Timothy Blaise girò la chiave nella porta del suo ufficio. Un po’ più tardi delle altre mattine, osservò. Ma il periodo non era di quelli che ti mettono il diavolo alle calcagna. Fu sfilando la chiave che si accorse di quella figura ferma nell’ombra in fondo al corridoio. Da quanto era lì ad aspettare?
“Non si può dire che si ammazzi di lavoro, signor Blaise”, sibilò sarcastica la donna uscendo dall’ombra. “Dice che posso fidarmi di un investigatore mezzo disoccupato?”.

Blaise percorse con lo sguardo la figura della donna che veniva verso di lui, poi si limitò ad aprire la porta e a lasciarla entrare per prima. Mentre la seguiva nell’ufficio, non ci fu bisogno di invitarla a sedersi. Si sfilò l’impermeabile e lo lanciò sul divano, mancandolo.
Chiuse la porta dietro di sé e circumnavigò la scrivania per andare a sedersi di fronte a lei. Per simulare un sovraccarico di incombenze, con un cenno della mano chiese alla donna di attendere il tempo di interrogare la segreteria telefonica, che occupava inutile la destra della scrivania.

L’apparecchio, ovviamente, tacque.
“Maledetti disservizi, neanche dopo due proteste con la compagnia dei telefoni…” e scrutò penosamente con la coda dell’occhio il volto della donna, in cerca della prova che la sua finzione era stata passabilmente convincente.
Ci vollero tre colpi di accendino per accendere la prima sigaretta della giornata, poi Blaise si protrasse verso quella presenza nella posizione di chi attendeva di conoscere il motivo della visita. Restò per qualche attimo a godere di quel contatto così ravvicinato e di quel profumo seducente.
Si scosse: “Sarebbe utile, signora, che mi diceva almeno il suo nome”. Che mi diceva? Blaise si morse la lingua. Non aveva mai parlato così. “Oh, uhm… intendo…”.
“Mi chiamo Verena Ricebran, signor Blaise” ruppe gli indugi lei continuando a guardare nello specchietto da borsetta e aggiustandosi i capelli con la mano.
Richiuse lo specchietto e fissò il suo interlocutore. Ripose l’oggetto nella borsetta. “Il congiuntivo, signor Blaise”.
Blaise si sentì uno stupido. Una donna così era certamente sensibile a certi dettagli.
“Oh beh, signora Ricebran, quello che volevo dire è che vorrei prendere appunti per essere sicuro di avere tutto chiaro, e spero che non le dispiace…“. Blaise si interruppe e prese a tossire senza averne il bisogno, nella speranza vana di dissimulare le ultime sciagurate parole che gli erano uscite dalla bocca.
“Lasci perdere, signor Blaise. Quello che intendo dire è…” si sporse in avanti e scandì le parole. “Hanno rubato il congiuntivo”.
Blaise smise di tossire e la guardò. Non era sicuro di volere davvero ascoltare il resto.

“Ma andiamo, signora Ricebran! È una storia vecchia. Il congiuntivo è caduto in disuso, con gli avverbi e tutto il resto. Si sa, no? La televisione, le riviste, la comunicazione che si impoverisce, la sintassi che va a farsi benedire… cosa c’è di nuovo?”.
La donna sorrise senza divertimento. “Non la facevo così ingenuo, signor Blaise. La sintassi… quella è la versione ufficiale, quella che hanno dato ai giornali”.
Lui la guardò interrogativo.
“La posta in gioco è molto più alta, signor Blaise. Ci pensi”.
Continuando a guardarla, Blaise si alzò dalla sua sedia per andare a parlarle da più vicino. Arrivò a un palmo dal suo viso: “Cosa sa che io non so?”.
“Cosa può fare col congiuntivo? Davvero non le viene in mente? Eppure, se ci mette davanti per esempio vorrei che…, può esprimere un desiderio. Immaginare quello che non c’è ancora ma che magari le potrebbe migliorare la vita…”.
Lui guardò verso il pavimento e cominciò a pensare. “Già…” disse col tono di chi comincia a vedere chiaro. “E se ci metti davanti un se puoi immaginare delle possibilità…”.
“Vede che non è così stupido? L’indicativo è il modo della realtà, delle cose così come sono…”.
“…e il congiuntivo è il modo della possibilità, delle alternative, delle cose come non sono ancora, di come potrebbero essere…”.
“Bravo. Mi ha capito”.
Blaise fece una lunga pausa e poi agitò davanti a sé i palmi delle mani: “No, aspetti… non mi convince ancora. Insomma, voglio dire…  va bene, non possiamo usare i verbi al congiuntivo, non possiamo parlare di possibilità. Ma in fondo… possiamo sempre pensarle”.
La signora Ricebrain sospirò. “Mi ero illusa che ci arrivasse, Signor Blaise”.
Lui la fissò con aria di sfida, ma bluffava: consapevole, in realtà, della debolezza del suo argomento. Solo, lo feriva apparire ridicolo davanti a una donna, e quella mattina era accaduto già troppe volte.
Lei raccolse la sfida: “Davvero è ancora convinto che il pensiero possa fare a meno dell’espressione linguistica?”.
“Oh, beh… no… anzi direi che… insomma, in fondo i limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo…“.
“Wittgenstein”.
Blaise sorrise e gonfiò il petto, compiaciuto della sua citazione e ancora di più del fatto che quella donna l’avesse riconosciuta.
“Aggiunga anche che la realtà non è altro che una costruzione collettiva, Blaise. Che nasce dal linguaggio, nel consenso di una comunità di parlanti…”.
Blaise cominciò a riflettere in silenzio. Si sorprese a scacciare una domanda che faceva da piacevole interferenza con il suo ragionare. E cioè se di quella donna lo eccitasse di più il profumo o il fatto che avesse letto i costruzionisti sociali.
“Aspetti, aspetti… ma se le cose stanno come dice lei… vuol dire che non c’è più possibilità di immaginare mondi diversi, possibilità nuove, soluzioni ai problemi… non c’è possibilità di porre fine ai conflitti, o di immaginare il futuro di una città distrutta dal terremoto…”.
“…o alternative al malaffare e alla cattiva politica” aggiunse lei. “Nessuna possibilità di cambiare le cose. Il nuovo bisogna poterlo immaginare quando ancora non esiste. Non c’è altra possibilità”.
Blaise continuò nel suo ragionamento come non tenendo conto dell’interruzione. Sembrava che un pensiero angosciante gli impedisse di ascoltare altro: “…e quel tipo coi capelli finti, quello che in tv sorride tutti i giorni e fa promesse… quello che dice un giorno di essere Napoleone e un giorno Gesù Cristo…”.
“Già. Nessuna possibilità di cambiamento, niente di niente. Solo un eterno, irreversibile indicativo. Le cose sono come sono. Le macerie delle guerre, quelle dei terremoti e quell’uomo dai capelli finti”.
Blaise continuava a ragionare. Camminava per la stanza e ragionava. All’improvviso fu come se l’orrore gli si fosse parato davanti, come se l’incubo gli si fosse finalmente rivelato tutto insieme. Si interruppe e portò le mani alle tempie.

Ora era solo. Trecento al giorno più le spese gli erano sembrati una richiesta più che ragionevole, e d’altra parte quella donna aveva accettato senza batter ciglio.
Accese la tv mentre si faceva la barba, la tenne accesa mentre cercava nei cassetti della scrivania la Smith & Wesson, la sua 38. Sul video apparve quell’uomo, quello coi capelli finti. Faceva promesse e sorrideva, sorrideva e faceva promesse.
Si fermò a guardarlo. Poi spense l’apparecchio e stette a pensare. Fu soltanto nel riflesso del suo viso sul video spento che scorse quel ricciolo di schiuma da barba che ancora gli pendeva dall’orecchio.
Pensò che non sapeva dove sarebbe arrivato seguendo le tracce del congiuntivo: ma sapeva bene da dove sarebbe partito.
Raccolse l’impermeabile e si diresse verso le scale per uscire nella città fredda.
Sarebbe stata una lunga giornata.

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15 thoughts on “Un caso indicativo, Mr. Blaise…

  1. Il Congiuntivo è legato alla possibilità e al dubbio. Alla speranza. E’ nemico dell’ordine e dell’immobilità. Pericoloso per un potere sciatto e presuntuoso come quello che incombe su di noi.
    Facciamo L’Aquila città dei Congiuntivi?

  2. Bellissimo racconto, Massimo. Dal personaggio di Blaise, così umano e poco supereroe, tanto da permetterci di immedesimarvici… Al caso insolito cui si trova difronte… Ci stanno davvero rubando il congiuntivo, il mondo delle possibilità, del nuovo e dei desideri… E tu ce lo hai raccontato con una bellissima e improbabile storia, ma che è anche estremamente attuale e vera… Tessuta all’interno di una splendida cornice sistemica.
    Come Blaise dovremmo raccogliere l’impermeabile e affrettarci a riprenderci ciò che ci siamo lasciati rubare.

    P.s.: aspetto con ansia il seguito 😛 (Se poi ci fai anche un romanzo……….)

  3. Dove poteva andare, il povero Blaise, per scoprire il mistero, se non in una città distrutta dal terremoto, come aveva suggerito la misteriosa Verena Ricebran? L’antica LACULI. o L’AQUILA che dir si voglia, era il posto giusto. Qui ci voleva il Professor Yoptzxcce, l’unico detentore del sapere psicolinguistico dell’era Senza Memoria.
    Lo trovò appisolato su una poltrona e gli accennò il problema.
    Il vecchio fece un cenno, come per dire “roba vecchia” vexata quaestio… Prese fiato e poi, come Mago Merlino quando inzia il suo Woketi–Poketi, gli snocciolò una sequenza: “Dunque vediamo… irreale… suppositivo… potenziale… dubitativo… concessivo… esortativo… ottativo. Sono tutti i tipi di congiuntivo delle lingue morte. … … Schhh… Morti anch’essi!” sussurrò misteriosamente il vecchio professore, come a non farsi sentire. Blaise restò con l’espressione da gorilla.
    Le reminiscenze del Professor Yoptzxcce, esperto di lingue antiche come il Greco, il Latino e l’Italiano, sempre di più lo convincevano della grande verità che mai nessuno studioso aveva osato affrontare fino in fondo: la verità che una civiltà risiede e si rispecchia nella lingua che parla.
    Il Professor Yoptzxcce, unico esponente della psicolinguistica storicocritica, avrebbe potuto spiegare nei minimi particolari come si era passati dall’Età Augustea alla caduta dell’Impero Romano d’Occidente, semplicemente tenendo lezioni di storia della lingua. Avrebbe potuto tenere interi corsi di Sociologia, di Antropologia, di Economia Politica, solo attraverso storie di parole. Avrebbe potuto raccontare di delitti premeditati di intere famiglie di lemmi, uccise lentamente e dietro un piano strategico meticoloso, di famiglie distrutte o scivolate verso altri campi semantici. La storia dell’Umanità, lui avrebbe potuto raccontarla attraverso gli antichi vocabolari. “Ebbene sì” disse al povero Blaise “amico mio, il disegno perverso di Mente Nera consiste nella scomparsa della sintassi complessa!!”. “La sinta… cosa?” chiese gorillescamente Blaise. “Oh amico mio, roba apparentemente inutile… CATEGORIE… trattasi di metalinguistica, nulla di più inutile al mondo, eppure nulla di più lucidamente capace di predire il futuro! Le faccio un esempio: nessuno si stupisce della scomparsa della parola “trumot”, per il semplice fatto che non esistono più i trumot. Così, se io le dico la parola pallacorda lei, a meno che non si occupi di storia, non associa nulla a questa parola, mentre se dico la parola football le si apre davanti un universo!” “Oh certo che sì!!!” rise grossolanamente Blaise, pensando alla recente Argentina–Brasile. “E allora ecco” concluse il Professor Yoptzxcce “spiegato anche l’arcano della scomparsa della sintassi complessa! Nella fattispecie, amice mi, c’è da considerare che il caso indicativo della scomparsa del congiuntivo va fatto risalire, nella civiltà sepolta di LACVLI o L’AQVILA che dir si voglia, all’epoca …. Ummmh… direi…. 10-15 p.s. Un decennio circa dopo il sisma, la comunità locale si impoverì al punto da parlare per brachigrammi e semplificare al massimo le proprie capacità espressive. Privata degli elementi minimi di crescita culturale (teatro, circoli, luoghi di incontro, associazionismi liberi) la comunità iniziò a “tagliare corto” sul modo desiderativo, come anche su certe parole, così dolorose da essere letteralmente espunte dal vocabolario in men che non si dica. La prima a scomparire fu la parola “PIAZZA”, che fu quasi subito sostituita da “PRESIDIO”. Nacquero numerosi presidi (Cese, Sant’Antonio, Bazzano). Poi, a seguire, scomparvero tante altre parole, come STRUSCIO, PORTICI, QUATTROCANTONI. E’più che chiaro che queste parole non si associarono più a nulla, dunque scomparvero. La tristemente nota “Via XX settembre” pian piano fu rinominata in “VIA VENTI DI SETTEMBRE”. Così come “Via Campo di Fossa” da “VAI A CAMPA’ A SASSA” Si notano tracce di una misteriosa parola, “GRETAGARBO”, che i giovani continuarono a sussurrare per qualche anno ancora, poi più nulla. Poi la popolazione sostituì detti lemmi con “NEWTOWN”, “CERCHI NEL GRANO”, “T.A.Z.Z.E”, “SECOND LIFE”… ma in verità c’è un po’ di confusione al riguardo. Ma una cosa è certa, my dear Blaise, gli indigeni costruivano frasi sempre più corte. C’è chi imputò il fenomeno al freddo, riprendendo un’antica teoria che lega il clima e il fenotipo linguistico; c’è chi parlò di depressione collettiva, fenomeno di massa simile a quello dei suicidi delle Guyane. Sintagmi minimi, insomma. “E’ stato ritrovato per esempio un frammento dell’epoca 20 p.S. con su scritto “L’AQUILA BELLA ME” sintagma elementare che secondo alcuni sarebbe un piccolo frammento di un lungo poema epico a tradizione orale, e racchiuderebbe l’infinita poeticità di un tutto. C’è chi invece considera questa espressione come una brachilogia indicante più o meno questo concetto: “Oh mia città natale, indescrivibile per grandezza della sua storia e per bellezza dei suoi monumenti, la nostalgia che affligge il mio cuore nel pensarti e nel ricordarti e nel saperti morta è dolorosa e indescrivibile”.
    Il Professor Yoptzxcce a questo punto si fece serio. Dal’alto delle sue infinite cognizioni, tirò un sospiro e sentenziò:
    “Non il congiuntivo.
    Non l’indicativo.
    Solo l’imperativo
    avrebbe potuto salvare
    la civiltà di LACVLI”.

    Il Professor Yoptzxcce guardò Blaise, per vedere che effetto aveva sortito in lui questa impressionante rivelazione. Si era addormentato.
    Sorrise. La linguistica, tranne che per poche menti molto all’antica, ha sempre sortito questo effetto.
    E così si gettò pesantemente sulla sua vecchia poltrona, chiuse gli occhi e bisbigliò il suo mantra: “Nomina sunt consequentia rerum…Nomina nuda tenemus”.
    E dormì profondamente.

  4. Non so perchè ma il video BDF di Maddalena, potrebbe fornire tracce interessanti che non ho sinceramente ancora visionato attentamente 😉
    Complimenti Max per il blog e il racconto.

  5. @ Antigua: sì! Ogni frattura è un congiuntivo… 😉
    @ ilgio82: :)) Grazie! Io non sono un fondista, un romanzo ha bisogno di tanto fiato… però non è escluso che la storia abbia una seguito. Anzi, veramente il personaggio non nasce qui e ha un precedente che ti sfido a trovare in rete (non è facilissimo…).
    Ti rivelo pure un segreto: Blaise nasce dal personaggio di un fumetto di cui ho una certa nostalgia: l’investigatore privato Big Sleeping di Daniele Panebarco; a sua volta “figlio” del Marlowe (Humphrey Bogart) del “Il grande sonno” di Howard Hawks (1946).
    @ luisa: bello! Mi riporta all’infanzia quando leggevo “Le battaglie del secolo”, quei fumetti che superavano la barriera fra mondi diversi, per cui vedevi Superman contro l’Uomo Ragno, o Hulk contro Batman! Per tutti: il Professor Yoptzxcce viene da qui! (Spero che chi non conosce da vicino la vicenda aquilana possa godere ugualmente dei racconti di Luisa).
    @ RoseMarie: segnalo il video a cui ti riferisci: Maddalena Mapelli è l’animatrice di Ibridamenti, un’esperienza che ci sta molto a cuore e nella quale personalmente sono coinvolto. Il video è quello di un seminario tenuto a Bergamo: “Come muore un account su Facebook”. Tutto quello che riguarda il virtuale riguarda il congiuntivo!

  6. Sì, l’ho letta, bellissima anche quella. L’idea dell’investigatore metafisico è proprio una figata! In più parli di tematiche che mi stanno molto a cuore, quindi doppia soddisfazione!

  7. Ho già espresso il mio apprezzamento su FB, ma ora, complice la febbre residua, mi “arrischio” finalmente a lasciare un breve commento anche nel tuo blog.
    Tendenzialmente utilizziamo il modo indicativo, facciamo inferenze e ci costruiamo sillogismi, più o meno ingenui, utilizzando la logica formale e lineare, col risultato che, nella maggior parte dei casi, finiamo a costruire la nostra realtà attraverso la mediazione di un linguaggio che si esprime attraverso il giudizio, accarezzando certezze. Il congiuntivo ci permette di fare ipotesi, apre il campo alle possibilità, è complementare al condizionale, lascia spazio al relativo e si svincola dalle forme che ingabbiano e alienano.
    Effettivamente oggi c’è davvero di che chiedersi dove sia finito il congiuntivo.
    Un caro saluto professore
    cristian

  8. Scusa il ritardo, Cristian, spero che la salute ormai sia a posto.
    Sarà che il congiuntivo è così maltrattato proprio perché non riusciamo a vedere altro che quello che, indubbiamente e senza possibiilità di smentita, c’è, lì, davanti ai nostri occhi? Se è così non è una questione di sintassi: è una questione di fantasia!
    Ciao, a presto.

    1. Però se lo avessi lo scrissi?
      Comunque più che un racconto sembra una sceneggiatura. Bello davvero. Mi ha fatto pensare a tutto il tempo (indicativo)perduto e al tempo (congiuntivo) sprecato.

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