Sulle discussioni seguite al nuovo caso di bambino morto in auto sotto il sole ho scritto questo sul mio blog “professionale”.

Ieri sera, uscito dalla metropolitana, ho realizzato che avevo viaggiato senza timbrare il biglietto all’ingresso. Me ne sono accorto perché alla mattina ho un certo numero di biglietti in tasca e, come ne timbro uno, lo trasferisco in un’altra tasca per non fare confusione. Ieri sera avevo un biglietto di troppo nella tasca di destra. Se fossi stato fermato da un controllore, avrei avuto fino all’ultimo la certezza di avere un biglietto in regola, e sarei rimasto molto sorpreso di non avere nella tasca di sinistra il biglietto giusto.
Avrei scoperto prima la disattenzione se fossi dovuto passare attraverso un tornello per prendere il mezzo, ma nella metro della mia città si entra e si esce liberamente.
Non ho “dimenticato” di regolarizzare il biglietto: piuttosto “ricordavo” erroneamente di averlo fatto. Com’è possibile? L’ho fatto migliaia di volte, e solo nella giornata di ieri l’avevo fatto altre cinque. Non c’era ragione per cui non lo avessi fatto la sesta.
Adesso molti di voi avranno capito dove vado a parare, sebbene la sproporzione tra il mio fatterello e quello di cui si parla sia scandalosa: come si può paragonare il mio biglietto al bambino “dimenticato” in auto? [leggi “Gli automatismi quotidiani che possono uccidere”]

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3 thoughts on “Sui casi di bambini cosiddetti “dimenticati” in auto

  1. Caro Massimo, passo ogni tanto sul tuo profilo Facebook, anche se non uso direttamente Facebook, e così ho trovato il link al pezzo.
    Sono d’accordo, molto ragionevole. (So qualcosa del problema, peraltro; una mia ex compagna studiava per lavoro, da psicologa, proprio una serie di casi come questo).
    Tuttavia, quando leggo di queste “dimenticanze” (che i giornali chiamano sentenziosamente “abbandoni”, sempre, negando implicitamente questa possibilità) non riesco a non pensare a queste morti come a un sintomo della riduzione ad automatismo delle nostre vite, chi più chi meno (ciascuno secondo le proprie possibilità, diciamo).
    Senza per questo negare la “normalità” di questo genere di fatti “abnormi”. Solo ragionando su questa normalità.
    Ciao.

  2. Ciao Daniele, ben tornato 🙂
    Sono fatti su cui spendere qualche pensiero, perché ho l’impressione che siano illuminanti circa questioni più ampie della loro – tutto sommato limitata – diffusione.
    Innanzitutto, certo, sarebbe utile sostituire il verbo “dimenticare” con qualcosa che renda meglio l’idea di quel che succede e che sia meno carica di giudizio morale (lo dico a te che comprendi benissimo la distinzione, ma lo dico perché mi dai l’opportunità di dire una cosa che non sempre è così ovvia: cercare di produrre descrizioni libere dal giudizio morale non serve per sottrarre qualcuno o qualcosa a quel giudizio; serve perché la comprensione di un fatto e l’applicazione di una categoria morale a quel fatto, o sono due momenti distinti, o si fa un gran casino).
    Sulla tua osservazione circa le vite ridotte ad automatismo son d’accordo. Su Facebook, a commento di questo post, ho raccolto parecchie esperienze di mamme che raccontano “quella volta che…” una distrazione poteva finire davvero male. E ho raccolto commenti che dicevano che la cultura che ti costringe a vivere a questo ritmo è la stessa che poi ti condanna quando perdi colpi. Un po’ di ragione secondo me ce l’hanno ed è per questo che questi fatti mi sembrano rilevanti anche su un piano, se si può dire, “sovra-psicologico”.

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