D’amore, di morte e di rock and roll

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Nel 1980 Jim Carroll pubblicò Catholic Boy, il primo album con la band che portava il suo nome.
Era uscito poco tempo prima Basketball Diaries, un libro sostanzialmente autobiografico – raccontava tre anni a cavallo fra il 1963 e il 1966 – del quale si sarebbe parlato di nuovo a metà degli anni Novanta per via della riduzione cinematografica con Leonardo Di Caprio, dove la faccia pulita dell’attore californiano provava a restituire l’adolescenza di Carroll – di famiglia irlandese e cattolica – ai tempi del basket e l’innocenza spazzata via per le strade di N.Y. da LSD, eroina e prostituzione. Continue reading “D’amore, di morte e di rock and roll”

Non si placa il dibattito su “High Hopes”: 3) la replica di Maurizio Montanari

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Dopo la mia risposta al suo intervento, ecco la replica di Maurizio Montanari.
Maurizio torna sulla questione prendendo la storia alla lontana: come fu che negli anni Ottanta ci guardammo tutti nelle palle degli occhi e pensammo che Bruce sarebbe finito sepolto da quei suoni sintetici (e come fu che qualche anno dopo tirammo tutti un sospiro di sollievo).
Seguite il dibattito e se vi va dite la vostra (nei commenti o contattandomi sulla pagina Facebook per farmi avere un testo o, meglio ancora, un video). Continue reading “Non si placa il dibattito su “High Hopes”: 3) la replica di Maurizio Montanari”

Ancora due parole su “High Hopes” di Bruce Springsteen: 2) la mia videorecensione

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Dopo la critica puntuale di Maurizio Montarari sugli aspetti di “High Hopes” che gli sono piaciuti meno, ci torno su anch’io. I suoi dubbi sono i miei, o forse dovrei dire sono stati: perché ho il sospetto che stavolta si debba ascoltare questo album con un approccio un po’ diverso dal solito.
O forse la mia è solo eccessiva benevolenza nei confronti del Boss; forse in questo momento sono abbastanza ben disposto nei suoi confronti da tendere a perdonarlo di quasi tutto: però ammettetelo, un suo disco così così farebbe la fortuna di mille altri cantanti. E il punto non è se questo sia un disco bello o brutto: il punto è che posto abbia in una storia iniziata quarant’anni fa.
Altre voci stanno per aggregarsi, e se qualcun altro volesse dire la propria mi contatti su Facebook.
La foto di Bruce con Tom Morello viene da Rollingstone.com. Continue reading “Ancora due parole su “High Hopes” di Bruce Springsteen: 2) la mia videorecensione”

Due parole su “High Hopes” di Bruce Springsteen: 1) Maurizio Montanari (video)

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Il collega e amico virtuale Maurizio Montanari ha pubblicato su Facebook una sua videorecensione in anteprima dell’album di Bruce Springsteen “High Hopes”, del quale circolano i due singoli (il brano omonimo e “Dream Baby Dream”) in attesa dell’uscita ufficiale (il 14 gennaio).
La critica di Maurizio parte da una domanda che probabilmente si è posta la maggior parte di quelli che hanno un legame con la storia musicale di Springsteen e che l’hanno visto negli ultimi due anni negli stadi di mezzo mondo, lontano dallo studio di registrazione: aveva senso pubblicare questo lavoro adesso, al volo, assemblando materiale per lo più d’epoca subito dopo il termine del lunghissimo e trionfale tour di Wrecking Ball e riservando questo trattamento ad alcuni brani storici? Continue reading “Due parole su “High Hopes” di Bruce Springsteen: 1) Maurizio Montanari (video)”

È che quando se ne va uno come Clarence Clemons, non se ne va da solo.

Ho amato alla follia quel suono e poi gli ho voltato le spalle sdegnosamente. Intendo quel suono ossuto e nervoso come il corpo di Bruce dei concerti del 1978 e massiccio come la figura di Clarence “Big Man” Clemons.
Ero a Milano, allo stadio Meazza, nel giugno del 1985, per quella serata che attendevamo da una vita e che in qualche momento eravamo arrivati a pensare di non meritarci più: un concerto di Springsteen e della E Street Band in Italia. Erano i giorni di Born in the U.S.A., l’album che dal titolo faceva il verso a Born to Run e che pure rappresentava il punto più distante dal lirismo del Boss degli anni Settanta. Continue reading “È che quando se ne va uno come Clarence Clemons, non se ne va da solo.”