Ascoltando Folco Orselli puoi goderti il senso di disorientamento che ti prende quando attraversi quella quantità di mondi che trova spazio nei suoi pezzi, oppure puoi cominciare a pensare a come diavolo si può chiamare quello che fa, a quale altro artista possa assomigliare, a cos’altro riferirti per descrivere la sua musica. Magari perché lo vuoi raccontare agli amici, o ci vuoi scrivere un pezzo sul blog, o solo perché la sua musica è di una ricchezza che un po’ ti sopraffà, e allora le devi mettere un’etichetta e de-finirla. Ma tanto non ci riesci e allora, fanculo, torni a goderti quel senso di disorientamento.

Outside-is-my-side_Orselli

L’ultima volta che ci ho provato mi sono venuti in mente, in successione, Tom Waits, Fred Buscaglione, Rudy Marra, Vinicio Capossela, Enzo Jannacci, Frank Zappa. Ma davvero fermarsi su qualunque di questi paragoni sarebbe fuorviante: semmai a Waits penserei per il modo in cui è decollato dal blues etilico voce-e-pianoforte verso contesti compositivi più arditi, e Zappa, beh, è facile: Zappa per la libertà estrema e la trasversalità dell’ispirazione. Ma detto questo, ogni riferimento vale più per lo spirito e per l’approccio che per i contenuti, e se vi capita di trovare echi di qualcuno nella sua musica, questi – soprattutto in questo ultimo album – non durano più di qualche istante.
Il lavoro in questione, Outside is my Side, è dell’anno scorso e si apre con una ouverture di otto minuti che attacca come uno sghembo funky prog. Hai voglia a dire, come dice Orselli, che “voglio sempre farmi trovare dove la gente mi aspetta”: quella colata lavica in sette quarti che è “Legato a un palo della luce” non era precisamente il posto dove uno si aspettava di trovarlo dopo Generi di conforto, di quattro anni prima. La prima parte dell’album, però, vive di quell’orchestra con fiati che raccoglie l’eredità black dei dischi precedenti, ed è quanto di più travolgente si sia sentito ultimamente.

Ma poi, quando pensi di aver inquadrato il cd come un lavoro di cantautore-con-orchestra-funky, le cose prendono un’altra piega. Arriva la sognante – e qua e là felliniana – “Gli artisti di strada”, e poi arriva “Quello che canta Onliù”, la canzone di Iannacci del 1980. Orselli ne accentua le cadenze latine e la sostiene con una nostalgica chitarra twang, e tutto questo languore da balera dismessa la rende ancora più disperata. E tu pensi “quanta roba al prezzo di un disco solo”, ma sei ancora a metà.
Ti prenderanno alle spalle gli inattesi innesti pop anni 80 di “Vecchi vestiti nuovi”, il crooner ruvido di “Piove” e “Foglie” (non l’ho detto ancora e meriterebbe una trattazione a parte: ma Orselli sa cantare, e ha una notevole varietà di registri al servizio della sua ispirazione iperattiva), la cantautorale (fossatiana?) “Le spose mie”, fino a che l’infuocata e lo-fi “Hooligan” fa deflagrare di nuovo la canzone fuori dai suoi confini conosciuti.
I confini, appunto, sono evocati sin dal titolo: che dice più o meno che “fuori è dove mi trovo bene”. Che è esattamente il programma di questo cd: fuori da qualunque logica da fast food musicale, fuori dalla regola di fare le cose tutte piatte e uguali, persino fuori da qualunque calcolo: un disco di nicchia prodotto con questa cura e con questa dovizia di mezzi oggi è, davvero, del tutto folle e impensabile. E questo stare fuori, per una volta, non è la consolazione di chi dentro non riesce a starci, per paura o per mancanza di appeal: perché non c’è un solo passaggio di tutto questo lavoro che non sia consapevolmente, deliberamente e fieramente altro da quello che il mercato discografico cerca e riconosce. Ecco, semmai voleste sapere dove trovarlo, Folco Orselli è un artista che si trova a proprio agio fuori, dove i criteri che regolano le priorità sono altri e dove c’è abbastanza aria per respirare, tempo per pensare e spazio per sentire.
E voi fate quello che vi pare, ma io me lo vado a sentire dal vivo domani sera. Suona all’aperto. Outside.

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