Al giudice saggio furono portati i due litiganti. Il primo disse “Dylan non è proprio letteratura, dargli il Nobel è inopportuno!”. Egli ascoltò molto attentamente e commentò: “Tu hai ragione”.
Poi ascoltò il secondo: “Dylan è il più letterario dei cantanti rock, il suo Nobel è dovuto”, e di nuovo commentò: “Tu hai ragione.”
A questo punto un osservatore esclamò: “Eccellenza, non possono avere ragione entrambi!”. Il giudice saggio ci pensò sopra un attimo e poi, serafico: “Hai ragione anche tu”.
(Citazione a memoria, forse non era proprio così)

Capirete che un blog che prende il nome dal grande romanzo giovanile di Bob Dylan non poteva non farsi toccare dall’evento che ha coinvolto il grande cantautore: l’Accademia di Svezia gli ha tributato il Premio Nobel (buffo però: proprio nel momento meno letterario della sua lunghissima carriera) e, come era prevedibile, fra i commentatori molti sono stati quelli che hanno classificato come abominio una scelta così anomala, mentre altri l’hanno salutata come auspicata e dovuta.
Ma non moltissimi, mi pare, hanno mosso una critica a partire dalla motivazione ufficiale: «per aver creato», dice la motivazione, «nuove espressioni poetiche all’interno della grande tradizione della canzone americana». Non per essere meglio di Philip Roth, ma per il merito storico di aver reso “letteraria” la musica di derivazione tradizionale. È di quella motivazione che è giusto discutere, non di altre. Anche per sostenere, eventualmente, l’irrilevanza di quel merito nella cornice del Nobel.

Ma vi dirò che ho molto sperato che un dibattito su una questione su cui è così difficile dire una parola ultimativa, diventasse un’opportunità di leggere cose intelligenti, da una parte e dall’altra. Sono rimasto piuttosto deluso.
Fra quelli che festeggiavano il premio, il contributo al dibattito non è andato molto spesso oltre “Dylan è un grande poeta, maledetti rosiconi”, e se parliamo di quelli che l’hanno criticato, spesso era evidente che a fronte di una competenza nelle lettere, non avessero chiara la differenza fra un cantautore e un comò: etichette, generi e definizioni musicali usati così, a capocchia, tanto per dare l’idea di saperla lunga.
Vi segnalo però alcune letture interessanti, per elevare un pochino i termini della questione da “c’entra / non c’entra”.

tiziano-scarpa-brevetto-geco-uscita-tramaLa prima è dello scrittore Tiziano Scarpa, che pur ricorrendo ad argomenti che mi sembrano, diciamo, non sempre robusti (per esempio, mi pare un po’ tirato per i capelli che Dylan abbia scritto “poesie esclusivamente legate alla sua voce”: anche solo per il fatto che le sue canzoni le hanno ricantate centinaia e centinaia di altri interpreti), si è sforzato più di altri detrattori e ha scritto un contributo molto bello.
L’articolo è “Il Nobel a Bob Dylan”, da sito Il primo amore, 13 ottobre 2016.

portelliL’altra è di uno dei pochi autori realmente titolati a parlare di connessioni fra la letteratura e la musica, ed è Alessandro Portelli. Portelli è storico, docente di letteratura angloamericana e studioso della canzone americana di derivazione tradizionale.
Ha scritto “Bob Dylan, l’arte non si ingabbia” su Contropiano, 16 ottobre 2016 (ho scoperto l’articolo grazie a Roberto Salvatore).

Ezio Tarantino

Infine: ho atteso qualche ora per far uscire questo post, perché aspettavo lui. E proprio stamattina Ezio Tarantino ha pubblicato un intervento sul suo blog. Ezio Tarantino si occupa di web e biblioteche digitali, ed è scrittore e cultore di cinema.
Da esperto di ricerche bibliografiche, si è dedicato a ricostruire come emergeva l’immagine di Bob Dylan nella bibliografia accademica, in tempi non sospetti.
Sul suo “Blog senza qualità” ha pubblicato “And the winner is… Bob Dylan” (17 ottobre 2016).

Buona lettura, in attesa che dica la sua anche il diretto interessato (che continua a fare l’indiano).

Autosave-File vom d-lab2/3 der AgfaPhoto GmbH
Autosave-File vom d-lab2/3 der AgfaPhoto GmbH

 

Annunci

10 thoughts on “Quanto c’entra Dylan con la letteratura (da uno a due)?

  1. Ciao Massimo, come stai? Grazie del rimando. Due parole sul tuo rilievo: le cover non le ignoro di certo (Jimi Hendrix…!). Il punto è che le canzoni *nascono* con la voce di Dylan: cioè la questione sta nel cosa succede all’inizio, all’atto della pubblicazione (il disco), non *dopo* di essa (cover, ecc.). I testi di Dylan sono legati all’impronta della sua voce, mi sembra innegabile. Anche le poesie possono essere musicate, ma nascono nude, e quale *tono* abbiano (ritmo veloce, lento, possente, intimo) lo si deve capire dalle parole, non da come vengono (fin da subito, fin dall’inizio, alla loro nascita, nel caso di Dylan e delle canzoni in generale) pronunciate, cantate, accompagnate da strumenti, ecc. Il poeta non le fa venire al mondo *con la sua esecuzione d’autore*: la letteratura affida l’esecuzione al lettore, senza che l’autore mostri fin dall’inizio qual è la sua esecuzione, per così dire doc, certificata e garantita… La parola nuda, disarmata, abbandonata su un foglio, su uno schermo, affidata alla lettura: questa è la letteratura. Bob Dylan è un grande artista, con un grande talento poetico, che però ha scelto un altro medium.
    Tiziano Scarpa

  2. Confesso che fino a domenica a ora di pranzo la mia posizione era pressoché allineata con quella di Tiziano Scarpa. Quello che mi ha fatto cambiare (in parte idea) e mi ha spinto a scrivere il pezzullo sul mio “Blog senza qualità” è stata a) la riflessione sulla motivazione (che avevo precedentemente letto solo di sfuggita) b) l’articolo di Ball, che per primo, nel 1996, aveva perorato la causa del Nobel a Dylan. Le motivazioni dell’Accademia in definitiva non ascrivono direttamente l’opera di Dylan alla letteratura (cosa che comunque rimane opinabile – il testo teatrale è letteratura? Penso di sì. Ma Il Mistero Buffo può essere pensato se non “agito” da Dario Fo? E d’altra parte: i testi di Shakespeare, Cecov & co. come li consideriamo? e si badi: non sono domande retoriche. Credo che siano domande che aprano una discussione, non la chiudano). Motivazioni che risultano più chiare (e coerenti) alla luce degli “standard” dell’Accademia di Svezia citati da Ball nel suo articolo, che considerano quello per la letteratura “not primarily a literary prize” but also one recognizing elevating views of humanity”.
    In qualche modo questa chiosa non smentisce la posizione di Scarpa/Montanari (che nel riferirsi alla letteratura-letteratura usano quasi la stessa aggettivazione: indifesa, disarmata) piuttosto la aggira. Credo.
    Ezio

  3. I testi di Cechov e Shakespeare li consideriamo come degli spartiti. Non abbiamo super8 o videocassette o dvd o streaming con la *messa in scena d’autore* pubblicata da Shakespeare, e diffusa come “primum” definitivo di riferimento, come sono le canzoni di Dylan o di qualunque altro cantautore. Io penso (ma lo devo a McLuhan, non alla mie povere opinioni) che l’età elettrica renda incommensurabili i paragoni con l’età pre-elettrica. Cioè qui, nel caso di Dylan e di tutti gli altri, abbiamo delle esecuzioni d’autore che diventano anche, filologicamente, degli *archetipi* (uso questo termine nell’accezione filologica, secondo Lachmann). Cosa che non succede nemmeno con i testi teatrali. Il caso di Fo, non a caso, appartiene all’epoca elettrica, ed elettronica: Fo di fatto è diventato famosissimo con la televisione, con il suo Mistero Buffo registrato: l’ho visto anch’io da ragazzino, che sono cresciuto in una famiglia di genitori con la quinta elementare che erano alienissimi dall’andare a teatro… Mi sembra un po’ strano che ci si sia dimenticati dell’enorme riflessione sui media da McLuhan a Eco ecc., e che nelle discussioni su questo Nobel si tiri fuori addirittura Omero e gli aedi (ma non mi riferisco né a Massimo Giuliani né a Ezio Tarantino, bensì a cose che ho letto in giro).

  4. Se dovessi sintetizzare in una frase, direi che la letteratura affida l’esecuzione del testo a chi legge. Il medium canzone (nell’epoca elettrica, con la registrazione il disco la diffusione radio ecc.), no.

  5. Grazie a Tiziano e a Ezio. Sono felice che questo post sia diventato un’occasione per parlarne a questi livelli. Ora spero di non abbassare troppo la media 🙂
    Tiziano, è davvero un piacere ritrovarti qua. Mi hai fatto ripensare a quando (2010?) a Venezia dibattemmo su internet e autorialità. Io celebravo l’avvento di una “intelligenza collettiva” che erodeva il “potere” dell’autore, e tu dicevi “e già: e chi si prende la responsabilità di quello che si dice, se non un autore che ci mette il nome e la faccia?”.
    Avevi ragione, e quell’incontro (con la nostra corrispondenza successiva) modificò piuttosto profondamente il seguito del lavoro che avevo portato quel giorno a Venezia. (Ci ho ripensato di recente leggendo il tuo intervento sul caso Elena Ferrante, che con un nome inventato firma appelli: ho pensato anche lì che avessi ragione, ma qui mi fermo perché entro in un campo in cui sono straniero).
    Ora, io non penso alla “All along the watchtower” rifatta da Jimi Hendrix come a una cover. Penso a come quella canzone diventi in tutto patrimonio di un altro artista, che ci mette il nome e la faccia. E si assume una responsabilità, compresa quella di collocarsi dentro una tradizione e di dire qualcosa sui confini di quella tradizione.
    Quando penso alle cover penso alle cover band, che si stanno mangiando il mercato della musica dal vivo (nei locali, almeno), e la cui unica responsabilità è di rifare pari pari l’artista, fin nell’abbigliamento e nelle mossette. Fino a mascherarla, la propria faccia.
    Così: certo, la canzone d Dylan non nasce “nuda”. Nel mio post successivo scherzo sulla possibilità di separare testo e musica per decidere se il primo sia poetico; e anche sulla prassi, salutata come apertura “progressista”, di pubblicare i cantautori sulle antologie scolastiche. Ora, non solo tu non cadi nel tranello di voler “spogliare” una canzone per poterne parlare, ma anzi punti l’attenzione proprio sul fatto che la canzone nasca “vestita”. È così. Ma io penso che nasca con un abito molto provvisorio.
    Quel è la versione definitiva di “All Along the Watchtower”? Quella che sta su John Wesley Harding? Quella di Hendrix? Quella degli U2? Una di quelle che Dylan ha fatto dal vivo (e non ce n’è una uguale all’altra)? Una di quelle pubblicate? E quale? L’ultima? La risposta può essere soltanto (e i cultori del jazz lo sanno ancora meglio): “tutte insieme”. È il prodotto di una intelligenza collettiva, e lo è proprio in virtù del fatto che quell’intelligenza collettiva non è una massa anonima.
    Allora, non nascerà nuda, ma nasce per buttare via prima possibile quel vestito. Che non è la musica (nel post successivo dico che non si toglie la musica a una canzone come noi ci togliamo la camicia): è l’arrangiamento, è quello che succede nel momento in cui si suona, è l’interazione col pubblico, è la storia dell’interprete eccetera eccetera. Persino le parole stesse cambiano.
    Oppure nasce con tanti vestiti da non tenerne nell’armadio nemmeno uno.
    Lo stesso Dylan, quando la canta oggi, canta la stessa canzone che cantava prima di aver fatto due album dedicati a Sinatra? È davvero la stessa, dopo che lui stesso ha così autorevolmente riconfigurato i confini della canzone americana?
    Quello che dico – ammesso che abbia senso – rende la canzone omogenea alla poesia scritta? No, però dice che la distinzione è parecchio scivolosa, e le conclusioni a cui porta difficilmente possono essere definitive.

    E poi c’è che, come dice Ezio, l’Accademia non assimila Dylan alla poesia: dice semmai che l’ha portata nella musica. E che Dylan abbia reso più “letteraria” la musica americana (in quegli anni c’era la canzone tradizionale e c’era il rock and roll) è difficile negarlo. Se poi questo sia rilevante per il Nobel, è un altro discorso (ed è il punto dove lascio la parola a chi è competente).

  6. P.S.: spero che si capisca che nel mio intervento ci metto molto più Eco e McLuhan che Omero e gli aedi: ma è importante il fatto che, trattandosi di musicisti che spesso non conoscono la scrittura musicale, quello che fanno si avvicini tanto alla tradizione orale? Certo, la registrazione è un supporto molto più severo che lo spartito, ma a loro volta quelli che rifanno le canzoni dal disco non sono musicisti esperti: e le rifanno come vengono.

  7. Caro Massimo, penso che tu stia allargando troppo il discorso.
    1. La questione della “responsabilità” non riguarda specificamente le opere d’arte ma gli atti linguistici, come li ha definiti la filosofia del Novecento (Austin, Searle). Se faccio una promessa, devo metterci nome e faccia, identità. Riguarda azioni politiche, civili, sociali, relazionali in generale. Non c’entra niente adesso questo discorso di metterci la faccia con le canzoni, scusami. E non è affatto soltanto una questione di “responsabilità” ma di forza, di arma civile: se ci metto nome e volto e mi rendo identificabile, posso fare delle azioni con le parole, se no condanno il linguaggio alla morte civile, cioè lo privo della possibilità di compiere degli atti, delle azioni, gli impedisco di fare cose con le parole. Quindi bisogna rovesciare il punto di vista: non “responsabilità” poliziesca, ma, al contrario, *possibilità* attiva, potenzialità utilizzabile nella pratica: se ti scrivo, io metto il mio nome accanto a una promessa che ti faccio di trovarci domani alle cinque, non tanto e non solo perché così tu domani se non mi presento puntuale potrai giustamente protestare e rinfacciarmelo (“responsabilità”), ma perché se non ti dico che sono io che ti propongo di trovarci alle cinque e ti mando una frase anonima che ti dà un appuntamento, rendo quella frase inerte, la disarmo della sua possibilità di mobilitare te affinché tu venga all’appuntamento. E’ più chiaro ora? E comunque, scusami, non c’entra con questo discorso sul Nobel a Dylan.

    2. Il “potere” dell’autore io non comprendo bene come mai si continui a vederlo dal “lato +” (cioè: grande possanza), mentre esiste un “lato -” (grande debolezza). Mi spiego: tutti questi discorsi sull’intelligenza collettiva, sul contributo di tutti, eccetera, dimenticano che non viviamo in un mondo idilliaco, e che può arrivare un grande potere maligno (dittatura, economia illegale, sfruttamento ecc.) che prende un’opera e la stravolge a suo piacimento. Ti dice qualcosa “1984” di Orwell? E allora, la “firma” d’autore che garantisce che quell’opera, quella poesia, quel romanzo sono stati voluti e scritti in quel modo, con quelle parole (con quel ritmo triste, con quegli accenti allegri, eccetera) sono un modo di tutelare la libertà e la verità. Ti consiglio di riprendere in mano “I testamenti traditi” di Milan Kundera, che ricorda come vennero stravolte le opere di Janacek, perché lui non aveva la forza di difenderle, e pur di vederle eseguite dovette chinare il capo e accettare che gliele cambiassero, stravolgendole, a piacimento, alcuni potenti direttori d’orchestra dell’epoca, musicalmente incapaci. Ora, certo, che bello, che idillio tutto questo mondo di apporti creativi!, ma, scusami, se tu scrivi un post e lo firmi, voglio vedere che faccia fai se poi arriva un giornale che te lo ripubblica tutto stravolto a suo piacimento. Quindi “l’autorialità” è anche un modo, un dispositivo che si è dato l’Occidente, per difendere i discorsi inermi, attribuendoli con giustizia e rispetto a chi li ha configurati così com’erano, tutelandone la corretta riproduzione e citazione. Poi, per carità, ci potranno essere mille rielaborazioni inventive, ma, molto semplicemente, quella cosa che chiamiamo “autore” non è altro che una garanzia che quello che stiamo leggendo, ascoltando, guardando non è frutto della manipolazione di una ditta, di un partito, di un governo, ecc. Certo, capisco il tuo punto di vista: Jimi Hendrix, U2 ecc. si assumono la responsabilità di aver stravolto Dylan, l’importante è che sappiamo che Dylan aveva proposto quella sua versione, e che questi altri ne propongono un’altra.

    3. Però torniamo al punto principale. Tutto questo è molto bello, ma la letteratura, per come la intendiamo, è la proposta di un testo senza l’esecuzione d’autore incorporata. Il punto non è cosa succede *dopo* (cioè che possano essere fatte mille cover – chiamale come vuoi, “cover” o “ricreazioni”; io le ho chiamate cover perché quello mi sembra il termine tecnico generalmente utilizzato), l’importante in questo caso è quel che accade *alla nascita* dell’opera d’arte: la canzone, nell’era elettrica, nasce incorporata alla sua versione d’autore, sia essa registrazione su supporto (disco, mp3 ecc) o esecuzione dal vivo (concerto; tra l’altro prontamente registrato, e non da oggi: i leggendari bootleg dylaniani…!); le poesie, i racconti, i romanzi, no. I testi letterari sono consustanziali a una *lacuna esecutiva*, si offrono a chi legge come *privi dell’esecuzione d’autore*. Quindi il punto focale del discorso *non è* il nome dell’autore, la sua firma, *ma la sua esecuzione*, cioè *l’autorialità dell’esecuzione*. La letteratura affida l’esecuzione al lettore, la canzone no, nasce con la sua esecuzione d’autore già incorporata. Sono due media completamente diversi. E con questo non voglio affatto fare classifiche né tantomeno dire cosa è meglio e cosa è peggio. Dico che sono due cose incommensurabili, e se diamo un Nobel per la letteratura non dovremmo darlo a delle canzoni. Allo stesso modo, fatte le dovute differenze, se diamo un Oscar per la regia non dovremmo darlo a un pittore, come per esempio Gerhard Richter, (per il quale ho la massima ammirazione), perché, che so, i suoi dipinti possono essere considerati dei film fatti di un unico fotogramma, e perché grazie a essi Richter ha portato nella pittura le grandi acquisizioni dell’arte dell’inquadratura cinematografica… Come vedi, questo non equivale mica a dire che la pittura valga meno del cinema.

  8. Per concludere. Tu dici, a proposito della canzone: “Allora, non nascerà nuda, ma nasce per buttare via prima possibile quel vestito”. Ma, per l’appunto, nel dire questo riconosci che c’è un’incommensurabilità radicale. La letteratura non ha bisogno di liberarsi di alcunché, perché nasce senza esecuzione d’autore, nasce *già libera*.

    In più, non vedo in che senso questa ansia di “liberarsi dell’autorialità” cosituisca un valore in sé, in assoluto, buono “a prescindere”, e in che senso l’intelligenza collettiva sia in sé qualcosa di positivo in assoluto. Dipende. A volte è corruttela, semplificazione, divulgazione sminuente, perdita delle sfumature, distruzione di “armonici”, cioè di fragili delicatezze che costituiscono la particolarità e la bellezza di un’opera.

    Sospetto (ma forse mi sbaglio) che tu abbia una certa simpatia per la “profanazione” (lo dico in senso neutro, senza connotazioni negative del termine “profanazone”) dell’autorialità da parte dell’intelligenza collettiva, cioè dell’azione dei molti nei confronti dell’uno. Ma l’uno, spesso, è debolissimo, e i molti sono conformismo e pressione totalitaria (voglio dire: dipende, dipende sempre dalle situazioni: e quindi, trovo pericolosamente idilliaca la tua posizione: presuppone che gli apporti dell’intelligenza collettiva siano per forza benintenzionati).

    Aggiungo che, sì, certo, la “liberazione”…: ma io tutta questa ansia di “liberarmi” di Bach o Beethoven non ce l’ho: apprezzo tantissimo le infinite variazioni, cover, riarrangiamenti jazz pop tango discomusic ecc. ecc. che sono state fatte nei secoli, e decenni recenti, a partire dalle loro musiche, ma sono adorantemente legato alla versione d’autore di Bach e Beethoven, per piacere. E per fortuna che l’Occidente ha sviluppato una cosa chiamata filologia, che è una difesa e tutela delle opere, prendendosi cura del “lato -” dell’autore, cioè della sua debolezza, che in questo caso dipende da una cosa molto semplice, e cioè che Bach e Beethoven sono morti, e non possono più affermare quale forma avevano dato alle loro creazioni.

  9. Ciao Tiziano, il tuo discorso mi è molto chiaro. Il mio esprimeva le mie perplessità sul punto 1 e soprattutto sul 4 della tua critica.
    Aggiungo due righe solo per spiegare che non credo di avere una simpatia per la “profanazione” dell’autorialità: osservo che, dalla musica afroamericana in poi – e con Dylan ci siamo dentro – l’autore si fa meno individuale e più collettivo (sebbene costituito di tanti “uno”; se parlassimo di jazz sarebbe più chiaro, perché lì l’estemporaneità e l’improvvisazione sono elementi imprescindibili: di chi è “My Funny Valentine”? Quale fra tutte le versioni note è quella “vera”?). Con questo sostenevo che, se le parole delle folksong sono “colossi”, sono colossi ben più fragili e provvisori delle parole di un libro stampato.
    Detto questo, capisco dove tu segni la linea di demarcazione e ne comprendo la logica.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...