I dieci del duemilasedici (tutti italiani)

Nessun motivo particolare per la scelta autarchica di quest’anno, se non il fatto che per ragioni varie mi è capitato di ascoltare più musica italiana che altro. Così ecco i migliori dieci album del 2016, a mio insindacabile giudizio (d’altra parte, chi avesse tempo ed energie per sindacare, potrebbe serenamente farsi un blog e la sua classifica). Più qualche menzione speciale. Una perché è un disco uscito un po’ prima del 2016 (anche se è entrato imperiosamente nella mia annata musicale). E un altro perché lasciarlo fuori mi dispiaceva.

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Un post su 5 musicisti o gruppi che ho scoperto e 5 di cui non mi ero più curato e che ho riscoperto nel 2013 (con 11 video live, uno no, e un tot di ringraziamenti)

shovels&ropeDa un po’ di anni di questi tempi pubblico l’elenco dei dischi che sono stati più significativi per me nell’anno che si chiude.
Quest’anno non se ne fa niente: nel 2013 sono stato un ascoltatore casuale e discontinuo, ed esprimerei una valutazione superficiale della quale non sarei molto convinto nemmeno io.
Così preferisco chiudere l’anno consegnandovi una piccola lista di miracoli del caso. Cinque nomi che ho scoperto e cinque che ho ritrovato, perché qualcuno me ne ha ricordato l’esistenza o magari per la coincidenza di qualche evento di quest’anno.
Ecco la mia lista del 2013, che è anche un ringraziamento alle persone e ai luoghi che, in qualche caso, stanno dietro queste scoperte e riscoperte.
Nota uno: l’ordine in cui ve li presento non corrisponde necessariamente a una graduatoria.
Nota due: se lasciate un commento, mi fa piacere.

Le scoperte del 2013

1) John Butler me lo ha fatto conoscere lui. Caterino è quel tale che in maggio salì sul palco di Springsteen a Padova e suonò la washboard su “Pay me my money down” con la E-Street Band. Lo cercai su Facebook il giorno dopo per farmi raccontare la vera storia della sua impresa leggendaria.
Qualche settimana fa sulla sua bacheca ho letto un suo commento positivo a proposito del trio di John Butler e, essendo portato a fidarmi dei gusti di un washboard player, sono andato a cercare notizie.
Perché nessuno mi aveva ancora detto niente? Butler è un chitarrista impressionante che, a differenza della maggior parte dei chitarristi impressionanti, ha capito che il senso di fare musica non è impressionare.
Così John Butler è uno che suona veramente. Ve lo presento in versione solo e trio:

2) Questa estate ero a Vienna. Di solito, per conoscere un posto (nella capitale austriaca non tornavo da quando ero ragazzino), giro per negozi di dischi. Non le grandi catene, ma quelli nascosti nei vicoletti, quelli degli appassionati.
Dalle parti del mio bed & breakfast c’era Recordbag, un posto in un seminterrato pieno di cd, di vinili e di singoli. Così pensai che, invece che la maglietta con la faccia della principessa Sissi, il mio souvenir austriaco sarebbe stato qualche 45 giri. Mi presi una riedizione della Sun, uguale uguale all’originale, di “Get Rhythm” di Johnny Cash, e un singolo di un duo mai sentito che mi incuriosì perché sul lato A c’era una cover di “Johnny 99” di Bruce Springsteen e sul lato B rifacevano “Bad as Me” di Tom Waits. Fu subito amore per Shovels and Rope:

3) La prendo alla lontana e approfitto per segnalarvi un’esperienza editoriale piuttosto interessante nata nel 2013. Max Stèfani è l’ex padre del Mucchio Selvaggio (non stupitevi per l'”ex”: se il parricidio non si pratica nel rock and roll, dove allora?). Il Mucchio è stato una grandissima rivista di rock e cultura, sulla quale molti di noi si sono formati. In verità aveva fatto una pessima fine già ai tempi di Stèfani, dopo decenni di lotte interne alla redazione, nelle quali c’è stato anche chi si è fatto male veramente. Uscito dal Mucchio, Stèfani quest’anno ha fondato “Outsider”, una rivista che si compra di carta o in pdf dal sito (ma anche in ebook nelle librerie on line!) e che (secondo il modello di riviste tipo “Internazionale”) pubblica per tre quarti traduzioni dalla stampa estera. Ora, è probabile che non sia il tipo con cui andare in campeggio insieme, e meno ancora con cui dividere le spese: ma se il vecchio Stèfani fa una nuova rivista merita attenzione. Soprattutto se arruola belle penne come Giancarlo Susanna che, facendosi largo a bracciate nello straripamento dell’ego del direttore, fanno un lavoro importante. Per chi non conoscesse Giancarlo Susanna, vi ricordo gli anni belli di Rai Stereonotte e vi dico che in Italia, se vi sta a cuore la musica che sta in quell’area vasta tra il folk e il rock, i critici di riferimento sono al massimo tre: uno è Giancarlo Susanna, gli altri due non lo so. Se vi va un consiglio, iscrivetevi al su gruppo Facebook.
È capitato che da qualche parte su Outsider citasse Jake Bugg, dichiarando la sua ammirazione e promettendo di tornarci su: senza nemmeno dargli il tempo di riprendere il discorso, mi sono fidato del suo parere e sono andato a informarmi. Ho scoperto che Jake Bugg è praticamente un liceale che scrive canzoni e le canta con una voce acerba eppure già così intensa. Vi posto un suo lungo live, ma non solo: l’immenso Rick Rubin ha ri-registrato la sua “Broken” uscita sull’album di esordio per ripubblicarla come singolo. Guardatevi anche il video poco più giù e sentite che roba.

Ed ecco la versione studio  di “Broken” prodotta da Rick Rubin:

4) Nel 2013, grazie al sito Blogfoolk, ho conosciuto Massimo Giuntini. Polistrumentista di esperienza, Giuntini non è l’ultimo arrivato, e infatti incrocia i percorsi di gruppi come Modena City Ramblers e Whisky Trail. Dicono che quello che fa e il modo in cui mescola le carte c’entrino con i Clannad, ma a me ricorda di più i Moving Hearts, uno dei miei gruppi irlandesi preferiti di sempre.

5) Ero a Coyoacán – Città del Messico – con Ricardo che mi faceva da guida fra i locali e i mercatini della zona. Se lui non avesse insistito, non mi sarei convinto a comprare quello strano anonimo cd su una bancarella, con dentro un sacco di gruppi rock and roll in lingua spagnola degli anni 60.
Così ho scoperto che in quel periodo c’erano in Messico una quantità di band che rifacevano i suoni che venivano dagli USA, spesso traducendo le canzoni di Leiber & Stoller o di Eddie Cochran. Non molto diverso da quello che succedeva da noi con i gruppi “beat” come i Rokes di Shell Shapiro e le prime canzoni di Bee Gees o Aphrodite’s Child.
Fra tutti, mi hanno colpito – anche per la presenza scenica briosa e ingenua – Los Locos del Ritmo.

Le riscoperte del 2013

1) Di Jazz Butcher mi ero dimenticato dall’inizio degli anni Ottanta, quando arrivò con un album di esordio lieve e coinvolgente. Non immaginavo neanche che fosse ancora in circolazione, finché non l’ho trovato citato da (ancora lui!) Giancarlo Susanna su Facebook. Quello più recente è un bel disco, tanto vicino a quello di allora (anche nella voce!) da farmi sentire che questi trent’anni in realtà non sono passati veramente:

2) Enzo Avitabile è uno di cui sai che fu un grande session man per i musicisti napoletani migliori, che viene dalla musica nera e che da anni suona una musica in cui trovi soul, funky e musiche tradizionali del sud. E ogni tanto pensi che dovrai trovare il tempo di ascoltartelo un po’, perché è un sassofonista che suona con un groove che lèvati, e perché se Jonathan Demme si è preso il fastidio di partire dall’America per fare un film su di lui ci sarà una ragione.
Però non mi sarei mai deciso se qualche mese fa non fossi andato a fare un giro in Puglia per ragioni a cavallo fra il lavoro e il diletto. Sulla strada fra Bari e Molfetta, Felice guidava la macchina e mi raccontava dell’ultimo concerto di Avitabile a cui aveva assistito. Felice è un grande appassionato di Avitabile, e questo lo sapevo, ma sentirlo raccontare è un’altra cosa. Così appena tornato a casa mi sono messo ad ascoltare “Black Tarantella” (pensa te che ce l’avevo, solo che era lì ad aspettare) e ho deciso di non fermarmi là.
Anche di Enzo Avitabile eccovi un bel video live. Di solito si dice “è un musicista che non ha bisogno di presentazioni”: certo non ha bisogno di una presentazione così buzzurra come quella che ne fa la conduttrice del solito Primo Maggio, che è la prova ulteriore – di cui non avevamo bisogno – della funzione riservata alla musica nella nostra TV. Il consiglio dunque è di saltare al minuto 1:08 e partire da lì.

3) Questi figuratevi se si dimenticano. I Waterboys sono un gruppo importante, di quelli che mettono l’asticella a cui dopo di loro si dovrà far riferimento. Tanto che quando il mondo impazzisce per Mumford and Sons, tu dici “sì, non male, ma… hai presente i Waterboys?”.
Pur non avendoli mai dimenticati, li ho frequentati assai poco: nel 2013 sono tornati nel mio lettore con una certa frequenza, complice il fatto che se ne sia parlato qua e là grazie alle notizie sul tour italiano (eh no, io non c’ero) e grazie all’uscita di un cofanetto sestuplo che ne celebra la carriera.

4) Non so cosa mi abbia spinto a ritirare fuori nel 2013 i suoi vecchi dischi. Forse la gioia di ritrovare – nel concerto di Springsteen a Padova – Miami Steve Van Zandt in una forma migliore di quanto non fosse l’anno prima a Milano. Fatto sta che la storia del Boss non è solo la storia di un singolo musicista, è la storia di una cerchia di ragazzi del New Jersey innamorati del rock and roll e del soul. Southside Johnny sta tutto dentro quella storia, e l’anello mancante fra lui e Bruce è il primo album in proprio di Miami Steve (o Little Steven se volete).
Di Southside Johnny amai alla follia almeno il primo album e il doppio live “Reach Up and Touch the Sky”. I vinili erano consumati, per fortuna che esiste il digitale.

5) In queste ore mi sono rimesso ad ascoltare anche i Jefferson Airplane, che conservavo nell’archivio dei momenti storici fondamentali, dal quale da anni e anni non li tiravo più fuori (mentre mi è capitato di vedere dal vivo più volte Jorma Kaukonen). L’occasione è stata un cd registrato dal vivo il 15 ottobre del 1966 al Fillmore Auditorium di San Francisco – la notte in cui la prima cantante Signe Anderson lasciava il posto a Grace Slick – che mi è stato regalato dalle mie figlie a Natale.
I Jefferson sono stati protagonisti della “Summer of love” californiana, e musicalmente sono l’anello di congiunzione fra un sacco di cose importanti.
Su Youtube si trova parecchia roba dei vecchi Jefferson, ma solo pochissima veramente dal vivo. Ecco, per concludere, un loro live del 1970: