Non è che non mi accorga che da una delle due parti è pieno di gente che intossica la discussione con argomenti infami e che preferisce al confronto l’attacco ad personam. Mi è evidente eccome. Però nemmeno dall’altra parte mi aiutano a nutrire la speranza che fra tanti anni non ricorderò questa campagna referendaria come la più tossica alla quale abbia assistito.
Trovo insopportabili e, se usati deliberamente, poco corretti alcuni degli argomenti che vanno per la maggiore in queste settimane. Anch’io preferisco le buone maniere alla bava alla bocca di tanti che hanno in antipatia il governo e gli autori della riforma: ma, per fare un  esempio, chiedere all’avversario di rispondere del fatto che dalla sua parte voteranno un sacco di persone deplorevoli – mettendo nella categoria neofascisti, grillini, Berlusconi e non so chi altro – non è molto ragionevole. Per la precisione, è un modo di procedere che chi si occupa di retorica chiama falso dilemma. Creare un falso dilemma è un modo di semplificare le cose sostenendo che le posizioni possibili siano soltanto due. È come dire che il mondo si divide fra quelli che si chiamano Mario e tutti gli altri. Certamente le posizioni che fra un po’ metteremo a confronto nella cabina saranno due e solo due (il Sì e il No alla riforma costituzionale): ma le ragioni per cui si può arrivare all’una o all’altra posizione sono assai più di due (così come quelli che non si chiamano Mario possono avere tanti nomi possibili), e non ha molto senso accusare quello di votare come quell’altro. Il fatto che occasionalmente, per prendere delle decisioni, abbiamo bisogno di semplificare la realtà spaccandola in due, non vuol dire che la realtà sia fatta davvero in quel modo.

Un altro argomento del tutto irragionevole ma di grande fortuna in questa campagna è quello per cui se una cosa è nuova è per forza buona. La riforma è il “rinnovamento”, e quelli che sono perplessi sui suoi contenuti sono stigmatizzati pubblicamente come gente che “vuole tornare al passato”, avversari del cambiamento e perciò del buono e del giusto. Gli autori e i sostenitori della riforma sono protesi verso il futuro e il nuovo, tutti gli altri mestamente fermi al vecchio.
È una cornice di pensiero che si è affermata negli anni, dal “nuovo che avanza” dell’ondata referendaria degli anni Novanta fino alla “rottamazione” (dove quel che non è “nuovo” è arrugginito e non funziona più) dei tempi più recenti. Il nuovo è vita, cambiamento, salute; il vecchio immobilità, sfacelo, morte. “È nuovo dunque è buono” è una di quelle idee che si fanno strada semplicemente perché a nessuno viene in mente di dire: “ma sei sicuro? E perché mai dovrebbe essere così?”. Quasi ipnoticamente, attraverso la ripetizione si insediano nelle nostre conversazioni, nel nostro modo di pensare, fino a diventare delle verità che non si discutono. Non c’è nemmeno bisogno di dimostrarle: sono vere perché sono vere.
“Il nuovo è buono” non è un argomento. È un trucco, e anche mediocre. Come vediamo tutti i giorni, ci sono cose nuove che sono buone, cose nuove che lo sono meno, cose nuove che sono cattive e persino pessime. Di per sé, il fatto di essere nuove non ha alcun valore predittivo circa la loro qualità. Di una cosa che è nuova possiamo sapere al massimo che è nuova: per sapere se è anche buona dobbiamo fare lo sforzo di metterla alla prova nel merito.
D’altra parte, dai tempi del “nuovo che avanza” la politica ci ha regalato un bel po’ di emozioni nuove, ma dubito che i fautori del “nuovo-dunque-buono” le ricordino tutte con nostalgia. Ho visto alcuni di loro in bilico sul cornicione la notte in cui è arrivata la notizia dell’elezione di Donald Trump – che per essere nuovo, è nuovo.
Far coincidere arbitrariamente il nuovo col buono e affermare di conseguenza che una riforma, o qualunque altra cosa, è da apprezzare perché nuova, è un modo di argomentare che si chiama petitio principii, o – se preferite – risposta con la premessa. Cioè, quello che si dovrebbe dimostrare (per esempio, la bontà delle riforma) è già implicito nelle premesse, dato per scontato e messo lì addirittura a sorreggere il ragionamento. In questo modo, che una cosa sia buona non è il punto di arrivo del ragionamento: è il punto di partenza.
Da quel che si dice in giro, pare che andremo a votare se in astratto l'”innovazione” sia una cosa desiderabile o no: e invece voteremo su una ben precisa e identificabile, buona o cattiva – e dunque giudicabilissima – proposta di innovazione. Complessa, per di più, e piena di elementi diversi.
litalia-che-dice-siTanto per fare un altro esempio, una fallacia logica dello stesso tipo sta nello slogan che identifica i giusti con “l’Italia che dice sì”, dove si dà per scontato (e si mette come premessa!) che il buono coincida col “dire sì”. E dunque, la conseguenza è che votare sì è giusto perché votare sì è giusto. Ti piace vincere facile, diciamo.

Osservo che, con sfiancante ripetitività, quando in una discussione sul referendum fai notare all’interlocutore che sta utilizzando una fallacia di questo genere, quello reagisce in due modi: o chiudendo la conversazione con l’aria offesa di chi non gioca più e si riprende il pallone, oppure continuando a buttare il pallone fuori campo, cioè parlando ripetutamente d’altro. Le petizioni di principio sembrano argomenti piuttosto inattaccabili: come, non sei d’accordo che è meglio nuovo che vecchio? Allora devi essere matto, oppure mi prendi in giro.

Tanto pervasivo e attraente è questo modo di procedere, che te lo ritrovi in tutti gli spin-off della discussione sul referendum costituzionale.
Come a proposito della discesa in campo dello psicoanalista Massimo Recalcati, che dal palco della Leopolda, in una manifestazione dei promotori del referendum, ha preso una posizione molto chiara.
È capitato che qualcuno – me compreso – osservasse che c’è una certa differenza fra investire i propri saperi di psicoterapeuta per leggere la realtà, anche politica, e usare quella competenza per corroborare e dare un’esposizione maggiore alle posizioni che si assumono come cittadino – o, ancora, ricorrere a un linguaggio dotto per nobilitare concetti di senso comune. Quando Recalcati fa riferimento al “fantasma di profanazione”, fa da eco, in un modo solo un po’ più forbito, a quella platea che pensa che gli altri siano conservatori. Quando dice “un insopportabile corteo di padri che non sanno imparare dai propri figli” dice in modo un po’ più elegante quello che quella platea attende di sentirsi dire, e cioè – per dirla in modo meno aulico – che Bersani e D’Alema hanno rotto le balle. E infatti, non a caso, quella platea esulta, ride e si dà di gomito.
In quell’occasione Recalcati ha fatto ricorso a quei saperi non per decostruire le retoriche della politica (come ci si aspetterebbe dall’esperto di parole), ma per utilizzarle. Quando dice “Solo innovando si rimane fedeli ai princìpi del passato”, o “Il no della sinistra interpreta la fedeltà come un rapporto di conservazione”, fa propria la petitio principii per cui “è nuovo, dunque e buono” e finge che le possibilità siano due e solo due: conservare o modificare. Non c’è differenza fra tante modifiche possibili: o sei per conservare, o sei per modificare. Se non vuoi quel cambiamento, non vuoi il cambiamento, ritenere quella modifica una brutta modifica non è possibile: questa premessa fallace attraversa ogni momento del suo intervento.
Quando io e qualcun altro l’abbiamo sottolineato, la risposta è stata da più parti l’ennesima variazione sul tema “io sono nuovo, tu sei vecchio”. In particolare: se muovi questa critica, non sarà che sei troppo legato al vecchio tabù dell’anonimato del terapeuta? Argomento piuttosto buffo, in questo caso: si era fra colleghi che vivono sul social network, e che pubblicano video della loro musica preferita, foto dei loro figli, commenti su qualunque cosa. Eppure, l’argomento “se la pensi così, sei vecchio”, con tutte la variazioni sul tema, pare essere un tema che attraversa tutte le conversazioni sulla questione, a prescindere dalla sua rilevanza in quel contesto.
È interessante come l’argomento fallace si riproduca a tutti i livelli, come un frattale: dalla propaganda di partito alle conversazioni sui social, dalla macroquestione del referendum alle microquestioni connesse.
(Un modo di buttare la palla fuori, a questo punto, è: evidentemente se gli muovi quella critica sei animato da un pregiudizio sulla sua posizione al referendum.”Pensi quello che pensi non perché lo pensi, ma perché hai un pregiudizio” è un altro modo poco utile di ragionare, che delegittima la posizione dell’altro senza prendersi la pena di rispondere. Ma quando c’è in ballo il nuovo – che è bello, sano e giusto a prescindere – non viene tanto naturale contemplare che chi storce il naso abbia un pensiero proprio).

Adesso ascoltate qua le parole di Recalcati, tenendo bene in mente Deborah Serracchiani, la ministra Boschi e tutti gli altri innovatori:

“Il sintomo che mi irrita di più è il paternalismo. Come dire: sono ragazzi; non sanno quello che fanno, non sanno scrivere… scrivono male! Un insopportabile corteo di padri che non sanno imparare dai propri figli, che sanno solo fare lezione ai figli.”

Come suona? Che effetto fa? Forte, eh? Non per tutti, forse… non a tutti scalda il cuore allo stesso modo. Me lo aspettavo.
Allora ascoltate quest’altra, ma stavolta pensate alla sindaca Raggi, a Di Maio e a Di Battista.

“Il sintomo che mi irrita di più è il paternalismo. Come dire: sono ragazzi; non sanno quello che fanno, non sanno scrivere… scrivono male! Un insopportabile corteo di padri che non sanno imparare dai propri figli, che sanno solo fare lezione ai figli.”

Immagino che qualcuno che è rimasto freddo prima, stavolta avrà avuto uno scatto di orgoglio. Scommetto un 30 per cento di voi prima e un 30 per cento adesso, suppergiù.
D’altra parte, dal momento che sulle questioni di contenuto si sorvola per lasciare lo spazio alla dicotomia nuovo-vecchio, perché le stesse parole non dovrebbero valere per i giovani 5 Stelle, sistematicamente criticati da adulti che non apprezzano il nuovo di cui sono portatori? Ma lui le dice a quel pubblico, e a quel pubblico affida la sua metafora.
Bella metafora, quella dei padri che non imparano e che passano il tempo a mettere i bastoni fra le ruote. Chi di noi non ha mai avuto a che fare con adulti che l’hanno intralciato, o addirittura con genitori invidiosi? Ma evidentemente non basta questo per emozionarsi. Ci vuole forse il sentirsi particolarmente inclini alla posizione che quella metafora, in quel contesto, vuole esprimere.
Perché noi pensiamo a una metafora come a una immagine attraverso la quale vedere “meglio” le cose. E invece la metafora non fotografa la realtà: disegna una realtà. Costruisce frame, cornici di senso. E quello che qui fa lo psicoanalista non è utilizzare le proprie lenti per comprendere la realtà: è utilizzare la propria competenza di costruttore di frame per definire un’appartenenza; per dire: io e voi sentiamo la stessa cosa; cioè che il nuovo è buono, e chi non vuole quel nuovo, non vuole il nuovo: è una “mummia”, ha un “sintomo”, e persino un sintomo piuttosto “irritante”.
Scende in campo, insomma. Patologizza l’avversario definendo la posizione del no come bisognosa di “trattamento”, e se non vi basta come il “godimento della distruzione”. Stavate per votare No? Come vi sentite?
Si può apprezzarlo o criticarlo per questo, ma questo è quello che fa. Lo fa applicando una competenza che si esercita nello spazio intimo della stanza di terapia – in cui il terapeuta si mette a nudo lasciando parlare il proprio corpo e la propria memoria attraverso il linguaggio metaforico, perché si manifesti una possibilità che prima non c’era e perché sia perturbato un equilibrio – trasferendola a un contesto pubblico e di parte, per confermare gli umori di chi lo ascolta. Si può pensare legittimamente che tutto questo sia buono e giusto: quello che non sta bene, invece, è deplorare con una petizione di principio chi lo fa notare.

Alla fine: quale che sia il voto che esprimerò il 4 dicembre, non dipenderà da queste ragioni. Non solo sarebbe insostenibile che la retorica tossica stia solo da una parte (in queste ore c’è chi, più imbecille che spregevole, pensa di difendere il No dileggiando la moglie del Presidente del consiglio); ma poi, pensare che una posizione sia fallace perché sostenuta da argomenti fallaci, è a sua volta un altro tipo di fallacia. Può essere infatti che essa sia giusta e sacrosanta indipendentemente dal fatto che i suoi sostenitori ricorrono ad argomenti illegittimi. Osservo però una tendenza preoccupante a svuotare di senso le parole e a lasciarne il suono e l’effetto, a mano a mano che cresce la complessità delle domande a cui dobbiamo rispondere. Per quanto mi riguarda, in questo momento avverto questo rischio con apprensione ben maggiore di quella con cui aspetto il risultato del referendum.

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