Aiuto, i nativi!

Il sito Genitoricrescono.com ha avuto l’idea di farmi delle domande su genitori, figli e internet, nella speranza di dare una mano a madri e padri alle prese con certe domande: dovrei temere quel mondo ignoto nel quale mio figli sopperisce ogni tanto? Dovrei metterlo in guardia dai rischi? E come? Continue reading “Aiuto, i nativi!”

Quando sprizzavamo cultura da tutti i pori (cioè prima di Internet, no?)

scalfariUn mese fa nel quiz di Carlo Conti i concorrenti si rovinano la reputazione collocando la nomina di Hitler a cancelliere nel 1948, poi nel 1964 e infine nel 1979 (erano le risposte proposte insieme a 1933). Richiesti poco dopo sulla visita di Ezra Pound a Mussolini, ipotizzano il 1964. Ovviamente non si tratta di sapere in che anno Mussolini abbia incontrato il poeta, ma semplicemente di escludere che il mascellone fosse in condizioni di ricevere chicchessia nel ’48, nel ’64 o nel ’79.
Chiaro che è una tragedia. Non si può derubricare l’episodio a seppur grave ignoranza delle nozioni scolastiche. È qualcosa di peggio. Se hai trent’anni oggi e pensi che Hitler sia salito al potere pochi anni prima della tua nascita, non hai alcuna idea di come sia fatto il mondo che abiti. Guardi le cose intorno e non trovi connessioni. Il mondo è sconnesso e inspiegabile. Continue reading “Quando sprizzavamo cultura da tutti i pori (cioè prima di Internet, no?)”

Perché Il Fatto Quotidiano commenta una ricerca su memoria e fotografia?

InstagramL’articolo esce sul Fatto, edizione on line (del cartaceo non so) del 26 dicembre 2013 a firma Alberto Mucci, col titolo Instragram, tutti fotografi ma disattenti. “Si dimentica quello che si vede”. Il sommario aggiunge elementi: “L’applicazione nata nel 2010 è stata comprata da Facebook nell’aprile del 2012 per un miliardo di dollari: secondo la rivista americana Atlantic Cities potrebbe avere effetti negativi sulla nostra memoria”.
Quello che si capisce finora è che il colosso Facebook spende una fortuna per dotarsi di un marchingegno che, “secondo la rivista Atlantic Cities” danneggia la nostra memoria. Per comprendere i contorni di questo losco disegno, dunque, è utile fare due cose: 1) leggere fino in fondo l’articolo del Fatto; e magari 2) andarsi a cercare l’articolo originale sulla rivista USA.
Quello che si trova continuando a leggere il pezzo è che “l’allarme è stato lanciato dalla rivista americana Atlantic Cities sulla base di uno studio pubblicato da Linda A. Henkel della Fairfield University, Stati Uniti” e che un campione di universitari in visita a un museo aveva la facoltà di fotografare i pezzi esposti: la ricerca giungerebbe alla conclusione sorprendente, ma neanche tanto, che esiste “una forte correlazione tra numero di scatti e dettagli rimasti impressi nella memoria: più fotografie uno studente ha scattato, meno nitido è il ricordo dell’oggetto in questione”.
L’articolo del Fatto, ancora, spiega che quando scattano una foto “le persone si sentono giustificate a dimenticare ciò che hanno visto” e ad affidarne il ricordo a un medium esterno. “Di per sé questo non sarebbe un problema”, spiega il Fatto, “almeno fino a quando il numero delle fotografie scattate dalle persone non diventa particolarmente elevato.” Elevato quanto? Non lo dice. Ma soprattutto: quale potrebbe essere il problema? Mi attendo che l’articolo me lo spieghi, così continuo nella lettura: apprendo alcuni numeri molto istruttivi sulla diffusione degli smartphone e dell’applicazione Instagram. E va bene. E poi leggo: “Se un miliardo di persone cominciano tutte assieme a fotografare e postare le proprie immagini sui social network il problema evidenziato dallo studio della Fairfield University potrebbe moltiplicarsi con importanti ripercussioni sulla memoria delle persone: sia a livello individuale sia a livello di collettività”.
Ci vuole un miliardo di foto scattate contemporaneamente perché il problema “si moltiplichi”? Ma soprattutto, qual è il problema di cui si parla fin dal titolo? Non si capisce ancora. Forse lo spiega subito dopo: “E’ un po’, sottolinea Atlantic Cities, quello che sta già accadendo con la capacità delle persone di orientarsi dopo aver utilizzato troppo servizi come Google maps: se diventa impossibile perdersi è sempre più difficile sapersi orientare da soli. E c’è forse qualcosa di negativo in tutto ciò”. Non me lo spiega, ma me lo lascia intendere. Forse il problema è la delega alla macchina di una funzione alla quale prima provvedeva in esclusiva il nostro cervello, e la conseguente disabitudine a quella funzione. E “forse” in tutto ciò c’è qualcosa di negativo.
Meno male che in chiusura chiarisce che “toni allarmistici sono ovviamente esagerati e lo studio della docente di psicologia ha soltanto il compito di ammonire sulle possibili conseguenze per la memoria” dell’uso di Instagram. Son sollevato dal sapere che tutto ciò non giustifica alcun allarme, perché un po’ cominciavo ad allarmarmi (anche se non mi era chiaro perché).
Allora andiamo a vedere l’articolo originale che “ha lanciato l’allarme”. È uscito due settimane prima su “Atlantic Cities”, col titolo “Come Instagram modifica la tua memoria” (“How Instagram Alters Your Memory”). È da notare che l’articolo del Fatto Quotidiano non commenta la ricerca originaria della Fairfield University (di quella possiamo trovare un abstract qui: “Ricordi punta-e-scatta. L’influenza dello scattare fotografie sulla memoria di una visita al museo”), ma un articolo che la commenta. Non perdiamo tempo a domandarci come mai un quotidiano ci informi su quello che scrive Atlantic Cities, invece di spiegarci cosa pensino alla Fairfield University: magari anche fornire un resoconto di quel che scrive la stampa internazionale è un servizio utile. Però la prima cosa che si nota è che il contenuto dell’articolo originale non è propriamente un “allarme”. Anzi l’articolo è piuttosto equilibrato e ben fatto, e pone delle domande su come cambia il nostro modo di memorizzare l’esperienza da quando abbiamo tanti ausili esterni utili a immagazzinarla. Mi pare piuttosto che quel di più di allarmistico ce lo metta proprio Il Fatto (salvo alle ultime righe ammonire che ogni allarmismo è ingiustificato).
La seconda cosa che salta all’occhio, nel confronto, è che l’articolo originale non contiene alcun riferimento all’ingente investimento di Zuckerberg per acquistare Instagram. Il Fatto, dunque, non commenta la ricerca, che non ha consultato; nemmeno riporta un commento di un periodico illustre: usa quello e aggiunge un po’ di farina dal proprio sacco. L’autrice Emily Badger, nel riferire della ricerca della Fairfield University, parte da una premessa e da una domanda molto ragionevoli: dal momento che – come mai è stato prima d’ora – gli oggetti che ci circondano sono ripetutamente e ampiamente fotografati, è piuttosto plausibile che questa nuova ubiquità che ci proviene dalla fotografia digitale possa modificare il modo in cui percepiamo il mondo circostante. E dunque, dato che già “la tecnologia lo fa in svariati modi, perché non attraverso le fotocamere dei cellulari?”.
Dunque, nessun allarme sui danni alla memoria: piuttosto una domanda, lecita e più che giustificata, su come cambia il nostro modo di percepire e di ricordare nell’era in cui le immagini si moltiplicano, anche quelle sui dettagli più insignificanti della nostra vita.
Mi si dirà: perché traduci il verbo “to alter”, anziché con “alterare” (come fa Il Fatto), su cui pesa una connotazione negativa, col più neutro “modificare”? Perché è la scelta che mi pare più sensata, a giudicare dal resto dell’articolo e anche dalla lettura dell’abstract della ricerca (quest’ultima si scarica dal sito della rivista Psychological Science e costa un bel po’ di sterline: io ho rinunciato e mi sono limitato all’abstract, che era a totale disposizione anche del Fatto). Risulta abbastanza chiaro che articolo e la ricerca non fanno riferimento a un “danno” ma a un processo complesso, in cui gli elementi di pregiudizio (“impairment”), che pure esistono, sono bilanciati da altri, tanto che il risultato del processo (si capisce alla fine dell’articolo) può essere addirittura una più complessa articolazione della nostra facoltà di ricordare.

Quello di cui si sta parlando veramente ricorda da vicino qualcosa che in via empirica sperimentiamo comunemente. Immaginiamo tre situazioni differenti.
1: Vai al concerto del tuo cantante preferito. Balli tutto il tempo, te lo godi, partecipi, magari scambi occhiate o commenti col tuo vicino di sedia. Torni a casa che le gambe ancora si muovono per conto proprio e qualcuno ti domanda come è andata: hai della serata un ricordo “partecipato”, coinvolto. Riferisci del clima, delle emozioni e probabilmente ricordi a memoria almeno una parte della scaletta nell’ordine giusto. Ne hai una memoria più o meno fedele, ma certamente, diciamo così, “calda”.
2: Vai al concerto del tuo cantante preferito. Porti con te la macchina fotografica perché hai deciso di documentare la serata per conservarne più ricordi possibile. Passi la sera a girare per la sala in cerca dell’angolazione più felice, della luce migliore, del primo piano da ricordare. Torni a casa con giga di file immagine e la sensazione che la serata non te la sei goduta poi tanto, perché eri impegnato in altro che ballare e ascoltare la musica. Ti domanderanno com’è andata, e riferirai ricordi chiarissimi: d’altra parte quell’inquadratura l’hai pensata per dieci minuti, del batterista hai osservato anche il cinturino dell’orologio e dei piatti hai studiato ogni riflesso. Avrai un ricordo di dettagli “consolidati” dall’osservazione.
3: Vai al concerto del tuo cantante preferito. Anche stavolta hai con te la macchina fotografica. Passi il tempo a prendere foto al volo, tutte quelle che riesci, senza starci tanto a pensare. Scatti compulsivamente facendo attenzione solo al servizio d’ordine, che ti ronza intorno per sequestrarti la card appena ti coglie in flagrante. Tornato a casa avrai ricordi piuttosto vaghi e maledirai il momento in cui hai deciso di portarti appresso il marchingegno invece di pensare a goderti lo spettacolo. A chi ti domanda come sia andata dirai che devi pensarci. Ma il giorno dopo, quando avrai passato del tempo a riguardarti le foto, potrai raccontarlo dettagliatamente. Sarà, diciamo così, un ricordo di seconda mano. Un ricordo delle foto, più che dell’esperienza vissuta. Probabilmente ricorderai la scaletta della serata in maniera più vaga che in altre occasioni, ma ricorderai nitidamente il modo in cui l’artista impugnava la chitarra.
In fondo, quando fotografi metti in cornice, stai un passo indietro, stabilisci una relazione diversa con quello che osservi. Immagino che questo non sia vero per l’artista o il professionista della fotografia, ma per quelli di noi non precisamente esperti, e che fanno un uso per lo più strumentale della fotocamera, c’è una differenza rispetto a quando si è lì e ci si abbandona a un’esperienza estetica.

instaNon credo che la mia grossolana classificazione abbia un grande valore scientifico. Voglio dire solo che i modi in cui crediamo di “salvare” eventi nella memoria possono essere vari e differenti.
Nasce con Instagram questa differenza? Ma no. Quando a scuola annotavamo le lezioni, rileggere gli appunti ci permetteva più avanti di avere una comprensione puntuale degli argomenti, dei quali probabilmente non avevamo memoria una volta chiuso il blocco e riposta la penna, prima di rileggere quanto annotato. E ascoltare la professoressa poteva essere più o meno appassionante ma lasciava ricordi meno utili se dovevamo affrontare un esame qualche settimana dopo. Dall’abstract della ricerca si legge che “ulteriori processi attentivi e cognitivi impegnati in questa attività mirata possono eliminare l’effetto negativo dello scattare fotografie”.
L’articolo di Atantic Cities riferisce proprio di questi modi diversi di ricordare: i soggetti a cui era stato chiesto di zummare sui dettagli “ricordavano molto meglio le opere d’arte di chi semplicemente aveva inquadrato gli oggetti interi ed era passato oltre. Forse concentrandoci sui dettagli possiamo evitare le conseguenze negative dello scattare fotografie”. E tornare a guardare le foto è più utile che scattarle lì per lì. Quello che aiuta il nostro ricordo è “interagire con le foto piuttosto che limitarsi ad accumularle”. E infatti conclude: “Quando è stata l’ultima volta che hai guardato le tue foto su Instagram? O le hai fatte solo a beneficio degli altri?”.

Ora, la domanda interessante è come mai Il Fatto, nella sua pagina dedicata alla tecnologia, scelga di riprendere questa ricerca su immagini e percezione – anzi, un aspetto parziale – per farne una storia su Instagram che minaccerebbe la memoria. Se l’intento fosse di fare della divulgazione scientifica, consultare la ricerca non sarebbe stato inutile, e nemmeno così difficile. Magari quel pugno di sterline loro avrebbero potuto spenderlo, o comunque avrebbero potuto leggere l’abstract, come ho fatto io con una certa facilità. Invece fanno un’altra cosa: riportano un articolo altrui, caricandolo di un allarme che nell’originale non esiste e aggiungendo qualche questione di pecunia.
Qual è il senso dell’operazione? In basso a destra, nella pagina web dell’articolo, dalla finestrella degli articoli “raccomandati” si rimanda a un pezzo su Riva che vince il ricorso in Cassazione per riavere i suoi miliardi e a un altro su una manifestazione contro le scie chimiche. Sembra proprio che, così condita, la faccenda si presti a diventare vendibile alla maggior parte del pubblico del giornale: quella che predilige storie ricalcate sul “plot” di una casta danarosa che per gli affari suoi danneggia consapevolmente la salute dei cittadini. Che non è un’invenzione di qualche complottista paranoico: il problema, semmai, è quando diventa una storia unica in grado di spiegare l’universo. Una storia unica alla quale ci si appassiona fino a costruire descrizioni della realtà, o da selezionarne aspetti, secondo il criterio della funzionalità all’ennesima messa in scena di una di quelle narrazioni che hanno successo presso quel pubblico.
In un colpo solo c’è Zuckerberg che spende un miliardo per danneggiare la nostra memoria e – cosa che non guasta mai – l’ennesimo allarme su qualche diavoleria digitale che ci fa diventare un po’ più cretini.

O lo usi, o ti usa: ne parliamo mercoledì 8 maggio a Pavia (da Bresciaoggi)

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Per la rubrica “Linguaggi della rete” che curo sul quotidiano Bresciaoggi ho pubblicato lunedì 8 questo articolo.

Succede che l’8 di maggio alle cinque di pomeriggio sarò a Pavia in occasione di un incontro organizzato dal Comune in collaborazione con l’Università, il Centro Educazione Media e la Scuola secondaria di primo grado Casorati nel quadro delle Giornate dell’educazione. Hanno pensato a me per via di un librino che ho pubblicato l’anno scorso e che si chiama “Il primo terremoto di Internet” (su Amazon.it). Continue reading “O lo usi, o ti usa: ne parliamo mercoledì 8 maggio a Pavia (da Bresciaoggi)”

L’odio digitale

roberto-calasso_352-288-300x245Ho colto una parte dell’intervento di Roberto Calasso nella puntata di sabato sera di Chetempochefa. Calasso, presidente e direttore editoriale di Adelphi, e scrittore, era in trasmissione per parlare di “L’impronta dell’editore”, libro che ha a che fare con l’imminente cinquantesimo compleanno della storica casa editrice. Continue reading “L’odio digitale”

Si diventa ciechi e si perde anche la memoria

pornoLa collega Chiara Cicala, che ringrazio, mi segnala su Facebook questo articolo (da un sito che proclama di sostenere la “rivoluzione culturale” dell'”informazione indipendente e di qualità”), osservando – a ragione – che il titolo contiene una scorrettezza.
Il post si intitola “La pornografia su internet interferisce con la memoria” Continue reading “Si diventa ciechi e si perde anche la memoria”

Parlando di nativi digitali

Questa è la presentazione della relazione che ho portato sabato 3 novembre, al convegno del Laboratorio di Gruppoanalisi a Torino.
Il titolo che mi era stato assegnato era “Forme aggregative e codici comunicativi nei nativi digitali” e questo è il modo in cui ho cercato di svolgerlo.
Potete cliccare “play” oppure seguire il link e scaricare la presentazione nel formato che preferite.
Un grande grazie a Luigi D’Elia. Continue reading “Parlando di nativi digitali”

Malati di Internet ma anche no

L’articolo che segue è uscito lunedì 15 su Bresciaoggi nella mia rubrica “Linguaggi della rete”. Si discute di Internet e dipendenza, questione che ha implicazioni assai più ampie di quel che si può immaginare. (L’illustrazione viene da qui).

Non stupisca che a occuparsene sia Forbes (la rivista di economia e finanza) perché la questione è ricca di implicazioni non soltanto culturali e cliniche, ma che riguardano anche le casse pubbliche e le tasche dei cittadini. Scrive Alice G. Walton che la squadra di esperti dell’APA (l’Associazione Psichiatrica Americana) Continue reading “Malati di Internet ma anche no”

Il terremoto racconta la rete

Che il web abbia raccontato il terremoto dell’Aquila in maniera – diciamo – complementare ai media tradizionali, lo sappiamo. Che abbia dato dapprima un contributo di partecipazione emotiva alle cronache, perché raccontava “da dentro”, anche questo è noto. Che via via sia diventato il controllore dell’informazione mentre i “grandi” mezzi di comunicazione cianciavano di ricostruzioni e ritrovata serenità, l’abbiamo detto tante volte.
Ma se è ovvio che la rete ha raccontato il terremoto dell’Aquila, non è altrettanto evidente che L’Aquila e il suo terremoto costituiscono un’occasione per “capire” la rete. Continue reading “Il terremoto racconta la rete”