Di Tiziano Scarpa avevo già parlato tempo fa sul mio blog, essendomi trovato accanto a lui e agli amici di Ibridamenti in una tavola rotonda al Venezia Camp 2009 in cui si parlava di autori e scrittori. Mi colpì il suo intervento: usò argomenti su cui mi confrontai, ma che trovai convincenti e appassionanti.
Qualche giorno dopo andai a comprare il suo Stabat Mater (Einaudi, 2008), fresco di Premio Strega.
Così questa estate (mentre, credo, in libreria si trovava già il successivo) era sul mio comodino, nella pila di libri che acquisti durante l’anno e che poi in agosto infili in valigia nell’attesa di poterteli godere finalmente.
La storia è raccontata in prima persona da Cecilia, sedici anni, che cresce dalle suore dell’Ospitale della Pietà a Venezia nei primi decenni del Settecento. Cecilia si racconta nelle lettere che scrive di nascosto, di notte, alla madre, anzi: alla “Signora Madre”. Che non conosce, di cui non sa nulla, ma che fantastica e che rende destinataria dei suoi pensieri come della sua rabbia.

E guida il lettore fra le angosce che popolano il suo mondo, conversando con un’altra presenza di cui non vi dico nulla per non svelarvi una delle trovate più forti del libro, se non l’avete ancora letto.
Stabat Mater è un libro emozionante.
Per la credibilità con cui il suo autore dà voce alla complessa psicologia femminile della protagonista? Sì, certo.
Per l’affetto con cui la accompagna persino nello
choc della scoperta del proprio corpo, lei prigioniera di quelle mura che ne castigano i sensi e la curiosità? Sicuro, sì.
Per come riesci a entrare nel suo mondo interno, livido di orrore e di abbandono, eppure godere anche tu di quel guizzo di luce e di genialità che tiene Cecilia viva e indomita? Sì, anche per tutto questo.

Ma sai qual è la cosa che più di tutte mi ha tenuto legato a Cecilia e al suo violino (perché non ve l’ho ancora detto, ma la protagonista suona nell’orchestra dell’Ospitale: annotatelo perché è un pezzo importante della storia), alle sue suore e agli altri personaggi, fino all’ultima pagina di Stabat Mater?
È che la giovane Cecilia ha capito una cosa della vita, e per tramite del suo narratore aiuta anche noi a capirla un po’ meglio.
“Io sono la mia malattia e la mia cura” è il modo in cui si presenta già dalle prime righe.
Ecco: Cecilia ha capito che malattia e cura non sono due opposti, ma due parti dello stesso processo. Che nella vita non esistono contrari, e che quelli che siamo soliti pensare per facilità come tali in realtà si generano reciprocamente.
Quando Cecilia si sente inesistente, un niente nella vastità del mondo, pensa al “Signore Dio presente in ogni singola minuzia”. Come lui riempie di sé tutti i posti del mondo, lei li riempie della sua assenza: “Quanto è vasta questa mia assenza! Quando ci penso mi viene il capogiro”. E così l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo arrivano ad assomigliarsi.

Tutta la storia di Cecilia è una ricerca del punto in cui gli opposti sono la stessa cosa.
Cosa fa sì che Cecilia (persino in una istituzione che sulla differenza fra quello che sta di qua e quello che sta di là ha idee piuttosto inflessibili!) conosca la saggezza del cercare le somiglianze e le connessioni invece delle differenze e delle divisioni?
Io me la sono raccontata così: ciò che guida Cecilia è il fatto che è una musicista, e per di più di straordinario talento. E passerà proprio attraverso la musica (e attraverso il rapporto col nuovo compositore dell’Ospitale: il prete rosso, Antonio Vivaldi, nei confronti del quale, guardacaso, proverà insieme la più sdegnosa diffidenza e la più bruciante curiosità) il suo viaggio verso il punto in cui l’orrore e la gioia, la rabbia e la quiete, l’odio e l’attrazione annullano le distanze e accettano la loro necessità reciproca.

P.S.: metto in conto che qualcuno possa trovare eccessivo il mio entusiasmo e anche che la mia chiave di lettura possa essere una grossolana cavolata. Però una cosa mi sento di dirla serenamente: chi ha parlato di depressione a proposito di Stabat Mater non ci ha capito un accidente.

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15 thoughts on “Uomini che raccontano le donne [1]: Tiziano Scarpa e “Stabat Mater”

  1. La recensione che hai scritto mi ha incuriosito.
    Potrebbe senz’altro essere utile come biblioterapia.
    Andando sul filosofico già nell’antichità Platone,affermava che la musica è la più nobile delle arti.
    Il ritmo e i suoni hanno un potere catartico e sono in grado di curare.Basta pensare alla musicoterapia.
    Jim Morrison non diceva ‘the music is your special friend until the end?

  2. Caro Massimo,
    ciascuno può entusiasmarsi e appassionarsi per quel che vuole, per carità. E però….
    1) Io ho molto riserbo a raccontare, sopratutto in prima persona, i maschi, e infatti credo di averlo fatto in un’unica occasione. Mi sembra che le donne, che conosco di più, abbiano un sacco di cose da dire e da dirsi. E, comunque, nel raccontare l'”altro da me” mi pongo un sacco di problemi. Mi piacerebbe che anche i maschi, almeno ogni tanto, facessero altrettanto.
    2) La questione solita, anche un po’ abusata, è: ma allora Flauberto non doveva scrivere “Madame Bovary”? Certo che la poteva scrivere. Ma intanto i suoi tempi non erano quelli di oggi. E poi, quando un uomo racconta una donna, o viceversa, bisognerebbe sempre ricordarsi che quello è un punto di vista di genere. Dell'”altro” genere.
    3) Non so dove e come lo si possa reperire, ma ti consiglierei di leggere “Lavinia fuggita”, di Anna Banti, che credo peraltro Scarpa abbia letto eccome. Argomento ed ambientazione quasi identici, penetrazione psicologica tutta diversa, e non per caso!
    Ciao, e perdonami: non smetto di essere la “signorina Precisetti”… In più, continuo a voler essere – quando mi riesce, cioè di rado – una scrittice. Benché ancora qualcuno, magari per dir bene di me, dice che sono “un bravo scrittore”. Presunto neutro della carica o dellla professione: ma il neutro non esiste, né in natura, né nella lingua italiana.
    Buon congiuntivo, e buon imperfetto
    clara

  3. @ Vittoria: …e forse la familiarità con l’arte e l’estetica aiuta a pensare in termini di globalità anziché di parti.
    Aggiungerei alle tue citazioni un celebre regista che ebbe a dire “la musica mi ha salvato la vita”. Beh, ok… non disse “la musica”. Disse “il rock’n’roll”. 😉

    @ Clara: ben ritrovata! Grazie del tuo commento.
    Con Clara Sereni – lo dico per chi ci legge – ho un debito da saldare. In una delle nostre ultime conversazioni, un paio di mesi fa, mi accennò a uno dei suoi libri e io le promisi che appena letto le avrei fatto conoscere le mie impressioni da “addetto ai lavori” (diciamo che il libro in questione in parte attinge a un campo che dovrebbe costituire il mio, come si dice, “specifico professionale”).
    Da quando l’ho letto torno ogni tanto a riaprirlo nell’attesa di poter mettere in parole i miei commenti e le mie domande per Clara. Non è facile: credo soprattutto perché Clara Sereni è una donna che nei libri che scrive, come nell’impegno che da anni porta avanti, ci mette tanto della sua “prima persona”, della propria storia.
    Così non vi dico di che libro si tratta perché è lì sulla scrivania che aspetta che ci torni su, e prima o poi ne saprete qualcosa: quello che voglio dirvi è che per me (per me: non so nemmeno se lei condividerebbe questa punteggiatura) Clara Sereni è una scrittrice che racconta in un modo dolente e bellissimo l’incontro con l'”altro”, col diverso; e il fatto che quando ti capita di incontrarlo diventi anche tu partecipe di quella condizione di “altro”.
    Dunque prendo molto seriamente il suo richiamo: che mi pare sia quello di non dimenticare che qualunque punto di vista sull'”altro” è innanzitutto un punto di vista; e che raccontare una prospettiva sul mondo guardandola dalla propria prospettiva sul mondo è un’operazione che richiede un rispetto totale e una grande responsabilità. Se poi le prospettive hanno a che fare col genere, o con la cultura, devono accettare di fare i conti con un grado decisivo di incommensurabilità le une per le altre.
    Cara Clara, altre cose te le dirò in privato. Grazie di essere passata, di aver lasciato il tuo commento e di aver allargato la prospettiva, anche con il tuo consiglio di lettura (a una rapida occhiata, il libro della Banti pare tragicamente irreperibile, ma ci proviamo).
    Che poi, allargare i confini di un discorso è sempre un indispensabile esercizio di pensiero al congiuntivo, ed è la ragione principale per cui abbiamo bisogno del lavoro degli scrittori e delle scrittrici. Ciao!

  4. “Io sono la mia malattia e la mia cura”…

    La stessa idea geniale l’avevo letta per la prima volta nell’introduzione di Bateson del diario di Perceval (Perceval: un paziente narra la propria psicosi, 1830-1832). Purtroppo non ho il testo con me per citarla… Ricordo che dopo averla letta mi si era aperto un nuovo mondo, molto più misterioso e interessante di come di solito ci viene descritto.

  5. Grazie Massimo di aver letto e valutato in maniera così coinvolta.

    Grazie anche a Clara Sereni di essere intervenuta generosamente.

    Penso che immedesimarsi nell’altro sia uno dei pilastri fondativi della letteratura, almeno quella narrativa. E’ una delle sue caratteristiche che ha fatto maggiormente scandalo, da Platone in poi (che ne sanno i poeti degli dei? E come si permettono di rappresentarli?).

    A che cosa si riferisca Clara Sereni non mi è molto chiaro. Parlava in generale? Le pare che gli autori di tutti i tempi, e particolarmente quelli di oggi, abbiano rappresentato male le donne? E che le autrici donne – aggiungo io – abbiano a loro volta rappresentato insufficientemente gli uomini? A me no, assolutamente no.

    Quando leggo Jane Austin, Fedor Dostoevskij, Virginia Woolf, Anton Cechov, ecc., non assisto solo al dispiegarsi di “punti di vista di genere”, ma “imparo” cose sugli uomini e sulle donne, “divento” sia uomo che donna, compartecipando e compatendo e tifando (o aborrendo) le sorti di quei personaggi.

    Io non penso affatto che “quando un uomo racconta una donna, o viceversa, bisognerebbe sempre ricordarsi che quello è un punto di vista di genere. Dell’”altro” genere.” Questo è un argomento ideologicamente femminilistico (ho a ragion veduta scritto “femminilista”, e non “femminista”). Mi spiego. Se fosse vero quel che dice Clara Sereni, bisognerebbe applicarlo a qualunque figura, a qualunque immedesimazione, a qualunque punto di vista. Ovvero, non bisognerebbe mai dimenticare che quando un autore povero scrive di un ricco quello è un punto di vista classista, quando un umano scrive di un animale quello è un punto di vista di specie, quando un reazionario scrive di rivoluzione quello è un punto di vista politico, eccetera. Questo vale per il discorso civico in senso stretto (per quanto, anche in quel caso, a me interessa il contenuto di verità e giustizia dei discorsi, un po’ meno chi li fa). Ma l’arte della letteratura, la poesia e la narrativa, riescono a superare proprio la fonte dell’enunciazione, i suoi limiti, a volte persino a insaputa e o a dispetto delle intenzioni dell’autore-autrice.

    Non voglio fare la lezioncina, tantomeno a Clara Sereni, e mi scuso con lei: queste cose le sa molto meglio di me. Semplicemente, prendo spunto dalle sue parole, sfrutto l’occasione per dire alcune cose a cui tengo. La letteratura è uno dei varchi offerti all’individuo per superare il proprio isolamento personale.

    Simone Weil fa l’esempio di un ragazzo che, quando risolve un problema di matematica, entra nell’ “impersonale”. In arte, questo si capisce bene nella musica. Quando un musicista compone una melodia, trova un geniale giro di basso, eccetera, trascende e supera la sua individualità, la sua storia personale, il suo punto di vista di maschio o femmina eccetera. Scopre l’impersonale. Porge musica. Non smette di essere afroamericano, o un compositore barocco dell’inizio del Settecento, ma scopre anche qualcosa di universale, che va oltre la pura espressione di sé, delle proprie caratteristiche personali, storiche, ecc. Io penso che anche con la letteratura si può essere non-più e non-solo sé stessi, ma si può fare esperienza dell “eteropersonale” (raccontare qualcun altro che non siamo noi, immedesimaci, capirlo) e persino dell’impersonale (descrivere una stella, un fiore, un paesaggio, una legge, immedesimarsi in essi, se così si può dire – di solito sono cose che accadono più nella poesia che nella narrativa, ma non è detto).

    Perciò a me dispiace un po’ quando vedo questi richiami a fare molta attenzione se chi scrive di donne è un uomo eccetera. Certo, bisogna diffidare sempre di chi ci rifila sòle, travestimenti strategici, distorsioni, faziosità spacciate per imparzialità o, peggio, spacciate per immedesimazione ed empatia… Ma dicevo che mi spiace perché mi sembra un modo di tagliare una possibilità, una delle più grandi e importanti possibilità che può offrire l’arte. Quella di non essere condannati a ripetere soltanto sé stessi. Persino un cane, quando fa “bau”, non dice soltanto il suo essere cane, ma sta dicendo “attenzione, lì c’è un pericolo”. Riesce a descrivere uno stato di cose, trascendendo sé stesso. Certo, è il suo punto di vista di cane, è il pericolo secondo lui. Ma persino a un cane è concesso di esprimere l’altro da sé. Solo ai maschi si fanno le bucce quando si mettono a scrivere di donne 🙂

    A proposito di cànidi. Se leggo “Zanna Bianca”, non dimentico che ho sotto gli occhi delle parole, ma anche sì. Non dimentico che quello è il punto di vista di un uomo, ma anche sì, perché la potenza di verità ed esperienza del romanzo mi fa diventare lupo. Questa è la letteratura, è uno dei valori (parzialmente irrazonali e insensati, e infatti fin dall’inizio sottoposti a critica, delegittimazione filosofica, censura, ricattatorii richiami al “realismo”, eccetera) che l’Occidente si è dato. Perciò l’istanza di Clara Sereni, sebbene condivisibile nella sua esortazione alla cautela rappresentativa, al “porsi problemi” (giustissimo porseli artisticamente, umanamente, sempre, nei confronti di tutti i personaggi e gli esseri), non vedo perché dovrebbe richiedere una legislazione estetica speciale quando sono autori maschi a immedesimarsi in personaggi femmine.

    Oppure Carla Sereni parlava in particolare, riferendosi al mio libro. Io di “problemi” me ne sono fatti, come sempre quando scrivo non-liricamente ma narrativamente, e cioè mi immedesimo in qualche personaggio che non sono io. Il risultato, in questo libro, non sta a me giudicarlo.

    Mi fa sorridere un pochino – ma molto bonariamente – che mentre quando si scrive dal punto di vista di un assassino seriale, un politico corrotto, o di qualunque altro personaggio palesemente e chiarissimamente lontanissimo dall’autore-autrice, nessuno ha alcunché da ridire.

    Sarà un caso, ma l’argomento del “diritto di narrare l’altro” e la sua “plausibilità” in tutti questi anni io l’ho visto eccepito soltanto quando un uomo si permette di raccontare in vesti narrativamente femminili. E’ veramente curioso. Si auspicano maschi che sappiano immergersi nella sensibilità femminile, salvo poi rivendicarla come esclusiva quando qualcuno tenta di farlo davvero…

    Grazie ancora della lettura e della discussione

  6. Non sono brava come Scarpa a rispondere in termini decisamente teorici, ma ci provo. Precisando che quel che dico ha molto più a che fare con la MIA scrittura e le riflessioni che faccio in proposito, che non con giudizi che riguardino altre o altri.
    1) Credo, temo che la letteratura dell’Ottocento (per non dire della precedente) abbia già raccontato pressoché tutto quel che si può raccontare. Cosa, allora, si può ancora? Penso soltanto un punto di vista che abbia una qualche particolare caratteristica, da trovare evidentemente dentro il proprio sguardo e/o la propria esperienza.
    Per quanto mi riguarda, è la possibilità di assumere e raccontare un punto di vista che mi sembri non inflazionato (del tutto del tutto nuovo non è mai) che mi autorizza a quel gesto di estrema protervia che è scrivere per pubblicare. Dico protervia, perché tale mi sembra la richiesta che qualcuno dedichi a quel che ho scritto alcune ore della propria vita.
    2) Come si sa, i libri pubblicati scritti da uomini sono ancora oggi molto più numerosi di quelli scritti da donne. Credo che anche i premi di rilievo nazionale attribuiti rispettino la stessa proporzione, se non la peggiorano addirittura.
    3) Questo mi sembra dovrebbe far porre ai maschi qualche problema in più. Certo non voglio “le quote” in letteratura (in politica sì, assolutamente), ma qualche riflessione sui riequilibri possibili sì.
    4) L’identificazione con il personaggio, con tutti i personaggi, primari e secondari, è sempre non solo inevitabile, ma necessaria. Non si potrebbe altrimenti in alcun modo tratteggiarne le psicologie. Io, te, lei, lui sono tutti personaggi che la/lo scrittrice/scrittore deve trovare dentro di sè. Scegliere di raccontare in prima persona un personaggio fortemente altro da sé è però faccenda diversa. Io (di nuovo io, e non me la prendo con altre/i) per esempio non me la sentirei di raccontare in prima persona una storia di mmigrazione, anche se fosse di una donna: proprio perché le esperienze che posso pescare dentro di me hanno i loro punti estremi, ma “quell'” estremo è altra cosa.
    Mi sembra una forma di rispetto. Un modo per non far finta di sapere tutto. Del resto, credo che i maschi ne abbiano ancora e ancora da scoprire e scavare dentro di sé. Anche pensando al “lato femminile”, che però credo abbia dentro ben più contraddizioni, rimozioni, confusioni e quant’altro di quel che può venire fuori “prestando” ad una donna
    un lato così travagliato di sé.
    Grazie… del tempo che vi ho preso!

  7. Grazie a Clara Sereni, invece, e grazie a Tiziano Scarpa.
    Io spero che chi passa di qui colga tutta l’importanza delle questioni di cui ci parlano. Questioni che non riguardano soltanto la narrativa ma, trasversalmente, anche altre aree del sapere.
    A proposito del mio “specifico professionale”, scrissi anni fa con Adriana Valle un libro (non prendete questa annotazione come uno spot a tradimento, ché tanto il libro in questione è ormai più introvabile del buon senso) partendo proprio dalle questioni di genere che nel mio mestiere si affrontano da anni. Perché anche la psicologia è dominata da sempre dai maschi: i maschi fanno le teorie su quello che è normale e quello che non lo è. Con la scellerata conseguenza che la psicologia femminile è stata letta a volte in termini di patologia anziché di differenza (differenza, intendo, rispetto a quella maschile che costituiva il punto di riferimento: e forse differenza più culturale e ambientale che “naturale”).
    Per cui quello che estraggo da questo dibattito sono due domande che mi sembrano di particolare urgenza: è possibile uno sguardo sul mondo che tenga conto dell’irriducibile alterità, dell’incommensurabilità dell’altro (nei discorsi sulla cultura si direbbe: uno sguardo non etnocentrico)? E poi: è possibile assumere un punto di vista sensibile alla differenza che non ci paralizzi nella possibilità di dire alcunché su quello che vediamo?
    E non solo chi fa il mio mestiere saprà cogliere quanto la psicologia abbia bisogno di porsele.

    Giorgio cita Bateson, che sui dualismi aveva da dire cose interessanti. Il passaggio a cui credo tu ti riferisca, Giorgio, dice “È una delle caratteristiche più interessanti della schizofrenia: la malattia, se di malattia si tratta, sembra a volte avere proprietà curative”.
    Bateson era uno che nel trattare le questioni, davanti a due alternative si appassionava più alla dinamica degli opposti che alle risposte conclusive. Per questo, grazie due volte a chi interviene e speriamo che la discussione non si fermi qui…

  8. Grazie della discussione. Riprendo i punti dell’ultimo intervento di Clara Sereni, che ringrazio moltissimo per la pazienza, e per praticità ci metto dei titoli in maiuscolo che riprendono, sintetizzandoli, i suoi argomenti

    1) L’OTTOCENTO HA GIÀ NARRATO TUTTO
    Non sono molto d’accordo, perché dopo l’Ottocento gli scenari storici e sociali (democrazia, tecnologia, mass media, nuove arti pop, i totalitarismi armati di tecnologie potentissime – dal microfono che amplifica la voce del dittatore e consente di riempire le piazze come mai prima, alla televisione. . . – la nascita della “classe” giovanile e la contestazione dell’organizzazione dell’esistenza, dall’amore al consumo alla gestione della politica, il mercato culturale, lo sviluppo della medicina, l’uso della psicologia nel quotidiano, ecc.) hanno ampliato e innovato le fondamenta stesse dell’esperienza umana e le relazioni fra persone. Dopo l’Ottocento c’è stato e c’è ancora molto da raccontare di nuovo, nuovi poteri, e persino nuovi archetipi, forse, o comunque nuove incarnazioni degli archetipi che interagiscono nelle psicologie.

    SCRIVERE È PROTERVO
    Quando leggo un libro, non sento affatto protervo il fatto che sia stato scritto e pubblicato. Al contrario, ringrazio che lo scrittore o la scrittrice abbiano dedicato tanta cura e tanto tempo alla loro opera (spesso insensatamente, senza nessuna prospettiva di successo o guadagno), dando il meglio della loro intelligenza, fantasia, cultura, esperienza per darmi una visione delle cose e delle persone che io da solo non avrei mai saputo far sortire da me stesso. Io ho fame di punti di vista altrui. E poi, in letteratura io trovo la voce del non-esperto e del non-patentato, trovo la parola che non appartiene ai poteri istituzionalizzati ma sgorga dagli individui disarmati. In tutti gli altri campi della società, può parlare in pubblico chi ha potere, o chi è stato selezionato da un’istituzione, o, nella meno peggiore delle ipotesi, chi ha una testimonianza da porgere (ma chi gli dà la parola? E comunque la sua possibilità di intervenire nel discorso pubblico è circoscritta a quella testimonianza e non ad altri temi). In letteratura parlano anche quelli che non hanno voce altrove. La protervia la incontro in ben altri campi.

    SCRIVONO E VENGONO PREMIATI PIÙ UOMINI CHE DONNE
    Non ho dati generali (esistono?), ma mi pare che oggi ci siano moltissime donne che scrivono e pubblicano. Non vedo alcuna sproporzione. L’anno scorso il Campiello l’ha vinto una donna, e così il Nobel. Quest’anno la seconda classificata allo Strega ha avuto una convinta promozione da parte del suo editore (pagine intere di pubblicità in tutti i quotidiani, inserzioni e comunicati in tutte le maggiori radio e persino al cinema: un lancio pubblicitario che, se non sbaglio, non si era mai visto in Italia per un romanzo). Lo scrittore forse più letto al mondo dell’ultimo decennio nell’intero pianeta credo sia J K Rowling, cioè una donna. Qualche giorno fa il Corriere dedicava un articolo a Danielle Steel, il titolo parlava di 590 milioni di copie vendute. Non vedo davvero una penalizzazione nella diffusione della parola femminile.

    LE “QUOTE” IN LETTERATURA E LA RESPONSABILITA’ DEGLI AUTORI MASCHI
    Che c’entra l’eventuale sproporzione editoriale delle “quote” fra autori maschi e femmine con la possibilità per gli scrittori maschi di poter rappresentare personaggi femminili? Intendiamoci, non mi sfugge la tesi di Clara Sereni (che esplicito ancora di più, senza, spero, forzarla o distorcerla): c’è una egemonia letteraria maschile, il discorso letterario è gestito dal potere maschile, che quindi si permette di far prevalere anche le sue rappresentazioni, per esempio personaggi femminili spacciati per plausibili, immedesimazioni di maschi in vesti da donne che vengono approvate dall’istituzione letteraria (editoria, critici, premi, ecc.) le quali istituzioni in realtà sono a prevalenza maschile, e dunque confermano e diffondono un immaginario sproporzionatamente maschile. Io non condivido la premessa (la prevalenza istituzionale maschile in letteratura), e comunque non vedo perché un artista, maschio o femmina che sia, dovrebbe sentirsi meno legittimato a dar forma alla propria opera, o a quegli aspetti della propria opera (rappresentazione di uomini o donne) che gli/le stanno a cuore. Siamo liberi, la letteratura è uno dei pochi luoghi liberi, in cui i cittadini altrimenti senza potere possono far sentire la propria voce, e dovrebbero mortificarla in partenza per una (tutta da dimostrare) stortura sessista del paesaggio?

    SCRIVERE DI IMMIGRATI O ALTRI PERSONAGGI MOLTO DIVERSI DA SE’
    Mi spiace, ma questo è lo scandalo della letteratura. O la si accetta, oppure si hanno a disposizione cento argomenti di delegittimazione (filosofici, teorici, antropologici, cognitivi ecc. ecc.). Non è questione di “far finta di sapere tutto”. E’ l’arte della fantasia messa in forma di parole. La nostra cultura, da qualche millennio a questa parte, ha ritenuto che lì dentro, dentro le fantasie individuali messe in forma di parole, ci fosse un valore irrinunciabile per la comunità. Anche se ha creato cento controspinte, contrappesi, più o meno pesanti (critica letteraria, canoni, delegittimazione filosofica, censura) per selezionare o vietare. Capisco il richiamo al “rispetto” di Clara Sereni per le esperienze estreme di chi vive in maniera molto diversa da chi scrive, ma mi sento molto in sintonia con quel che dice Massimo Giuliani: “è possibile assumere un punto di vista sensibile alla differenza che non ci paralizzi nella possibilità di dire alcunché su quello che vediamo?” Per me sì, è possibile, e proprio la letteratura, fra le altre forme di discorso, ce lo ha insegnato, oltre all’antropologia, la sociologia, ecc. Non si pesca soltanto dentro di sé. C’è anche la documentazione, l’inchiesta, il colloquio, “l’osservazione partecipante”, l’andare a informarsi là dove ti porta la volontà di narrare, in territori che mai avresti pensato ti potessero interessare personalmente (Michel Tournier faceva un esempio significativo: per scrivere uno dei suoi romanzi, aveva dovuto anche studiare, fra molte altre cose, qual era il ruolo dello Spirito Santo nella teologia ortodossa!. . .). Ripeto, non si tratta di “far finta di sapere tutto”, ma di costruire un edificio che stia in piedi e che sia in linea con i propri obiettivi. Se è una sala concerti, è inevitabile che si dovrà saperne di acustica e di storia della musica, non solo di statica e materiali edilizi.

    Ma al di là di queste ovvietà, il discorso mi interessa molto a livello generale. Il punto è: che ce ne facciamo delle fantasie individuali? Questione politica, molto importante, cruciale. Diamo la parola solo a due categorie?: o agli esperti (certificati e patentati da quali istituzioni?) o a chi ha vissuto certe esperienze (e sia titolato a parlare solo di quelle)? La forza libertaria e dirompente della letteratura è che in essa ha diritto di cittadinanza anche la parola non patentata e non testimoniale. E’ il riconoscimento della conoscenza attraverso la fantasia. Capisco che sia un punto problematico e faccia ancora scandalo. E’ necessario e sintomo di attualità della letteratura (della parola fondata sulla fantasia individuale) il fatto che faccia scandalo, o quantomeno che susciti queste perplessità (“che ne sai tu degli immigrati? Taci, se non sei uno di loro!”).

    Un’altra cosa a cui tengo (mi scuso della lunghezza! Ma mi pare che qui non funestiamo nessuno: chi vuole legge, chi si annoia sta giustamente alla larga): che cosa parliamo quando parliamo d’amore? Che cosa parliamo quando parliamo di immigrati? Che cosa parliamo quando parliamo di qualunque altra cosa? Un esempio: una scrittrice che amo tantissimo, Ivy Compton-Burnett, in “Un dio e i suoi doni” fa una rappresentazione grottesca, caricaturale, umanisticamente inaccettabile della maschilità, dei suoi eccessi sessuomani, inaffidabilità etica, eccetera. Praticamente, il capofamiglia si accoppia con nuore, nipoti, eccetera, per due o tre generazioni, seducendo perversamente sempre e solo all’interno dei rapporti parentali (nuove fidanzate e spose dei figli e nipoti), procreando una vasta progenie illegittima. Inverosimile. Assurdo. Un “punto di vista di genere” irrispettoso e irricevibile. Eppure è uno dei romanzi che mi sono più cari, perché questa storia mostra come il risentimento di questi figli e nipoti illegittimi (risentimento che come lettore ho fortissimamente condiviso, per la maestria narrativa dell’autrice che mi ha fatto odiare, al loro fianco, il patriarca), la rivolta contro il comportamento del patriarca, siano possibili grazie al fatto che costui ha creato le condizioni perché esse si manifestassero. Ovvero, questi figli e nipoti che odiano chi li ha messi al mondo per l’ingiustizia che ha commesso, non sempre si rendono conto che questa ingiustizia primordiale è stata la condizione stessa del loro essere al mondo. In altre parole, non ci sarebbe stato altro modo per loro di essere nati: non si dà una vita innocente. Di più: il patriarca ha fatto sì che nascessero e che fossero in condizione di formulare la loro accusa. Quando se ne rendono conto, imputano al patriarca anche la responsabilità del loro stesso odio, e così via, in un circolo vizioso, o proliferazione frattale. . . Questa storia mi fa capire molte cose della politica, della famiglia, della religione, dei paradossi teologici. . . Poco m’importa se forza in maniera clamorosamente inverosimile un personaggio maschile lesivo dell’identità dei maschi. Se mi limitassi a considerarla nella sua plausibilità rappresentativa, lo avrei considerato molto deludente, o al massimo lo avrei preso come una cronistoria di un caso clinico molto ma molto eccessivo e limitato a circostanze talmente estreme da rappresentare autisticamente soltanto sé stesse, senza alcuna applicazione possibile ad altri ambiti dell’esistenza. E invece la sua esemplarità paradigmatica mi è utile per capire tante situazioni della vita. Mi scuso ancora se mi sono dilungato a riassumerla, ma volevo spiegarmi bene. In letteratura, come sappiamo bene (e Clara Sereni lo sa meglio di me), la rappresentazione non è necessariamente il primario obiettivo artistico. In questo caso, però, mi pare che nel suo intervento Clara Sereni invece privilegi questo aspetto dell’arte narrativa, in maniera un po’ esclusiva: la rappresentazione congrua, il rispetto dell’altro. Ma la letteratura non è mica una virtù civica. . . O meglio, non sempre lo è al livello della correttezza rappresentativa.

    I MASCHI DEVONO ANCORA SCAVARE UN SACCO DENTRO DI SE’
    Questa parte del discorso di Clara Sereni è talmente generica che non so davvero come commentarla. A chi si riferisce? Agli scrittori? A tutti i maschi del mondo? Le pare che Kafka, Nabokov, Calvino ecc. non abbiano scavato a sufficienza? Le scrittrici donne sono migliori? Facciamo un campionato per decidere se ha scavato di più Thomas Bernhard o Clarice Lispector? (cito due “classici”, ma abbastanza recenti, che ammiro tantissimo, tutti e due)? Non voglio essere irridente, ma davvero non penso che un’affermazione del genere, così com’è formulata, abbia senso (forse andrebbe articolata, precisata), è troppo vaga, sessista e supponente.

    Spero di non essere stato scortese nel tono e nella sostanza, sono onorato di poter dialogare con Clara Sereni e la ringrazio ancora.

  9. Certo che a voce sarebbe più semplice, un dibatitto così… Anch’io ringrazio Tiziano Scarpa, ma forse possiamo andare avanti (o no) senza ringraziarci più a vicenda.
    Ho già detto che sono capace poco di teorizzare, ma continuo a provarci, almeno per rispondere su alcuni punti:
    1) Quando dico che con l’Ottocento si è già raccontato tutto, intendo dire che i paradigmi comportamentali, gli archetipi erano già tutti lì. Anzi erano lì a partire dalla tragedia greca, e nel frattempo si sono raffinati. Certo, tanto di nuovo è successo succede e succederà, ma basta pensare alle infinite declinazioni che può avere oggi Antigone per capirci forse un po’ meglio.
    2) La fantasia. Qui sono molto in difficoltà. La fantasia è infinita? Non credo. Sopratutto, penso che quando utilizziamo la fantasia lo facciamo sempre sulla base (o contro, che è la stessa cosa) quei tali archetipi. Ci sono libri perfettamente fantastici che leggo con grande piacere, ma che non mi lasciano assolutamente niente. Mentre quando finisco un libro vorrei sempre essere, sia pure in misura infinitesimale, resa diversa da quel che ero all’inizio. Nella mia esperienza, scrivere fantasiosamente mi viene e mi è venuto più facile di altro, ma il risultato mi pare altrettanto facile.
    3) I premi letterari. Una volta son stata anch’io lì lì per vincere lo Strega. (Poi ha vinto Berlusconi, permettendomi così di ante-vedere un bel po’ di cose, ma questa è un’altra storia. ) Eravamo 4 donne su 13 partecipanti, e tutti i giornali scrivevano che quello era lo Strega delle donne. E alla fine, comunque vinse un uomo. Ma 4 donne già facevano notizia. Peraltro, restando allo Strega, nell’elenco le donne premiate sono poche, ma proprio poche.
    4) L’editoria è una struttura di potere come tante altre. Non ho ora dati sottomano, ma che siano di più dei maschi le donne che leggono, e meno dei maschi quelle che pubblicano, è un dato stabile da moltissimi anni. Il “tetto di cristallo” c’è nell’editoria come in ogni altro settore: in Italia ben di più che nel resto d’Europa. E non fanno primavera le rondini, quelle che vendono tanto o quelle che (Avallone) vengono una volta tanto sostenute dai propri editori, evviva!
    5) La scrittura come territorio di libertà: qui ci vorrebbe di fare un discorso tutto intero sulla libertà (e sulla responsabilità). Non mi ci metto, davvero ci vorrebbe una discussione a voce. Dico solo che i condizionamenti, consapevoli e non, che ci portiamo dentro siano tanti, ma proprio tanti.
    6) Torno sul potere maschile, anche a proposito di quel che diceva Massimo sulla psicoanalisi: e ti pare poco? Non è stato anche questo a ritardare tante cose (la Chiesa, le chiese hanno fatto il resto)?
    7) Anche se sicuramente ho il complesso della zappa, quando dico che c’è ancora tanto da scavare non nego di certo che ci siano grandi capolavori di maschi che, come si dice, attingono all’universale. Ma penso sia un lavoro che non finisce mai…
    8) Non ho mai detto che le scrittrici sono migliori degli scrittori: ci sono esempi pessimi, mediocri, alti e altissimi in ambedue i campi, e non mi passerebbe per la testa di negarlo. Solo richiamo e torno a richiamare (e con questo chiudo) sul concetto di DIFFERENZA che si articola in rami, ramoscelli, germogli e radici che non finiremo per un bel pezzo di analizzare.
    grazie a tutti, e ciao
    clara

  10. Grazie per davvero a Clara Sereni e Tiziano Scarpa. Mai avrei pensato che il mio post estivo generasse una cosa del genere. 🙂
    La questione è più o meno in che misura e a quali condizioni si può raccontare l'”altro”, l'”incommensurabile”, come l’ho chiamato io. Che poi ha a che fare anche con quello che è successo su questa pagina, dove si sono confrontate due idee “incommensurabili” sulla scrittura.
    E ora c’è qualcuno che vuole raccogliere i loro spunti, abbondanti e importanti?

  11. scusate se intervengo dopo tante argomentazioni sulla capacità, la legittimità e la credibilità che si potrebbe avere nel raccontare ciò che viene definito altro da se (mi chiedo se sia possibile evitarlo, mi chiedo pure se il pensare non sia cmq l’esperienza che esige e tende al maggior grado di comprensione possibile) …. io non ho letto il testo (rimedierò) ma ho letto l’illustrazione di Max, è datata ma conserva il suo fascino l’affermazione circa la malattia e la cura …., accreditata presso le filosofie orientali e ultimamente anche presso la new age immagino però che la miglior fortuna la incontri al di fuori di precomprensioni religiose, io non la condivido anzi confino lo spazio drammatico nella percezione che non si è totalmente la propria malattia né totalmente si è la personale cura, certo, in se, quella conclusione può anche produrre risvegli positivi in condizioni angoscianti ma al di fuori di quelle una simile definizione a me personalmente suona falsa e illusoria proprio perchè nel presentarsi come una geniale ovvietà propone una soluzione tutta interna al singolo accreditandolo di capacità praticamente illimitate quando la realtà indicherebbe con una certa chiarezza l’esatto contrario così come lo caricherebbe di responsabilità tali che presupporrebbero una conoscenza profonda e certa di ciò che in realtà (quando se ne vuole parlare seriamente) sfugge a chiunque non goda nel presentare soluzioni a buon mercato per misteri che superano chiunque. A tutti buon proseguimento 😉

  12. @ Luca Del Beato
    Quella frase (“io sono la mia malattia e la mia cura”) è scritta da un personaggio all’inizio di una vicenda che la metterà alla prova (si trova sulla prima pagina del libro!…). La narrativa non coincide con la saggistica. Tesi, visioni del mondo, teorie, ecc., vengono messe alla prova dalle esperienze vissute dai personaggi (e dai lettori).

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