[Leggi tutti i miei commenti ai film di “Luoghi, Ritorni, Appartenenze”]

Ho l’impressione che quello che si può trarre da questo film abbia (rispetto al film di ieri) un collegamento più indiretto e metaforico con L’Aquila, con queste giornate e con quello che evocano.
La storia è più sfumata, i sentimenti che racconta sono apparentemente più intimi e privati. Però mi sembra un film denso di fiducia nelle persone e nelle relazioni, e tanti sono gli spunti che suggerisce che a ciascuno dovremmo dedicare una serata. Così ve ne dò dei brevi lampi.

1. Di chi sono gli occhi che vedono Travis?
All’inizio della storia Travis è muto, si aggira come una specie di fantasma catatonico. Le persone che gli erano vicine non sanno più nulla della sua esistenza. Da quando il fratello lo rintraccia, riprende a comunicare con altri esseri viventi. Rientra molto gradualmente nelle relazioni: dopo qualche ritrosia accetta di entrare nell’auto di Walt, ma solo sul sedile posteriore (e così si lascerà guardare soltanto con la mediazione dello specchietto retrovisore: prendete nota, perché il tema dello specchio e dello sguardo dell’altro è un tema che tornerà spesso). Si divincola, scappa, si fa riacciuffare e alla fine resta.
A mano a mano che si riconnette con le persone, riprende vita. Un po’ alla volta recupererà anche i ricordi. Più entra nelle vite di Walt, Anne, Alex (e più loro entrano nella sua), più i suoi occhi ritrovano vitalità.
È la relazione che ci rende vivi; è la relazione, è lo sguardo dell’altro che ci fa esistere.
Travis si trasforma nel corso della storia a mano a mano che si sente visto e pensato. Prima dal fratello, poi dal figlio ritrovato. Recupera la memoria e la capacità di raccontare la propria storia, che comincia a Parigi nel Texas, perché per raccontare una storia occorre che esista qualcuno a cui raccontarla (vuoi vedere che anche la memoria è una faccenda relazionale?).

2. Non meno di tre
Anche una relazione esiste in rapporto a un terzo; a una persona che la guarda, a un posto che le fa da sfondo, a una comunità che ne è testimone. Due persone insieme non sono mai soltanto due.
Quella di Travis è un’odissea a ruoli scambiati. È lui che cerca Telemaco (ehi, ho citato Telemaco!) per ricongiungerlo a Penelope. Non è il richiamo di qualche nuova avventura, non è qualche sortilegio, ad averlo tenuto lontano: è che senza di loro ha smarrito il senno. Ma è il ricordo di tutt’e due, a farlo viaggiare.
E così la relazione fra Travis e Alex nasce in cerca di Jane; e poi Travis e Jane si ritrovano perché c’è un bambino da riportare alla madre. Ancora, Jane e suo figlio si ritrovano perché è un desiderio del padre.
Anne teme per sé e Walt dapprima nella prospettiva che Alex si sganci da loro. Insomma, non c’è due senza tre: nel senso che ogni relazione esiste in relazione a qualcos’altro e qualcun altro.

3. Itaca, Texas
Dicevo, il pensiero di Jane e Alex (a proposito: ma perché la versione italiana ribattezza Alex quello che in originale è Hunter?) fa camminare Travis. C’è anche altro. Travis è in cerca di un luogo del quale conserva una foto consumata: Paris in Texas, dove anni addietro ha comprato un pezzo di terra e non ne ricorda il motivo. Lo ricorderà: Paris è il posto dove è stato concepito. E il “punto di partenza” di Travis Clay Henderson, un posto che fa parte di lui in senso quasi biologico.
Forse, una volta lasciati madre e figlio al loro abbraccio, riprenderà il viaggio per raggiungere la sua perduta (e sperduta) Itaca. Che però nel suo caso non è la terra dove ricongiungersi con la propria donna e i propri figli: è il luogo dove ritrova sé bambino, anzi, l’inizio di tutto. Il suo big bang. Un viaggio a ritroso per addormentarsi in qualche genere di ventre materno.

pt_poster4. Appartenenze molteplici
Pur con tutte le paure che questo comporta, Walt lavora perché Travis possa ritrovare suo figlio. E anche Anne, sebbene tema ancora di più le conseguenze del ritorno del cognato, lo mette nelle condizioni di ritrovare Jane, dandogli le informazioni utili a raggiungerla. Sanno che il ricongiungimento dei genitori biologici di Alex/Hunter può cambiare il loro rapporto col bambino, ma entrambi, che del piccolo si sono occupati dalla scomparsa di Travis e dall’uscita di scena di Jane, si espongono al rischio. Accettano – non di perdere Alex, ma di pensarlo dentro appartenenze molteplici. Decidono di sostenere il rischio che nella sua biografia ci sia spazio per due famiglie. Da parte sua, Alex decide di partire con Travis, ma prima si assicura che tornerà da loro.
Quando usiamo la metafora delle radici per parlare delle nostre appartenenze, ci immaginiamo come piante che ricevono nutrimento e senso da un unico punto: ma questa è una visione che semplifica la complessità delle nostre appartenenze. Maurizio Bettini, che ha messo in discussione l’adeguatezza di quella metafora, suggerisce di pensare a noi stessi non come vegetali fermi, ma come fiumi che scorrono ricevendo acqua da affluenti diversi e corsi d’acqua di varia grandezza e a sua volta la distribuiscono. Aggiungerei che film come questo ci fanno pensare alle strade come metafora della nostra capacità di appartenere a più posti e a più cuori.

5. L’altro, il diverso, la differenza
Travis piomba nella famiglia con tutto il suo carico di diversità, dapprima come una minaccia che arriva da lontano. Il modo in cui lui e gli altri a poco a poco si conoscono e si accettano (dove l’accoglienza e la conoscenza non è a senso unico ma è un processo che coinvolge e cambia tutti), mi fa pensare a questo film anche come un film sulla differenza.
Lo stesso regista è un diverso, uno straniero: è un europeo che racconta una storia americana (osservo, di passaggio, che nella prima sera abbiamo assistito a un film del regista considerato da qualcuno il più europeo fra gli americani). Così uno dei motivi di interesse di questo film sta nel vedere come un regista europeo vede e filtra il cinema americano e l’epica della strada. Ho l’impressione che nel guardare certi angoli della provincia profonda, quest’osservatore straniero abbia un atteggiamento più ingenuo di un regista che voglia raccontare il “Grande romanzo americano”. Wenders è stato definito l’antropologo del cosiddetto “Nuovo cinema tedesco”, e mi sembra che questa attitudine gli permetta di guardare all’America senza riverenze, come a una cultura fra le altre culture. dico questo per sottolineare come, a tutti i livelli – dall’autore ai personaggi – questo film racconta dello straniero e del diverso come opportunità di guardare se stessi da un’altra prospettiva.
È lo sguardo del diverso a cambiare Walt e Anna, così come l’accoglienza del diverso cambierà Travis.
Per conoscere la realtà è importante confrontare uno sguardo da dentro e uno sguardo da fuori (è la ragione per cui partire è un modo di conoscere meglio un posto; ma non quello dove si approda: quello da cui si parte; lo sapeva T. S. Eliot: “Non smetteremo mai di esplorare, e alla fine di tutto il nostro esplorare ritorneremo al punto da cui siamo partiti e conosceremo quel posto per la prima volta”).
Nel travaglio di Anne e Walt vediamo che qualche volta può non essere del tutto indolore accogliere lo sguardo “altro”: nel momento in cui accogli il diverso, è tutto l’insieme a cambiare.

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6. Riconoscersi
Lo dicevamo nelle altre sere: in queste tre storie c’è sempre qualcuno che si riconosce simile a qualcun altro in un dettaglio della biografia o in un destino comune. Ci sono alcune sequenze di “Paris, Texas” in cui il regista rende visivamente quella specularità, quel reciproco riconoscersi. Mette i suoi personaggi uno di fronte all’altro, come uno specchio:
– Alex imita la camminata di Travis, sul marciapiede opposto (solo dopo un po’ di strada percorsa in questo modo, guardandosi e rispecchiandosi, l’uomo attraverserà la strada per unirsi al figlio nell’ultimo tratto);
– Alex e Travis durante il loro viaggio hanno una camicia rossa, che li rende un po’ simili;
– quando Alex ritrova Jane li vedremo, l’una di fronte all’altro, simili nel caschetto biondo e nella camicia verde; e l’emozione dell’incontro culminerà nella fusione di un abbraccio biondo-verde.

7. Lo specchio come diaframma
Travis e Jane si ritrovano quando lui si fa riconoscere, al di qua dello specchio opaco del peep show. Al di là della distanza e dell’ostacolo oggettivo, il momento di maggiore intimità fra i due è sottolineato dal modo in cui l’inquadratura sovrappone il viso di Jane, che sta di là del vetro, con quello di Travis, che vi si rispecchia di qua. Il loro incontro ha il potere di cambiare la cornice, di sovvertire lo spazio. Una struttura così rigida come quella costituita dalle due stanzette, una buia e l’altra illuminata (che definisce una relazione unidirezionale in cui uno vede e l’altra no!), è totalmente decostruita dai due: lei spegne la luce, lui si punta la lampada contro il viso; lei prende l’altoparlante da dove è sempre stato e lo stringe a sé, sedendosi in terra contro la parete che contiene lo specchio. Quando Jane e Travis si ritrovano, le cose cambiano senso. La stanza cambia identità, gli oggetti si trasformano nella forma e nell’uso. Niente è come prima, quello che era invisibile è svelato. L’incontro cambia a tal punto l’esperienza di quel luogo, che mai potrà essere più lo stesso.

 

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