grazie per il tuo racconto che mi ha fatto sentire meno sola. E in bocca al lupo per tutto. maura

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