Divinità di metallo: Jacopo Nacci ci racconta i suoi super robot

nacci_robotNon erano roba per bambini. Beh, non solo almeno.
Anche se, negli anni in cui invadevano la televisione di stato e le private – fino a quelle localissime – molti di noi che avevamo qualche anno in più di Jacopo Nacci storcevano il naso. E invece Jacopo con la sua Guida ai Super robot. L’animazione robotica giapponese dal 1972 a 1980 (Odoya), ci conduce attraverso mondi narrativi originali, attraverso la dimensione mitologica, filosofica, metafisica, persino politica di quelle storie.
La Guida contiene un’analisi approfondita e illuminata in quattordici capitoli, più quaranta schede di altrettante serie dal 1963 (i prodromi) ai primo anni 80.
Se avete amato i giganti di metallo, questo è il vostro libro. Se eravate fra quelli che sottovalutavano il genere, leggete cosa vi siete persi.
Il ragno ne ha parlato direttamente con l’autore.

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Via la carta, restano il corpo e la voce (da Bresciaoggi)

bsoggiL’articolo che ho scritto per il numero di lunedì 7 gennaio della rubrica “Linguaggi della rete” su Bresciaoggi è nato da una telefonata con Jacopo Nacci che mi raccontava un po’ di novità della sua attività di scrittore di romanzi e racconti (ne parla sul suo blog Yattaran, qui: leggete anche il suo post, è utile a capire di cosa si parla). Ne è venuta fuori una riflessione su Internet, narrazione e relazioni umane.
L’articolo è uscito col titolo “Neoumanesimo digitale, la storia che ritorna”. Buona lettura.
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“Dreadlock!” di Jacopo Nacci: una non-recensione e qualche domanda all’autore

Se pure avessi deciso di venir meno all’Imperativo Etico Fondamentale che prescrive “evita di recensire il libro di qualcuno con cui hai mangiato un piatto di linguine”, mai e poi mai mi sarei cercato la grana di scrivere una critica del libro di uno da cui sono sospettato di essere un debosciato relativista!
Questa infatti non è una recensione.
Fra qualche riga, semmai, vi darò conto di quel che Jacopo ha detto rispondendo ad alcune mie domande sul suo racconto. Continua a leggere ““Dreadlock!” di Jacopo Nacci: una non-recensione e qualche domanda all’autore”

Poche storie (1): Berlusconi ce le ha pesanti. Le narrazioni, dico.

[leggi gli articoli della serie “Poche storie”]

Questo post è estratto da un’orgia di appunti che ho buttato giù ispirato dal fatto che in blog e dibattiti trovo ricorrente un certo fastidio per una parola che un tempo ci pareva liberatrice e creativa e alla quale oggi si imputano colpe di ogni genere. La parola è narrazione.
In giro si coglie una certa voglia di realismo, come si capisce anche dal dibattito estivo su realtà e postmoderno, innescato dal manifesto del cosiddetto “new realism”, che Maurizio Ferraris ha firmato e che Repubblica ha pubblicato in agosto.
Voglio portare qualche argomento per spiegare che io per quella parola provo ancora simpatia. Continua a leggere “Poche storie (1): Berlusconi ce le ha pesanti. Le narrazioni, dico.”

Jacopo Nacci e Matteo Pascoletti debordano

Adesso che pretendete? È il primo luglio e mi escono solo giochi di parole di quart’ordine. L’afa la fa (cavolo, un altro…) da padrona, la creatività ne riparliamo dopo due birre ghiacciate (ma sono le dieci del mattino) e questo è il titolo che mi sono inventato per introdurre la serie di post di Jacopo Nacci e Matteo Pascoletti che ragionano sul rapporto fra società e spettacolo (do you remember Guy Debord, perlappunto? ma anche Pasolini…),  Continua a leggere “Jacopo Nacci e Matteo Pascoletti debordano”

A che serve un libro

A che serve per chi lo scrive, intendo, non per chi se lo porta a casa per leggerlo o per metterlo nello scaffale in attesa di farlo prima o poi.
Per come la vedo io, scrivere un libro (parlo di quel genere di libri in cui metti l’idea, la teoria, la visione delle cose che hai coltivato per un po’ di tempo, per condividerla con una comunità di persone, di colleghi, nella speranza che sia utile anche a loro) Continua a leggere “A che serve un libro”

The magical mystery hypertextual tour

terapiacome
Venerdì parto per un paio di giorni.
Vado in giro a presentare un libro che ho pubblicato ormai quasi due anni fa, scritto metà da me e metà da Flavio Nascimbene. Il libro (“La terapia come ipertesto”, Antigone Edizioni di Torino) parla di cura e di conversazione terapeutica guardando alla terapia e alla relazione come a una specie di ipertesto. C’è dentro la terapia, c’è un po’ di letteratura e di cinema, c’è musica, c’è la cultura ipertestuale, c’è la rete.
Per due anni ne abbiamo parlato in giro insieme a colleghi e al pubblico che è venuto ad ascoltarci. Continua a leggere “The magical mystery hypertextual tour”