Pensando al 6 aprile al container di Animammersa. 3: “Paris, Texas” di Wim Wenders

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6 aprile al container di Animammersa. 1: “Una storia vera” di David Lynch

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Nel 2012 con Animammersa feci un’esperienza a cui avevamo dato il nome di “Officina futuro”. Avevamo pensato che nelle storie dell’Aquila e sull’Aquila ci fosse tanto passato e tanto presente, e che quello che mancava fosse la dimensione del futuro. L’idea che il futuro si costruisce raccontandolo la rendemmo proprio nell’immagine dell'”officina”. Il gruppo di donne che partecipò inventò delle storie che dovevano ambientarsi nel futuro. Scegliemmo di proiettarle cinque anni più avanti: nel 2017.
E guardacaso nel 2017 ci siamo ritrovati a parlare di storie. Allora intorno a una panchina virtuale, oggi nel conteiner che ospita la nuova sede di Animammersa.
Come quella distanza temporale ci permetteva di parlare di noi, così oggi la distanza che abbiamo cercato è quella fra noi e lo schermo: abbiamo scelto tre storie che parlano di luoghi – o almeno di quello che c’è fra i luoghi, cioè le strade che li uniscono. E parlano di luoghi perché parlano di persone e legami. O parlano di persone e legami perché parlano di luoghi.
Al termine di ciascun film, per innescare la discussione, ho fatto un mio breve commento. Il testo che segue viene dai miei appunti sul primo dei tre film (“Una storia vera”, cioè “The Straight Story”, di David Lynch).

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“La pazza gioia” secondo me (alert spoilerone!)

Perché nessuno abbia da ridire: questo post svela parecchio su “La pazza gioia” di Paolo Virzì, cose che magari vi piacerebbe scoprire da soli. Se non vi va di rovinarvi la sorpresa, facciamo che andate al cinema e ci vediamo qui quando tornate.
Se invece avete già visto il film, o non avete intenzione di andare a vederlo, o ci andrete ma non avete la preoccupazione di mantenervi ignari della trama, allora buona lettura.

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“È stato morto un ragazzo” di Filippo Vendemmiati

applausi“Tanti giovani studenti, ben educati, di buona famiglia, incensurati e di regolare condotta, con i problemi esistenziali che caratterizzano i diciottenni di tutte le epoche, possono morire a quell’età. Pochissimi, o forse nessuno, muore nelle circostanze nelle quali muore Federico Aldrovandi: all’alba, in un parco cittadino, dopo uno scontro fisico violento con quattro agenti di polizia, senza alcuna effettiva ragione.”

È stato morto un ragazzo. Federico Aldrovandi che una notte incontrò la polizia

Di Filippo Vendemmiati

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Un post su 5 musicisti o gruppi che ho scoperto e 5 di cui non mi ero più curato e che ho riscoperto nel 2013 (con 11 video live, uno no, e un tot di ringraziamenti)

shovels&ropeDa un po’ di anni di questi tempi pubblico l’elenco dei dischi che sono stati più significativi per me nell’anno che si chiude.
Quest’anno non se ne fa niente: nel 2013 sono stato un ascoltatore casuale e discontinuo, ed esprimerei una valutazione superficiale della quale non sarei molto convinto nemmeno io.
Così preferisco chiudere l’anno consegnandovi una piccola lista di miracoli del caso. Cinque nomi che ho scoperto e cinque che ho ritrovato, perché qualcuno me ne ha ricordato l’esistenza o magari per la coincidenza di qualche evento di quest’anno.
Ecco la mia lista del 2013, che è anche un ringraziamento alle persone e ai luoghi che, in qualche caso, stanno dietro queste scoperte e riscoperte.
Nota uno: l’ordine in cui ve li presento non corrisponde necessariamente a una graduatoria.
Nota due: se lasciate un commento, mi fa piacere.

Le scoperte del 2013

1) John Butler me lo ha fatto conoscere lui. Caterino è quel tale che in maggio salì sul palco di Springsteen a Padova e suonò la washboard su “Pay me my money down” con la E-Street Band. Lo cercai su Facebook il giorno dopo per farmi raccontare la vera storia della sua impresa leggendaria.
Qualche settimana fa sulla sua bacheca ho letto un suo commento positivo a proposito del trio di John Butler e, essendo portato a fidarmi dei gusti di un washboard player, sono andato a cercare notizie.
Perché nessuno mi aveva ancora detto niente? Butler è un chitarrista impressionante che, a differenza della maggior parte dei chitarristi impressionanti, ha capito che il senso di fare musica non è impressionare.
Così John Butler è uno che suona veramente. Ve lo presento in versione solo e trio:

2) Questa estate ero a Vienna. Di solito, per conoscere un posto (nella capitale austriaca non tornavo da quando ero ragazzino), giro per negozi di dischi. Non le grandi catene, ma quelli nascosti nei vicoletti, quelli degli appassionati.
Dalle parti del mio bed & breakfast c’era Recordbag, un posto in un seminterrato pieno di cd, di vinili e di singoli. Così pensai che, invece che la maglietta con la faccia della principessa Sissi, il mio souvenir austriaco sarebbe stato qualche 45 giri. Mi presi una riedizione della Sun, uguale uguale all’originale, di “Get Rhythm” di Johnny Cash, e un singolo di un duo mai sentito che mi incuriosì perché sul lato A c’era una cover di “Johnny 99” di Bruce Springsteen e sul lato B rifacevano “Bad as Me” di Tom Waits. Fu subito amore per Shovels and Rope:

3) La prendo alla lontana e approfitto per segnalarvi un’esperienza editoriale piuttosto interessante nata nel 2013. Max Stèfani è l’ex padre del Mucchio Selvaggio (non stupitevi per l'”ex”: se il parricidio non si pratica nel rock and roll, dove allora?). Il Mucchio è stato una grandissima rivista di rock e cultura, sulla quale molti di noi si sono formati. In verità aveva fatto una pessima fine già ai tempi di Stèfani, dopo decenni di lotte interne alla redazione, nelle quali c’è stato anche chi si è fatto male veramente. Uscito dal Mucchio, Stèfani quest’anno ha fondato “Outsider”, una rivista che si compra di carta o in pdf dal sito (ma anche in ebook nelle librerie on line!) e che (secondo il modello di riviste tipo “Internazionale”) pubblica per tre quarti traduzioni dalla stampa estera. Ora, è probabile che non sia il tipo con cui andare in campeggio insieme, e meno ancora con cui dividere le spese: ma se il vecchio Stèfani fa una nuova rivista merita attenzione. Soprattutto se arruola belle penne come Giancarlo Susanna che, facendosi largo a bracciate nello straripamento dell’ego del direttore, fanno un lavoro importante. Per chi non conoscesse Giancarlo Susanna, vi ricordo gli anni belli di Rai Stereonotte e vi dico che in Italia, se vi sta a cuore la musica che sta in quell’area vasta tra il folk e il rock, i critici di riferimento sono al massimo tre: uno è Giancarlo Susanna, gli altri due non lo so. Se vi va un consiglio, iscrivetevi al su gruppo Facebook.
È capitato che da qualche parte su Outsider citasse Jake Bugg, dichiarando la sua ammirazione e promettendo di tornarci su: senza nemmeno dargli il tempo di riprendere il discorso, mi sono fidato del suo parere e sono andato a informarmi. Ho scoperto che Jake Bugg è praticamente un liceale che scrive canzoni e le canta con una voce acerba eppure già così intensa. Vi posto un suo lungo live, ma non solo: l’immenso Rick Rubin ha ri-registrato la sua “Broken” uscita sull’album di esordio per ripubblicarla come singolo. Guardatevi anche il video poco più giù e sentite che roba.

Ed ecco la versione studio  di “Broken” prodotta da Rick Rubin:

4) Nel 2013, grazie al sito Blogfoolk, ho conosciuto Massimo Giuntini. Polistrumentista di esperienza, Giuntini non è l’ultimo arrivato, e infatti incrocia i percorsi di gruppi come Modena City Ramblers e Whisky Trail. Dicono che quello che fa e il modo in cui mescola le carte c’entrino con i Clannad, ma a me ricorda di più i Moving Hearts, uno dei miei gruppi irlandesi preferiti di sempre.

5) Ero a Coyoacán – Città del Messico – con Ricardo che mi faceva da guida fra i locali e i mercatini della zona. Se lui non avesse insistito, non mi sarei convinto a comprare quello strano anonimo cd su una bancarella, con dentro un sacco di gruppi rock and roll in lingua spagnola degli anni 60.
Così ho scoperto che in quel periodo c’erano in Messico una quantità di band che rifacevano i suoni che venivano dagli USA, spesso traducendo le canzoni di Leiber & Stoller o di Eddie Cochran. Non molto diverso da quello che succedeva da noi con i gruppi “beat” come i Rokes di Shell Shapiro e le prime canzoni di Bee Gees o Aphrodite’s Child.
Fra tutti, mi hanno colpito – anche per la presenza scenica briosa e ingenua – Los Locos del Ritmo.

Le riscoperte del 2013

1) Di Jazz Butcher mi ero dimenticato dall’inizio degli anni Ottanta, quando arrivò con un album di esordio lieve e coinvolgente. Non immaginavo neanche che fosse ancora in circolazione, finché non l’ho trovato citato da (ancora lui!) Giancarlo Susanna su Facebook. Quello più recente è un bel disco, tanto vicino a quello di allora (anche nella voce!) da farmi sentire che questi trent’anni in realtà non sono passati veramente:

2) Enzo Avitabile è uno di cui sai che fu un grande session man per i musicisti napoletani migliori, che viene dalla musica nera e che da anni suona una musica in cui trovi soul, funky e musiche tradizionali del sud. E ogni tanto pensi che dovrai trovare il tempo di ascoltartelo un po’, perché è un sassofonista che suona con un groove che lèvati, e perché se Jonathan Demme si è preso il fastidio di partire dall’America per fare un film su di lui ci sarà una ragione.
Però non mi sarei mai deciso se qualche mese fa non fossi andato a fare un giro in Puglia per ragioni a cavallo fra il lavoro e il diletto. Sulla strada fra Bari e Molfetta, Felice guidava la macchina e mi raccontava dell’ultimo concerto di Avitabile a cui aveva assistito. Felice è un grande appassionato di Avitabile, e questo lo sapevo, ma sentirlo raccontare è un’altra cosa. Così appena tornato a casa mi sono messo ad ascoltare “Black Tarantella” (pensa te che ce l’avevo, solo che era lì ad aspettare) e ho deciso di non fermarmi là.
Anche di Enzo Avitabile eccovi un bel video live. Di solito si dice “è un musicista che non ha bisogno di presentazioni”: certo non ha bisogno di una presentazione così buzzurra come quella che ne fa la conduttrice del solito Primo Maggio, che è la prova ulteriore – di cui non avevamo bisogno – della funzione riservata alla musica nella nostra TV. Il consiglio dunque è di saltare al minuto 1:08 e partire da lì.

3) Questi figuratevi se si dimenticano. I Waterboys sono un gruppo importante, di quelli che mettono l’asticella a cui dopo di loro si dovrà far riferimento. Tanto che quando il mondo impazzisce per Mumford and Sons, tu dici “sì, non male, ma… hai presente i Waterboys?”.
Pur non avendoli mai dimenticati, li ho frequentati assai poco: nel 2013 sono tornati nel mio lettore con una certa frequenza, complice il fatto che se ne sia parlato qua e là grazie alle notizie sul tour italiano (eh no, io non c’ero) e grazie all’uscita di un cofanetto sestuplo che ne celebra la carriera.

4) Non so cosa mi abbia spinto a ritirare fuori nel 2013 i suoi vecchi dischi. Forse la gioia di ritrovare – nel concerto di Springsteen a Padova – Miami Steve Van Zandt in una forma migliore di quanto non fosse l’anno prima a Milano. Fatto sta che la storia del Boss non è solo la storia di un singolo musicista, è la storia di una cerchia di ragazzi del New Jersey innamorati del rock and roll e del soul. Southside Johnny sta tutto dentro quella storia, e l’anello mancante fra lui e Bruce è il primo album in proprio di Miami Steve (o Little Steven se volete).
Di Southside Johnny amai alla follia almeno il primo album e il doppio live “Reach Up and Touch the Sky”. I vinili erano consumati, per fortuna che esiste il digitale.

5) In queste ore mi sono rimesso ad ascoltare anche i Jefferson Airplane, che conservavo nell’archivio dei momenti storici fondamentali, dal quale da anni e anni non li tiravo più fuori (mentre mi è capitato di vedere dal vivo più volte Jorma Kaukonen). L’occasione è stata un cd registrato dal vivo il 15 ottobre del 1966 al Fillmore Auditorium di San Francisco – la notte in cui la prima cantante Signe Anderson lasciava il posto a Grace Slick – che mi è stato regalato dalle mie figlie a Natale.
I Jefferson sono stati protagonisti della “Summer of love” californiana, e musicalmente sono l’anello di congiunzione fra un sacco di cose importanti.
Su Youtube si trova parecchia roba dei vecchi Jefferson, ma solo pochissima veramente dal vivo. Ecco, per concludere, un loro live del 1970:

Contro gli stereotipi

“Il problema degli stereotipi non è che non siano veritieri, ma che sono incompleti”: la scrittrice nigeriana Chimamanda Adichie tenne nel 2009 una relazione dal titolo “I pericoli di una storia unica” alle TED Conference. Raccontò della propria esperienza di bambina cresciuta nella propria cultura e poi giovane donna africana a contatto col mondo anglosassone, e delle conseguenze del fatto che su un popolo si racconti, di solito, una storia standard: non falsa, ma semplicemente parziale.
Le sue parole mi ha fatto tornare in mente, per associazione, un video realizzato nel 2012 da un gruppo di musicisti africani: una campagna umanitaria inventata, Radi-Aid (“Africa for Norway”), che aveva lo scopo di raccogliere caloriferi per i norvegesi in vista del vicino, gelido, Natale. Giocavano in maniera geniale coi modi e i linguaggi di altre iniziative, per inventare una nuova storia in cui erano soggetto, e non più oggetto.
Ecco i due video, ve li consiglio caldamente. Continue reading “Contro gli stereotipi”

Francesco Paolucci: “Ho fatto un sogno” (video)

francescopaolucciMi è capitato in più occasioni di dire che i blog, i libri, i video, la musica prodotti a L’Aquila da quattro anni a questa parte sono parte di una una specie di grande strategia di resistenza, una reazione creativa alla ferita. Quello che lega insieme tante esperienze distanti è il tema del terremoto con tutta la gamma delle sfumature metaforiche della frattura e della discontinuità.
Francesco Paolucci, videomaker di cui vi ho già detto qui, e di cui ho postato un altro lavoro qui, ha appena messo on line il suo nuovo sito JuBlogger” ( Ju = “il”, articolo maschile singolare in dialetto aquilano; a Roma sarebbe Er Blogger e a Napoli ‘O Blogger). Sottotitolo: “Nuove ipotesi di narrazione”.
Lo inaugura con un video in bianco e nero di cui è regista e protagonista. “L’Aquila: ho fatto un sogno”. Continue reading “Francesco Paolucci: “Ho fatto un sogno” (video)”

“È passato tanto tempo dall’ultima volta…” Post Scriptum, il video di Francesco Paolucci e Stefano Ianni

Schermata 01-2456316 alle 08.16.37“Post scriptum” è l’ultimo video realizzato da Francesco Paolucci e Stefano Ianni. L’ho trovato straordinario e voglio farlo conoscere ai frequentatori di questo blog.
Vi lascio direttamente alle parole degli autori…

“L’Aquila – La città, abbandonata, silenziosa e deserta da anni ormai, prende voce e manda rarefatti messaggi a chi ancora ha la forza, l’ostinazione e la devozione di andarla a trovare, di entrare nelle sue ferite e di cercare risposte.
Non fantasmi, ma persone vive ancora fanno risuonare i loro passi nei vicoli vuoti.
Non fantasmi, ma persone vive toccano i muri che si sgretolano lentamente spaccati dal gelo.
Non fantasmi, ma persone vive guardano gli intrecci di ferro e legno che sostengono l’insostenibile.
Non fantasmi, ma persone vive, con rispetto ed un sentimento al quale si fa difficoltà a dare un nome, tornano spesso a varcare quel confine tra una nuova quotidianità e la zona dove ci sono ancora molte cose in sospeso.
Tutto questo abbiamo cercato di raccontare con questo cortometraggio nato, per caso in una mattina d’inverno, dall’immersione di tre amici nelle profondità di una città”
Francesco Paolucci e Stefano Ianni

regia di Stefano Ianni e Francesco Paolucci
con Principe Valeri
voce Barbara Giuliani
musiche Stefano Ianni e Professor Kliq
Testo Francesco Paolucci
Post Produzione Stefano Ianni e Francesco Paolucci