Costanza, Osvaldo e la psicopatologia della vita quotidiana

Allora, io metto Costanza Jesurum fra gli autori che in Italia hanno trovato un qualche tipo di quadratura del cerchio. Il cerchio da quadrare è quello della divulgazione di cose psicologiche, che già per loro natura – l’inconscio, le relazioni, le emozioni, sono cose non tangibili e non misurabili delle quali non si può parlare come si parla di un insetto, o di Pompei, o della distanza dalla Terra alla Luna – si prestano male a una letteratura che vende saperi masticati e “risolti”. Continue reading “Costanza, Osvaldo e la psicopatologia della vita quotidiana”

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“Madri” di Luca Casadio e Massimo Giuliani

cover MadriDa stamattina è nelle librerie “Madri”, scritto da Luca Casadio e da me e pubblicato dall’editore Castelvecchi di Roma.
Nasce da un’idea che Luca ebbe un paio di anni fa e nella quale accettai di coinvolgermi: due psicologi che raccontano le madri, e raccontandole mettono in gioco il proprio sguardo di psicologi e soprattutto di maschi. E dunque parlando di donne parlano anche di sé e di come guardano. Continue reading ““Madri” di Luca Casadio e Massimo Giuliani”

Come pelle

E insomma, sono sparito per un po’ anche per tenere questa relazione al Festival della Complessità, che quest’anno non si svolge in un posto solo, ma è diffuso e “a km zero”, e lo scorso 7 luglio passava per l’Università Milano Bicocca (che merita un grazie per questa opportunità, insieme a Aiems, a Dedalo97 e a CEP).
La presentazione della mia relazione (titolo: “Il bastone del cieco”), per ragioni di compatibilità che non sto a spiegarvi, non riesce a girare su questo blog: la trovate però nel mio sito “di lavoro”, in questa pagina. Continue reading “Come pelle”

Roth, Zuckerman e gli altri. Un libro di Luca Casadio

casadio_rothSu Macchiatoinchiostro.it – per la rubrica “I giovedì della Rive Gauche” – esce questo mio post sull’ultimo libro di Luca Casadio Biografie e molteplicità dei sé (Guaraldi). Il libro riproduce l’intervento di Luca al Festival della Complessità 2013, organizzato dall’AIEMS e da Sergio Boria.
Leggete il post, ma di più leggete il libro.

Vedete voi se considerarla una recensione. Conosco da un bel po’ Luca Casadio, psicologo di Roma e autore dalla bibliografia ragguardevole e dalla scrittura complessa ma, come dire?, accogliente; conosco il suo percorso culturale e condivido molti dei suoi intenti, al punto che in qualche occasione abbiamo condiviso il calamaio per progetti comuni. Stabilite voi, dunque, se ciò mi rende inabile a render conto con oggettività e pacatezza di questo suo volumetto uscito per Guaraldi nella collana “I quaderni della complessità”.
Chiarito questo, ecco come la penso: di libri così ce ne vorrebbe uno alla settimana. [continua a leggere su macchiatoinchiostro.it]

Jazz, storie e terapia

Sonny Rollins (matita, 1990)Quando mi domandano come mai faccio il mestiere che faccio, una delle risposte che do è che il giorno che ho capito che non avrei mai suonato come avrei voluto, ho realizzato anche che questo era il mestiere che più assomigliava al fare musica.
È una ragione vera esattamente quanto tutte le altre.
Ho scritto questo pezzo ricavandolo dagli appunti di una lezione che ho tenuto sabato scorso: parla di un maestro a cui devo moltissimo. Non c’è più da dieci anni e da allora nel mio mestiere c’è un po’ meno musica. Per la mia rubrica sul sito psychiatryonline.it ho scritto “Blues in C”. (Quello a lato è Sonny Rollins in un mio disegno di oltre vent’anni fa. Col post c’entra e non c’entra.)

Perché Il Fatto Quotidiano commenta una ricerca su memoria e fotografia?

InstagramL’articolo esce sul Fatto, edizione on line (del cartaceo non so) del 26 dicembre 2013 a firma Alberto Mucci, col titolo Instragram, tutti fotografi ma disattenti. “Si dimentica quello che si vede”. Il sommario aggiunge elementi: “L’applicazione nata nel 2010 è stata comprata da Facebook nell’aprile del 2012 per un miliardo di dollari: secondo la rivista americana Atlantic Cities potrebbe avere effetti negativi sulla nostra memoria”.
Quello che si capisce finora è che il colosso Facebook spende una fortuna per dotarsi di un marchingegno che, “secondo la rivista Atlantic Cities” danneggia la nostra memoria. Per comprendere i contorni di questo losco disegno, dunque, è utile fare due cose: 1) leggere fino in fondo l’articolo del Fatto; e magari 2) andarsi a cercare l’articolo originale sulla rivista USA.
Quello che si trova continuando a leggere il pezzo è che “l’allarme è stato lanciato dalla rivista americana Atlantic Cities sulla base di uno studio pubblicato da Linda A. Henkel della Fairfield University, Stati Uniti” e che un campione di universitari in visita a un museo aveva la facoltà di fotografare i pezzi esposti: la ricerca giungerebbe alla conclusione sorprendente, ma neanche tanto, che esiste “una forte correlazione tra numero di scatti e dettagli rimasti impressi nella memoria: più fotografie uno studente ha scattato, meno nitido è il ricordo dell’oggetto in questione”.
L’articolo del Fatto, ancora, spiega che quando scattano una foto “le persone si sentono giustificate a dimenticare ciò che hanno visto” e ad affidarne il ricordo a un medium esterno. “Di per sé questo non sarebbe un problema”, spiega il Fatto, “almeno fino a quando il numero delle fotografie scattate dalle persone non diventa particolarmente elevato.” Elevato quanto? Non lo dice. Ma soprattutto: quale potrebbe essere il problema? Mi attendo che l’articolo me lo spieghi, così continuo nella lettura: apprendo alcuni numeri molto istruttivi sulla diffusione degli smartphone e dell’applicazione Instagram. E va bene. E poi leggo: “Se un miliardo di persone cominciano tutte assieme a fotografare e postare le proprie immagini sui social network il problema evidenziato dallo studio della Fairfield University potrebbe moltiplicarsi con importanti ripercussioni sulla memoria delle persone: sia a livello individuale sia a livello di collettività”.
Ci vuole un miliardo di foto scattate contemporaneamente perché il problema “si moltiplichi”? Ma soprattutto, qual è il problema di cui si parla fin dal titolo? Non si capisce ancora. Forse lo spiega subito dopo: “E’ un po’, sottolinea Atlantic Cities, quello che sta già accadendo con la capacità delle persone di orientarsi dopo aver utilizzato troppo servizi come Google maps: se diventa impossibile perdersi è sempre più difficile sapersi orientare da soli. E c’è forse qualcosa di negativo in tutto ciò”. Non me lo spiega, ma me lo lascia intendere. Forse il problema è la delega alla macchina di una funzione alla quale prima provvedeva in esclusiva il nostro cervello, e la conseguente disabitudine a quella funzione. E “forse” in tutto ciò c’è qualcosa di negativo.
Meno male che in chiusura chiarisce che “toni allarmistici sono ovviamente esagerati e lo studio della docente di psicologia ha soltanto il compito di ammonire sulle possibili conseguenze per la memoria” dell’uso di Instagram. Son sollevato dal sapere che tutto ciò non giustifica alcun allarme, perché un po’ cominciavo ad allarmarmi (anche se non mi era chiaro perché).
Allora andiamo a vedere l’articolo originale che “ha lanciato l’allarme”. È uscito due settimane prima su “Atlantic Cities”, col titolo “Come Instagram modifica la tua memoria” (“How Instagram Alters Your Memory”). È da notare che l’articolo del Fatto Quotidiano non commenta la ricerca originaria della Fairfield University (di quella possiamo trovare un abstract qui: “Ricordi punta-e-scatta. L’influenza dello scattare fotografie sulla memoria di una visita al museo”), ma un articolo che la commenta. Non perdiamo tempo a domandarci come mai un quotidiano ci informi su quello che scrive Atlantic Cities, invece di spiegarci cosa pensino alla Fairfield University: magari anche fornire un resoconto di quel che scrive la stampa internazionale è un servizio utile. Però la prima cosa che si nota è che il contenuto dell’articolo originale non è propriamente un “allarme”. Anzi l’articolo è piuttosto equilibrato e ben fatto, e pone delle domande su come cambia il nostro modo di memorizzare l’esperienza da quando abbiamo tanti ausili esterni utili a immagazzinarla. Mi pare piuttosto che quel di più di allarmistico ce lo metta proprio Il Fatto (salvo alle ultime righe ammonire che ogni allarmismo è ingiustificato).
La seconda cosa che salta all’occhio, nel confronto, è che l’articolo originale non contiene alcun riferimento all’ingente investimento di Zuckerberg per acquistare Instagram. Il Fatto, dunque, non commenta la ricerca, che non ha consultato; nemmeno riporta un commento di un periodico illustre: usa quello e aggiunge un po’ di farina dal proprio sacco. L’autrice Emily Badger, nel riferire della ricerca della Fairfield University, parte da una premessa e da una domanda molto ragionevoli: dal momento che – come mai è stato prima d’ora – gli oggetti che ci circondano sono ripetutamente e ampiamente fotografati, è piuttosto plausibile che questa nuova ubiquità che ci proviene dalla fotografia digitale possa modificare il modo in cui percepiamo il mondo circostante. E dunque, dato che già “la tecnologia lo fa in svariati modi, perché non attraverso le fotocamere dei cellulari?”.
Dunque, nessun allarme sui danni alla memoria: piuttosto una domanda, lecita e più che giustificata, su come cambia il nostro modo di percepire e di ricordare nell’era in cui le immagini si moltiplicano, anche quelle sui dettagli più insignificanti della nostra vita.
Mi si dirà: perché traduci il verbo “to alter”, anziché con “alterare” (come fa Il Fatto), su cui pesa una connotazione negativa, col più neutro “modificare”? Perché è la scelta che mi pare più sensata, a giudicare dal resto dell’articolo e anche dalla lettura dell’abstract della ricerca (quest’ultima si scarica dal sito della rivista Psychological Science e costa un bel po’ di sterline: io ho rinunciato e mi sono limitato all’abstract, che era a totale disposizione anche del Fatto). Risulta abbastanza chiaro che articolo e la ricerca non fanno riferimento a un “danno” ma a un processo complesso, in cui gli elementi di pregiudizio (“impairment”), che pure esistono, sono bilanciati da altri, tanto che il risultato del processo (si capisce alla fine dell’articolo) può essere addirittura una più complessa articolazione della nostra facoltà di ricordare.

Quello di cui si sta parlando veramente ricorda da vicino qualcosa che in via empirica sperimentiamo comunemente. Immaginiamo tre situazioni differenti.
1: Vai al concerto del tuo cantante preferito. Balli tutto il tempo, te lo godi, partecipi, magari scambi occhiate o commenti col tuo vicino di sedia. Torni a casa che le gambe ancora si muovono per conto proprio e qualcuno ti domanda come è andata: hai della serata un ricordo “partecipato”, coinvolto. Riferisci del clima, delle emozioni e probabilmente ricordi a memoria almeno una parte della scaletta nell’ordine giusto. Ne hai una memoria più o meno fedele, ma certamente, diciamo così, “calda”.
2: Vai al concerto del tuo cantante preferito. Porti con te la macchina fotografica perché hai deciso di documentare la serata per conservarne più ricordi possibile. Passi la sera a girare per la sala in cerca dell’angolazione più felice, della luce migliore, del primo piano da ricordare. Torni a casa con giga di file immagine e la sensazione che la serata non te la sei goduta poi tanto, perché eri impegnato in altro che ballare e ascoltare la musica. Ti domanderanno com’è andata, e riferirai ricordi chiarissimi: d’altra parte quell’inquadratura l’hai pensata per dieci minuti, del batterista hai osservato anche il cinturino dell’orologio e dei piatti hai studiato ogni riflesso. Avrai un ricordo di dettagli “consolidati” dall’osservazione.
3: Vai al concerto del tuo cantante preferito. Anche stavolta hai con te la macchina fotografica. Passi il tempo a prendere foto al volo, tutte quelle che riesci, senza starci tanto a pensare. Scatti compulsivamente facendo attenzione solo al servizio d’ordine, che ti ronza intorno per sequestrarti la card appena ti coglie in flagrante. Tornato a casa avrai ricordi piuttosto vaghi e maledirai il momento in cui hai deciso di portarti appresso il marchingegno invece di pensare a goderti lo spettacolo. A chi ti domanda come sia andata dirai che devi pensarci. Ma il giorno dopo, quando avrai passato del tempo a riguardarti le foto, potrai raccontarlo dettagliatamente. Sarà, diciamo così, un ricordo di seconda mano. Un ricordo delle foto, più che dell’esperienza vissuta. Probabilmente ricorderai la scaletta della serata in maniera più vaga che in altre occasioni, ma ricorderai nitidamente il modo in cui l’artista impugnava la chitarra.
In fondo, quando fotografi metti in cornice, stai un passo indietro, stabilisci una relazione diversa con quello che osservi. Immagino che questo non sia vero per l’artista o il professionista della fotografia, ma per quelli di noi non precisamente esperti, e che fanno un uso per lo più strumentale della fotocamera, c’è una differenza rispetto a quando si è lì e ci si abbandona a un’esperienza estetica.

instaNon credo che la mia grossolana classificazione abbia un grande valore scientifico. Voglio dire solo che i modi in cui crediamo di “salvare” eventi nella memoria possono essere vari e differenti.
Nasce con Instagram questa differenza? Ma no. Quando a scuola annotavamo le lezioni, rileggere gli appunti ci permetteva più avanti di avere una comprensione puntuale degli argomenti, dei quali probabilmente non avevamo memoria una volta chiuso il blocco e riposta la penna, prima di rileggere quanto annotato. E ascoltare la professoressa poteva essere più o meno appassionante ma lasciava ricordi meno utili se dovevamo affrontare un esame qualche settimana dopo. Dall’abstract della ricerca si legge che “ulteriori processi attentivi e cognitivi impegnati in questa attività mirata possono eliminare l’effetto negativo dello scattare fotografie”.
L’articolo di Atantic Cities riferisce proprio di questi modi diversi di ricordare: i soggetti a cui era stato chiesto di zummare sui dettagli “ricordavano molto meglio le opere d’arte di chi semplicemente aveva inquadrato gli oggetti interi ed era passato oltre. Forse concentrandoci sui dettagli possiamo evitare le conseguenze negative dello scattare fotografie”. E tornare a guardare le foto è più utile che scattarle lì per lì. Quello che aiuta il nostro ricordo è “interagire con le foto piuttosto che limitarsi ad accumularle”. E infatti conclude: “Quando è stata l’ultima volta che hai guardato le tue foto su Instagram? O le hai fatte solo a beneficio degli altri?”.

Ora, la domanda interessante è come mai Il Fatto, nella sua pagina dedicata alla tecnologia, scelga di riprendere questa ricerca su immagini e percezione – anzi, un aspetto parziale – per farne una storia su Instagram che minaccerebbe la memoria. Se l’intento fosse di fare della divulgazione scientifica, consultare la ricerca non sarebbe stato inutile, e nemmeno così difficile. Magari quel pugno di sterline loro avrebbero potuto spenderlo, o comunque avrebbero potuto leggere l’abstract, come ho fatto io con una certa facilità. Invece fanno un’altra cosa: riportano un articolo altrui, caricandolo di un allarme che nell’originale non esiste e aggiungendo qualche questione di pecunia.
Qual è il senso dell’operazione? In basso a destra, nella pagina web dell’articolo, dalla finestrella degli articoli “raccomandati” si rimanda a un pezzo su Riva che vince il ricorso in Cassazione per riavere i suoi miliardi e a un altro su una manifestazione contro le scie chimiche. Sembra proprio che, così condita, la faccenda si presti a diventare vendibile alla maggior parte del pubblico del giornale: quella che predilige storie ricalcate sul “plot” di una casta danarosa che per gli affari suoi danneggia consapevolmente la salute dei cittadini. Che non è un’invenzione di qualche complottista paranoico: il problema, semmai, è quando diventa una storia unica in grado di spiegare l’universo. Una storia unica alla quale ci si appassiona fino a costruire descrizioni della realtà, o da selezionarne aspetti, secondo il criterio della funzionalità all’ennesima messa in scena di una di quelle narrazioni che hanno successo presso quel pubblico.
In un colpo solo c’è Zuckerberg che spende un miliardo per danneggiare la nostra memoria e – cosa che non guasta mai – l’ennesimo allarme su qualche diavoleria digitale che ci fa diventare un po’ più cretini.

Articolo: “Strategie narrative di resistenza”

Psicologi per i PopoliÈ successo che alla Rivista di Psicologia dell’Emergenza abbiano mostrato interesse per il mio lavoro sulle narrazioni on line del terremoto, raccolto nel libro “Il primo terremoto di Internet”.
Mi hanno chiesto di tornare sull’argomento e ho scritto per il numero 11 del semestrale un lungo articolo dal titolo “Blog, social network e strategie narrative di resistenza nel post-terremoto dell’Aquila”.
La rivista è scaricabile dal sito di “Psicologi per i popoli”.
Il numero della rivista si trova qui, e l’articolo è a pagina 6.
Buona lettura.

“Tecnologia e leggerezza” (dal 29 al 31 gennaio 2014)

congresso-logo-1024x487La ragione per cui vi parlo qui del C.K.B.G. la capirete leggendomi fino alla fine. Prima devo spiegarvi che Il C.K.B.G. (Collaborative Knowledge Building Group) è una comunità di ricercatori interessati alla formazione e all’apprendimento collaborativo in ambienti online. È nato per creare scambio e collaborazione sia tra i ricercatori italiani che con i loro colleghi di comunità straniere, possibilmente con un occhio al sostegno allo sviluppo di quelle del sud del mondo. Continue reading ““Tecnologia e leggerezza” (dal 29 al 31 gennaio 2014)”

L’uomo che faceva troppo

l-uomo-che-sapeva-troppo-1956-133219Lo so che da un po’ sto trascurando il blog, ma a parte il lavoro, la vita (ché fra un post e l’altro c’è anche quella) e il fatto che l’ispirazione non può essere sempre di prima qualità, ultimamente sono alle prese con un impegno che mi gratifica e mi onora, e cioè la gestione di una nuova rubrica su Pol-it.
Pol-It (anche www.psychiatryonline.it) che è da quasi vent’anni un sito importante e prezioso, un punto di riferimento nella rete per quelli che fanno il mio mestiere.
Quando me l’hanno proposto Mario Galzigna e Francesco Bollorino ho pensato che sarebbe stato curioso sperimentare una scrittura che si avvicinasse a quella del blog ma per parlare di psicoterapia e pratica clinica a un pubblico di addetti ai lavori, o comunque informato.
Così abbiate pazienza.
E magari, nell’attesa, venite a trovarmi di là. Chi è del mestiere può anche (anzi è caldamente incoraggiato a) iscriversi al sito per commentare i post e partecipare alle discussioni (e avere una propria pagina di presentazione).
La mia rubrica si chiama “Dialoghi sistemici” e si trova qua.