Parto dal post di Costanza Jesurum e da uno status di Marco Tarantino che mi sembrano parlare di due aspetti opposti e complementari di questo dibattito recente, per cui entrambi necessari a un processo che vedo in corso. I social network hanno posto il problema dell’esistenza di un certo atteggiamento diffuso che chiamiamo “sessismo”: lo hanno fatto emergere non tanto perché hanno messo sotto il riflettore comportamenti e politiche, ma soprattutto perché hanno messo sotto il riflettore noi che scriviamo e pensiamo. Hanno fatto emergere in pubblico un linguaggio che di solito è privato. Il “culona inchiavabile” riservato da un nostro presidente del consiglio a una sua collega europea, era non a caso “rubato” da una conversazione privata e probabilmente non sarebbe mai stato usato in pubblico: eppure aveva cospicue conseguenze pubbliche, perché era quanto mai rappresentativo di una visione del mondo che si era fatta governo. Noi, qua, ci comportiamo spesso come se parlassimo a una cerchia intima, anche quando parliamo a mille e più interlocutori. E usiamo pubblicamente un linguaggio che altrimenti useremmo in ambiti più ristretti. Credo che questo dipenda dalla natura insolita di questa situazione (prima parlavamo a quattr’occhi o con un piccolo gruppo di amici, oggi parliamo davanti a una quantità di “amici” di cui fanno parte amici stretti e persone sconosciute) ma anche in conseguenza di una mai risolta ambiguità di Facebook: dobbiamo considerare pubblico o privato quello che accade qua? Questo ha delle implicazioni giuridiche complesse, ma anche a livello psicologico costituisce un piano nuovo, “altro” e “intermedio”, una specie di “binario 9 e 3/4” della comunicazione. Oltre a questo, il social network fa uscire dalla sfera locale eventi (la pubblicità della “Eredi Corazza” con una foto che troppo ambiguamente faceva riferimento a uno stupro) che magari resterebbero una polemica di provincia, e forse nemmeno quello.
Riassumo i due punti di vista, e lo faccio per forza brutalmente (e forse seleziono, a uso della risiposta che ho in mente di dare).

Costanza dice nel suo “post ottimista”: beh, c’è una buona notizia. Che tanti si confrontino su queste faccende di linguaggio e che il contrasto al linguaggio sessista sia uscito dai circoletti dei (delle) due o tre che s’indignavano prima, è un buon segno e accoglie finalmente in una discussione ampia quello che prima passava come il puntiglio di qualche estremista.
Perché, aggiungo io, puntiglio un accidente: che per criticare una donna si ammicchi alla sua vita sessuale o al suo corpo accade, e accade in modo paurosamente frequente, statisticamente “normale”: e adesso lo sappiamo, lo vediamo tutti i giorni, non lo sentiamo soltanto al lavoro o in tram, è un modo di porre le cose terribilmente radicato nella nostra cultura e non è vero che affermare questo sia una esagerazione ideologica.

Marco, dal canto suo, dice: va bene tutto, ma qua ci stiamo irrigidendo e stiamo superando il segno. C’entrerà forse il terrorismo, ma qua si fa avanti un integralismo nuovo e non necessariamente di tipo religioso, con la restrizione della libertà di opinione, dove invece dovremmo affrontare le sfide nuove con una dose maggiore di libertà, non con limitazioni e censure. Per capirci: Marco non è un lettore di Libero, e dice queste cose da persona progressista che conosce i pericoli del sessismo. Non è uno di quelli che difendono il diritto di Salvini di scherzare in pubblico con le bambole gonfiabili, ecco.

Ma è successo un fatto, un paio di giorni fa, che ha sparigliato i fronti e ha fatto parecchio discutere proprio fra le persone che il sessismo vorrebbero contrastarlo. L’evento è la pubblicazione di una vignetta di Riccardo Mannelli che, riproducendo sul Fatto Quotidiano una foto della ministra Boschi, criticava la vacuità delle sue posizioni circa la riforma della Costituzione, attraverso la didascalia “Lo stato delle cos(c)e”.
Nel pieno parapiglia che quella vignetta ha provocato, io ho pubblicato un commento sul mio diario Facebook che diceva più o meno: io non vorrei mandare al rogo Mannelli per questo disegno. Chi vede per la prima volta un suo disegno vede magari uno sberleffo a una ministra a partire dalle cosce; chi però se lo ricorda dagli anni di “Cuore” ha presenti quei ritratti così realistici che nel debordare di cosce, panze, cellulite e mascelle scovano un mostruoso che non si vede a occhio nudo. mannelli1E questo per Mannelli vale sia che il soggetto sia un uomo, sia che si tratti di una donna, sia che sia giovane oppure vecchio, che sia noto o meno. Ricordavo i ritratti di persone incontrate sul treno, o al mercato, o agli eventi mondani, dove quelle panze e quelle facce eccessive raccontavano un paese che cominciava a votare col basso ventre. Invitavo, insomma, a guardare il disegno della ministra Boschi nel complesso di quello che Mannelli fa da sempre. Senza dimenticare i suoi nudi, dove quella ciccia iperrealista diventa persino poetica, a suo modo (in un modo disperato, credo). Il contesto, insomma. Che è quello la cui considerazione fa una prima differenza fra ciò che è rigido e ciò che non lo è. (Penso peraltro che la dimensione della vignetta per il quotidiano non sia la più congeniale a questo artista che, almeno quando fa l’autore di satira, fa cose molto più sapide in uno spazio più ampio e più “narrativo”; e che nemmeno gli giovi la collocazione sul Fatto Quotidiano, che è un giornale dal quale, evidentemente, le persone si aspettano una comunicazione più battagliera che sottile: e infatti così è stato ricevuto per lo più quel disegno.)
Cioè, se mi dicessero “ma guarda che gli Eredi Corazza hanno una lunga tradizione di pubblicità con foto di ragazze appena cadute dalla bicicletta”, io direi: mh; ma i giovanotti maschi, invece, come li vedono? Fighi, vincenti e in equilibrio, o anche loro scivolati sulle scale bagnate?
Costanza (non solo lei: e altri che lo sostenevano erano maschi) mi ha fatto notare che “lo stato delle cosce” è una battuta sessista comunque la giri, e che siccome le cosce di una donna (e altre parti anatomiche, certo) sono quello di cui una cultura sessista parla a proposito di donne, esse sono quindi eternamente semanticamente diverse dalle cosce di un uomo. Non sono solo “cosce”, dunque. E lo capisco, e credo che in astratto abbia ragione.

Mannelli_Cuore
Mannelli, da “Cuore”

Ma, visto che si parla di significati, continuo a pensare che questi non siano indipendenti dai contesti, e che non sia privo di conseguenze il fatto che cosce, culi e pance in Mannelli non siano oggetti erotici ma, nel loro disfacimento (anche di oggetti erotici), siano una metafora (qualche volta affettuosa, altre volte, come nei disegni politici, no) del tempo che passa e dei tempi che corrompono. Io, almeno (ché anche parlare in prima persona è sempre utile a evitare le rigidità), li ho sempre avvertiti così dai tempi di “Cuore”.

È però curioso, non tanto che persone mosse da sentimenti non così distanti (ho raccolto parecchie di queste posizioni non solo su Facebook, ma anche in un dibattito con gli ascoltatori al telefono, su una radio storicamente di sinistra) vedessero cose diverse in quel disegno, ma che la discussione, come per una specie di forza centrifuga, partisse per alcune tangenti tipo che da una parte si accostavano i critici di Mannelli ai terroristi della strage di Charlie Hebdo (“ecco, ieri eravate tutti Charlie e oggi volete la censura”), e dall’altra si protestava: “tutti questi uomini che a parole sono contro il sessismo e poi non denunciano i maschi violenti…”, dove è chiaro il meccanismo di trasferire di peso un argomento diffuso nel dibattito sul terrorismo (i “moderati” che non denunciano i “radicali”) in un dominio nel quale è francamente meno efficace: perché il punto è piuttosto in che modo i maschi di buona volontà possano guidare un cambiamento culturale e di linguaggio (e poi, magari certe tragedie avessero precedenti così visibili pubblicamente e denunciabili!).
Qualcuno ha spiegato l’alta temperatura del dibattito con la concomitanza con la vicenda delle “cicciottelle”, e in effetti Mannelli è arrivato in ore in cui un titolo di giornale aveva fatto incazzare metà dell’opinione pubblica, e il licenziamento del direttore l’altra metà. Ma mi pare soprattutto che qualcosa sia entrata inspiegabilmente in rotta di collisione con le paure legate al terrorismo islamico “endogeno”. La mia ipotesi è che confrontarci sul fatto che certe sensibilità possano divergere tanto, ci evoca qualcosa che ha a che fare con lo shock culturale (e, dall’altra parte, che le questioni culturali legate alla convivenza le sentiamo così stringenti perché sono lo specchio deformante della percezione, sempre crescente, che il mondo è fatto di sensibilità divergenti e che la negoziazione dei significati ha dei limiti, anche fra nativi di una cultura).

Ecco, qualcuno dunque ha trovato qualche rigidità negli argomenti che hanno condannato Mannelli. Credo che ci sia. Ma credo anche che il processo di cambiamento dei modelli di pensiero avvenga per oscillazioni, e che a volte le oscillazioni debbano essere anche estreme, per indurre uno stato di crisi in un paradigma consolidato. In questo senso ho provato a scrivere a Costanza e a Marco che mi sembrano tutt’e due dire cose sensate, sebbene apparentemente in contraddizione. C’è davvero un processo di cambiamento in corso, e davvero di questo processo fa necessariamente parte anche qualche irrigidimento.
Anche anni fa, quando cominciammo a discutere dei modi con cui definire alcune persone non europee che cominciavano ad abitare le nostre città, abbiamo dovuto spingere la questione alle estreme conseguenze e sanzionare con qualche rigidità un linguaggio obsoleto. Abbiamo deciso che negro cominciava ad essere un modo denigratorio di indicare quelle persone, e ci è parso più adatto di colore. Poi nemmeno quello ci soddisfaceva, perché d’altra parte un nero non parla di sé usando l’espressione di colore (per noi di colore è l’altro colore, perché il nostro non è un colore: è solo pelle; come etnico è l’altro, perché noi non siamo un’etnia: noi siamo noi). E delle volte bisognava trovare delle evoluzioni verbali per dire la stessa cosa. Ma visto che coi “negri” ci convivevamo, il salto di paradigma stava nel condividere un linguaggio che non solo fosse utile per capire di chi si parlava, ma che tenesse conto dei sistemi di significati di tutti, anche degli immigrati; per i quali, per esempio, negro era offensivo e di colore era ambiguo e ipocrita. Un linguaggio, insomma, che potesse essere condiviso e non servisse solo a noi per parlare di loro. Ora, tutto questo sembrerà ansiogeno a qualcuno, ma per esempio la generazione precedente trovava divertente questa canzone, che a me oggi fa orrore perché la trovo razzista e irrisoria. E ancora, ricordo di aver pensato per la prima volta in modo completamente diverso all’“uomo nero” delle filastrocche e delle ninne nanne di quando ero bambino quando una collega di origine sudamericana, con l’espressione inorridita, mi domandò cosa intendessimo in Italia con quella definizione apparentemente razzista. Può darsi che oggi io continui a pensare all’“uomo nero” delle nostre ninne nanne come a un’immagine innocua, perché arcaica e fantastica (il boogeyman negli Stati Uniti, per esempio) che non ha a che fare strettamente col colore della pelle; ma so, per esempio, che il fatto che arcaicamente associassimo all’ignoto e all’oscuro il colore di chi vedevamo diverso, ha pesato enormemente nel costruire la narrazione occidentale sull’Africa, da quando lo stesso Rudyard Kipling – mica Borghezio – descrisse i piccoli africani come “mezzi diavoli e mezzi bambini.” Così, dunque, quella ninna nanna magari la canterò ancora, se avrò qualcuno a cui cantarla, ma facendomi qualche domanda in più e con qualche cautela necessaria. Ecco, dunque non penso che queste “rigidità” mi facciano perdere qualche libertà o impoveriscano il mio linguaggio: semmai lo trasformano e ne aumentano sfumature e implicazioni, e in questo senso lo arricchiscono e lo potenziano.
leggsAllora, quello che fa sorridere i fessi che accusano di “buonismo” e di ipocrisia “politicamente corretta” chi si preoccupa del modo in cui il linguaggio che usiamo costruisce la realtà, è semplicemente preoccuparsi di trovare un sistema di significati (abbiamo cominciato a farlo, appunto, con le altre culture; lo stiamo facendo, tardissimo, con le parole che usiamo per parlare del femminile) che faccia possibilmente sentire tutti i partecipanti soggetti di quello che si dice e non complementi oggetto. Allora in casa, se ti aggrada, puoi tenere la tua collezione di bambole gonfiabili; su un palco non le usi come argomento politico contro una donna: perché, oltre ad esercitare una violenza su quella donna in particolare, escludi tutte le altre donne dalla partecipazione a un discorso, in cui la donna è oggetto di cui si parla, e non soggetto che parla del mondo e di sé.

Continuerò a pensare che il disegno di Mannelli non meriti quelle critiche perché parla d’altro, ma mi interessa prendere sul serio l’effetto che fa a persone che non sono me, che sono un maschio e sono cresciuto con il settimanale “Cuore”. E continuerò a sperare (e a fare in modo, per quel che posso) che cose così diventino oggetto di discussione e di esplorazioni di differenze di vedute, perché discuterne più che si può e mantenere l’attenzione su come usiamo le parole contribuisce a quel processo che, oscillazione dopo oscillazione, modifica piano piano le nostre sensibilità e le rende più disponibili ad accogliere le differenze che si presentano alla nostra esperienza.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...