Non prendetela come una classifica dei dischi che cambieranno la storia e non attribuitele pretese di oggettività: come quasi tutti gli anni, il tenutario di Tarantula si prende la responsabilità di indicarvi i dieci dischi senza i quali l’anno passato (il suo, ovvio) non sarebbe stato come è stato: quelli che l’hanno reso un po’ migliore, o un po’ meno peggiore, di come avrebbe potuto essere altrimenti.
Peraltro, attendevo per il 2017 due lavori che non sono arrivati e che avrebbero figurato sicuramente qui in mezzo. In uno, che dovrebbe arrivare in febbraio, ho ragione di nutrire una certa fiducia. Dell’altro posso dirlo con assoluta certezza, perché lo sto ascoltando da parecchi mesi. L’avremo in primavera e non avete idea di cosa vi aspetti.
Comunque, dicevamo del 2017.
I dischi che ho scelto non sono necessariamente in ordine di preferenza. Solo del primo posso dire che è stato la più bella sorpresa. Diciamo che abbiamo un disco dell’anno e altri nove dischi che ho amato e che mi hanno tenuto compagnia, in ordine sparso. Per le statistiche: si tratta di quattro italiani, due italo-britannici, un inglese a tutti gli effetti e tre americani che più americani non si può.

Il mio disco dell’anno: Federico Sirianni, “Il santo”

Federico Sirianni sa scrivere e ha una cultura musicale importante. Conosce gli americani, ne ha assimilato la lezione e la restituisce in modo molto personale e per niente, come si dice, “derivativo”.
L’ultimo album è scritto e arrangiato con una classe che non circola facilmente nella musica italiana, e anche con una grande libertà dalle prescrizioni del mercato. È un album scintillante, commovente, vario e ben suonato. Ospiti importanti (Cecilia Lasagno, arpa e voce; Giua, cantautrice e chitarrista da Genova; e poi, ve lo aspettereste Arturo Brachetti? C’è anche lui) non debordano e anzi impreziosiscono il lavoro.
“Il santo” vi farà amare questo autore e la sua poesia. Bello da cima a fondo, ma almeno tre o quattro pezzi sono di valore assoluto.

The Gang, “Calibro 77”

Completamente autofinanziato attraverso una campagna di crowdfunding, “Calibro 77” è stato registrato e lavorato fra il New Mexico, il Colorado e Macerata, ed è prodotto da Jono Manson. Raccoglie canzoni dei cantautori italiani degli anni 70 (Finardi, Manfredi, De Andrè, De Gregori, Gaber…).
Il suono e gli arrangiamenti sono sorprendenti e riportano tutto a casa del folk rock americano, anche se al centro c’è come sempre la storia del nostro paese, con la memoria di quegli anni 70, cruciali dal punto di vista politico come da quello musicale.

Thomas Guiducci, “The True Story of a Seasick Sailor in the Deep Blue Sea”

Album uscito in realtà alla fine del 2016, ma approdato dalle mie parti un po’ dopo. È il secondo di Thomas Guiducci, a quattro anni dall’esordio discografico.
Il blues e lo swing sono le acque in cui nuota l’autore, con la libertà che gli consente di saltare dalle atmosfere più tradizionali ed acustiche a quelle più distorte della seconda parte dell’album (per cui è stato da qualche parte paragonato a Neil Young: non senza qualche ragione, per lo meno sotto il profilo della libertà rispetto ai generi e alle forme).

Andrea Tarquini, “Disco rotto”

Anche qui torniamo nel 2016, ma un po’ perché ero distratto, un po’ perché son cose di cui è difficile sentir parlare il giorno dopo la pubblicazione, questo disco l’ho scoperto all’inizio dell’anno che sta per finire. Di Andrea Tarquini mi ricordavo un lavoro brillantissimo dedicato, qualche anno prima, alla musica di Stefano Rosso – cantautore e chitarrista romano col quale Tarquini si è formato.
Andrea Tarquini viene dalla scuola bluegrass di Roma, e questo album ha – negli arrangiamenti – un’impronta un po’ meno coraggiosa del precedente: ma è un lavoro pregevolissimo, composto di ottime canzoni fra cui una “Fiore rosso” che è dedicata alla vicenda di Eluana Englaro. Grande scrittura e grande chitarra.

Emma Tricca e Jason McNiff, “Southern Star”

Che bellezza scoprire album così, raccolte di canzoni con la bussola puntata sulla canzone folk britannica e USA. “Southern Star” è un piccolo disco di sei canzoni suonate in fingerpicking, sulla scia del migliore cantautorato americano.
Emma Tricca è italiana e vive a Londra. Della Gran Bretagna ama la musica tradizionale (elesse John Renbourn a suo mentore in occasione di un tour italiano) ma il cuore la porta altrettanto verso la canzone americana degli anni 60. Stessa scuola per Jason McNiff, inglese con radici in Irlanda e Polonia.
Bellissimo duo, per un album di cui essere grati.

Marco Beasley, Private Musicke e Pierre Pitzl, “Meraviglia d’amore: Love Songs from 17th Century Italy”

Cantante, attore e musicologo anglonapoletano, da anni è un mio punto di riferimento per la musica antica e popolare.
Quest’anno ha prodotto un album con una formazione che comprende chitarre barocche, tiorba, viola da gamba, per esplorare il ‘600 italiano attraverso compositori noti e altri meno conosciuti.
Non è possibile condividere il video fuori da YouTube, ma cliccate sull’immagine per raggiungere “Alma mia” di Giovanni Girolamo Kapsberger.

Richard Thompson, “Acoustic Classics II”

Una grande opportunità di ascoltare Richard Thompson nella versione voce e chitarra, alle prese con suoi classici suonati in arrangiamenti essenziali.
È il secondo capitolo di un progetto iniziato nel 2014.

Neil Young and the Promise of the Real, “The Visitor”

Incontenibile Neil Young, arriva in dicembre con questo nuovo capitolo in compagnia di Promise of the Real, e si tratta di un disco che spiazza continuamente perché non ti dice mai dove va a parare ma ti porta sempre dove non ti aspetti. Divertente, geniale, caleidoscopico. Va bene che la scrittura non sarà più quella degli anni Settanta, e il gioco di coglierti continuamente di sorpresa comincia ad essere prevedibile, ma abbiamo accettato di giocare ormai molti anni fa, e poi gli riesce sempre bene da morire.

Willie Nile, “Positively Bob”

Ma come si fa a non voler bene a questo grande rocker che nella maturità sforna uno dopo l’altro dischi persino più belli di quelli che faceva da giovane?
Newyorkese, vecchia scuola, Willie Nile arriva nel 2017 con un album dedicato ai classici di Bob Dylan. Affronta alcune delle canzoni più note, che è un’operazione forse comoda da un certo punto di vista ma anche rischiosissima. Chi se ne frega, in fondo: il risultato è bellissimo e dona ai classici dylaniani una veste rock and roll che gli cade a pennello.

Little Steven and the Disciples of Soul, “Blues is my Business”

Possente, caldo, ben suonato e magnificamente composto e arrangiato.
Tanto Steve van Zandt appare stanco e passivo sul palco di Springsteen, tanto è energico e esplosivo in questo progetto in proprio: torna alla guida dei suoi Disciples of Soul con un album formidabile che ha riscaldato il 2017 e l’ha portato in tour anche da noi. Magnifico.


Edit: lo so che così diventano undici, ma senza questo la lista non sarebbe abbastanza fedele.
Un altro disco che è stato importante per il mio 2017 è stato “Bone on bone” di Bruce Cockburn.

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