E così mi è scappato di addormentarmi e ho sognato il seguito del sogno di prima.

Allora, c’era sempre quel cameriere con l’accento toscano. Mi porta il passato, come gli avevo chiesto, e resta là a fissarmi mentre me lo sorbisco. Dopo un po’, imbarazzato, gli faccio un cenno che significa “si può sapere che vuole, ora?”.
E lui mi fa, con l’aria lievemente disgustata: le piace, vero?
Sì, dico, abbastanza. Può andare, adesso.
Lui resta lì e dice (indicando lontano, dietro di sé, col pollice): anche a quelli là piace tanto…
A quelli chi?, gli domando.
Lui mette il dorso della mano accanto alla bocca, si avvicina e sussurra con voce nasale: …asabau…
Eh? Ma che cacchio dice?, grido io.
Ho detto Casapound!, mi grida lui.
Ma è scemo?, gli faccio, fra gli schizzi di passato.
Nemmeno quelli vogliono la mia nuova zuppa, confessa lui annuendo grave.
Quella coi ceci e la marmellata di fragole?, domando. E questo cosa c’entra con me?
Va bene, va bene, dice lui. Non si alteri. Ho capito che a lei non piace il nuovo.
Ma la smettete?, grido io. È da più di vent’anni che la menate con questa storia del nuovo che avanza e…
Avanza?, mi domanda lui. Glielo metto in un cartoccio?
Eh?, faccio io.
Lo porta al cane, dice lui.
Non ho un cane, dico io disfatto.
A Casapound? dice lui.
Poi mi ricordo che gli tiravo dietro il piatto, e a quel punto mi sono svegliato tutto sudato.

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