Due parole su “High Hopes” di Bruce Springsteen: 1) Maurizio Montanari (video)

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Il collega e amico virtuale Maurizio Montanari ha pubblicato su Facebook una sua videorecensione in anteprima dell’album di Bruce Springsteen “High Hopes”, del quale circolano i due singoli (il brano omonimo e “Dream Baby Dream”) in attesa dell’uscita ufficiale (il 14 gennaio).
La critica di Maurizio parte da una domanda che probabilmente si è posta la maggior parte di quelli che hanno un legame con la storia musicale di Springsteen e che l’hanno visto negli ultimi due anni negli stadi di mezzo mondo, lontano dallo studio di registrazione: aveva senso pubblicare questo lavoro adesso, al volo, assemblando materiale per lo più d’epoca subito dopo il termine del lunghissimo e trionfale tour di Wrecking Ball e riservando questo trattamento ad alcuni brani storici? Continue reading “Due parole su “High Hopes” di Bruce Springsteen: 1) Maurizio Montanari (video)”

Todo cambia / 9: “Solo le pido a Dios”

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È probabile che negli ultimi numeri di questa rubrichina abbia dato uno spazio spropositato a Bruce Springsteen, ma vi assicuro che è casuale. E comunque è meritato, e comunque in ultima analisi il blog è mio.
Oggi scopro grazie a Luca questa cover che il Boss ha cantato (in spagnolo!) qualche giorno fa in Argentina. La canzone è di León Gieco, un roquero di Santa Fè con una discografia sterminata e una storia di rapporti difficili col regime.
Per questa “Solo le pido a Dios” fu esiliato.
Qui l’ascoltate dall’autore e dal Boss. E più giù potete leggere il testo. Continue reading “Todo cambia / 9: “Solo le pido a Dios””

Bruce a Padova, bentornati a casa

Foto www.zedlive.com
Foto http://www.zedlive.com

Di solito il ritorno a casa è la fine della storia.
La storia che Bruce racconta nei suoi concerti italiani del 2013 del lungo “Wrecking Ball Tour”, invece, inizia con “Long Walk Home”, che è una canzone sul ritorno. L’ha cantata in apertura a Napoli, è stata la prima eseguita con la band Continue reading “Bruce a Padova, bentornati a casa”

Todo cambia / 7: “Dancing in the dark”

Born in the USA

[I post della serie “todo cambia”]

Quando uscì l’album che conteneva questa canzone (1984), apparve ad alcuni come uno scandaloso esperimento pop.
Ma c’era allora un gruppo californiano di cui oggi non si ricorda quasi nessuno, teppistelli col ciuffo a banana che prendevano le canzoni pop di quegli anni e le sbattevano nella macchina del tempo in cerca dell’innocenza delle origini… Continue reading “Todo cambia / 7: “Dancing in the dark””

I miei dieci del duemiladodici (e altre cosette)

Xmas rockNon è colpa mia se questa vi sembrerà una classifica con un marcato carattere, diciamo, generazionale. Magari sarò stato distratto io, ma mi è parso un anno dominato soprattutto soprattutto da alcuni grandi nomi di sempre. D’altra parte, trattandosi di passione, quel che è parso a me è del tutto insindacabile.

Beh: come che sia, propongo ai miei lettori – anche a quelli musicalmente renziani, sperando che trovino comunque pane per i loro giovani denti – una lista dei dieci cd che più mi sono sembrati rappresent… oh, no, insomma: che più mi sono piaciuti. Continue reading “I miei dieci del duemiladodici (e altre cosette)”

Da Bresciaoggi: Bruce Springsteen, la community dentro e fuori San Siro

(Con un po’ di lena riesco a mettermi a pari con la ripubblicazione sul blog dei pezzi che ho scritto per “Linguaggi della rete”, la rubrica quindicinale che tengo su Bresciaoggi. Questo è l’articolo scritto per l’11 giugno di ritorno dal concerto milanese del Boss) Continue reading “Da Bresciaoggi: Bruce Springsteen, la community dentro e fuori San Siro”

Morte nella città (Bruce e io)

bruce_itunesHo rimandato ogni giorno al giorno dopo l’acquisto e l’ascolto di “Wrecking Ball”. Ho anche fatto il possibile per evitare ascolti accidentali (dalla radio, da Youtube) fino a che non fossi stato pronto a mettermi le cuffie in testa e a farci i conti. Però non è che si può sempre controllare tutto.
Adesso vi racconto come è andata.

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È che quando se ne va uno come Clarence Clemons, non se ne va da solo.

Ho amato alla follia quel suono e poi gli ho voltato le spalle sdegnosamente. Intendo quel suono ossuto e nervoso come il corpo di Bruce dei concerti del 1978 e massiccio come la figura di Clarence “Big Man” Clemons.
Ero a Milano, allo stadio Meazza, nel giugno del 1985, per quella serata che attendevamo da una vita e che in qualche momento eravamo arrivati a pensare di non meritarci più: un concerto di Springsteen e della E Street Band in Italia. Erano i giorni di Born in the U.S.A., l’album che dal titolo faceva il verso a Born to Run e che pure rappresentava il punto più distante dal lirismo del Boss degli anni Settanta. Continue reading “È che quando se ne va uno come Clarence Clemons, non se ne va da solo.”