Rilassatevi: nessuno di noi può ritenersi libero dalla paura e dal pregiudizio.
La prima, nei millenni, ha avuto un ruolo insostituibile nel conservare la pellaccia ai nostri progenitori, e ce l’ha oggi nel salvarla a noi guidandoci nel rapporto con tutto quello che ci è sconosciuto e che ci si presenta per la prima volta. Il secondo è ineliminabile (come si fa a non avere un pre-giudizio, un’aspettativa, anche se un po’ rigida, di quello che non abbiamo mai visto e che stiamo per conoscere?) e tutto sommato ha una sua utilità nell’aiutarci a costruire mappe della realtà per trovare sollievo da un grado eccessivo di disorientamento. Come sa chiunque abbia vissuto prima del navigatore satellitare, senza mappe tanto lontano non si va. Certo, mappe che siano abbastanza flessibili da modificarsi a mano a mano che del territorio sappiamo qualcosa di più: altrimenti cessano di essere utili e diventano un impiccio di cui, peraltro, si fa fatica a liberarsi. Il pregiudizio, quando si è fatto rigido ed è diventato un fatto, diventa piuttosto impermeabile all’esperienza. Non se ne fa attraversare, non si modifica per effetto di quella: anzi, tende ad agire su quella per renderla coerente con se stesso.
lega-milanoMa insomma, a parte gradi di irrigidimento più o meno patologici, nessuno si senta escluso: paura e pregiudizi ci riguardano tutti.
Talmente ci riguardano che – lo cita Joanna Bourke nella sua Storia della paura – l’arcidiacono R.H. Charles ammise che sì, la scienza ci ha liberato dalle paure del pensiero magico, anche religioso: ma ci ha lasciato nuove paure che per tutto il corso della vita non ci lasciano soli.
Insomma, la paura sarà anche figlia dell’ignoranza ma, per quanto tu riesca a spostare in avanti il confine delle cose che conosci, oltre quel confine ci sarà sempre qualcos’altro.
Ora, che la paura sia una compagna necessaria non vuol dire che sia uno stato del tutto razionale: e nessuno le chiederebbe di darsi dei limiti ragionevoli, dato il suo carattere di dispositivo salvavita. Davanti al pericolo il nostro organismo opera, certo, una valutazione più dettagliata possibile di quel che ha davanti, ma nel tempo in cui consideri la possibilità che il felino abbia intenzioni amichevoli, quello potrebbe averti fatto a brandelli. E dal punto di vista evolutivo è meglio qualche falso positivo che finire sbranati.
Una delle manifestazioni fisiologiche della paura — lo spalancare gli occhi — permette di avere una più ampia visuale per valutare il pericolo, ma credo anche per fare un rapido censimento delle vie di fuga. Qualche domanda in più è meglio farsela in un momento in cui saremo più al sicuro.
E dunque: avere paura di quello che è diverso e sconosciuto è normale, persino utile. Il mondo non si divide certo fra quelli che hanno paura del nuovo e quelli che gli si buttano fra le braccia. Ma di sicuro hanno conseguenze molto diverse il considerare la paura come una guida per esplorare il mondo e il negarla attribuendo ad altri la colpa del nostro disorientamento: “non sono io che provo fatica a misurarmi con la diversità, sei tu che sei mostruoso”.
Perché la paura non la si ammette volentieri. Insomma, la paura fa a sua volta paura. Aggiungete pure che mostrarla allo sconosciuto, la paura, ci rende ancora più vulnerabili: se lui capisce che ho paura, capisce anche che sono più debole di lui.

I sistemi che gli uomini si sono inventati per negoziare con la paura della paura hanno raggiunto vette di mostruosa creatività. Sistemi di credenze e teorie pseudoscientifiche hanno avuto la funzione di esternalizzare le ragioni della paura. Il razzismo, oltre ad essere quella deplorevole predisposizione che sappiamo verso il diverso, è stato uno sgangherato delirio scientifico prima e un atroce progetto politico poi. L’idea alla base era che gli esseri umani siano classificabili per razze, e che per ragioni naturali alcune di esse siano oggettivamente inferiori ad altre. Cioè: non sono io che ho paura, sei tu che sei per natura diverso, inferiore, degenerato, pericoloso. E non protestare perché è la scienza a certificarlo. Ecco saldato il conto con la paura.
Il razzismo, dichiarato o strisciante, è oggi diffuso in una misura che può essere variamente valutata, ma esiste, e assolve ancora a quella funzione di scavare un fosso fra noi e quello che ci spaventa.
Ma, dal momento che la paura non si dichiara tanto volentieri, chi ha una posizione razzista tende a non ammetterlo. Nelle conversazioni pubbliche, chiunque stia per dichiarare una posizione ostile o discriminatoria verso un’etnia, o per proporre una punizione crudele per gli appartenenti, in quanto tali, a un’altra cultura, inizierà il proprio discorso dichiarando “io non sono razzista, ma…”.
Perché nel frattempo l’appellativo “razzista” si è portato appresso una più o meno generalizzata condanna morale, ma soprattutto uno strascico di connotazione antisociale. E nessuno che faccia appello all’ordine o alla salvaguardia del decoro contro i barbari vuole essere preso per un qualche tipo di antisociale o disadattato, anzi. Così nemmeno la paura della paura (il razzismo) può essere denunciata. È la vergogna della paura della paura.
Il razzista che dice di non esserlo non è propriamente un razzista inconsapevole: è un razzista egodistonico. Cioè sa di esserlo, ma questo lo fa sentire in imbarazzo.

Il razzista così si sentirà libero di dividere il mondo in macrocategorie ed assegnerà giudizi di valore, o auspicherà destini diversi, ai membri di quelle categorie per il solo fatto di essere membri di quelle categorie, ma si rifiuterà di ammettere che la posizione che sta assumendo ha un nome, che è razzismo. Nessuno vuole provare la vergogna della paura della paura.
Che poi uno potrebbe dire: “razzista non ti piace? Facciamo xenofobo, allora? No, perché la xenofobia, per quanto pesante di valenze negative, non porta con sé tutta l’eredità orribile che il razzismo porta con sé. Ci stai?”. Peggio ancora, perché la parola porta in sé, ancora più esplicita, la traccia della paura (“-fobia”).
Se accusato di razzismo, il razzista egodistonico tenderà piuttosto a rimbalzare l’accusa sugli oggetti della sua paura (“sono loro che sono razzisti nei miei confronti!”) o sull’interlocutore (“se mi dici così sei tu il razzista”), al prezzo di uno scivolamento di senso del termine “razzista”.
In “Audace colpo dei soliti ignoti” di Nanni Loy, un certo Storti Amerigo, preso in una retata di sospettati dell’assalto al Totocalcio, in questura si difendeva giurando che quella domenica era stato in tutt’altro posto:
“Lo domandi a don Evaristo. Io domenica stavo alla prima comunione della mia nipotina.”
Il maresciallo ribatte, ironico: “Tu, Storti Amerigo, sempre alle prime comunioni vai. Sei molto credente…”
E lui, piccato: “Io sì! È lei che nun è credente a quello che dico!”

La commedia italiana conosceva i suoi polli. Storti Amerigo restituisce l’accusa distorcendo il senso di credente, come il razzista che ti dice “il vero razzista sei tu” e pretende che “razzista” definisca chi critica un’altra persona. Non gioca con le parole, non bara, e lo slittamento non ha nessuno scopo retorico consapevole: è che per il razzista egodistonico le parole e i significati sono un po’ come il mondo intorno: un caos indistinto e spaventoso.
Così, per carità di patria, nessuno ribatte: “ma che caspita stai dicendo? Io ho detto che sostieni scemenze indifendibili, mica che fai parte di una razza inferiore”, perché sembra che entrare in una discussione con lo Zingarelli in mano sia incompatibile con qualche forma di fair play. Fa tanto professorone di sinistra, pare.

“Io non sono razzista, ma i Rom sono tutti ladri” è come dire alla ragazza con cui ci stai provando: “Davvero, non sono sposato, se non ci credi chiedilo a mia moglie”. La paura fa fare i salti mortali, la paura della paura i doppi salti mortali e la vergogna della paura della paura ti costringe pure all’avvitamento.
Certo, le vicissitudini della paura per ciascuno seguono vie che sono già spianate da questioni autobiografiche e psicologiche. Fra chi storce il naso passando davanti a un kebab e chi ammazza un uomo perché è nero ci passa un mare (più cupo e tempestoso a mano a mano che ci si sposta verso l’ammazzatore). Ciascuno di noi ha una propria esperienza, più o meno destabilizzante o più o meno rassicurante, dell’alterità, e ciascuno di noi si è sentito, nella vita, sufficientemente protetto dall’ignoto o, al contrario, abbandonato alla minaccia vera o presunta del nuovo, da parte di chi ci aspettavamo ci facesse da schermo. Con tutte le possibilità intermedie fra questi estremi.
Ma i giochi, come per fortuna spesso accade, non si chiudono lì una volta per tutte. Sapersi portatori di quella paura, lasciarsi destabilizzare e restare in ascolto di quello che l’altro ci sollecita è sempre un buon modo di proteggersi. Chi proprio non vuole destabilizzarsi reifica quella differenza, che così non è più una relazione fra me e l’altro: diventa una cosa, e quella cosa va cancellata perché è insopportabile.
Il cantautore Gianmaria Testa parlava di “quel razzismo istintivo che hanno perfino i bambini, che è il razzismo verso una qualche diversità. (…) Me lo spiego benissimo quello degli italiani, compreso il mio senso di fastidio, qualche volta. Me lo spiego, ma non lo accetto, sono due cose diverse: me lo spiego, ma penso che non sia giusto averlo e che bisogna contrastarlo in qualche modo”. Lo riconosceva in se stesso, quel senso di disorientamento, e riconosceva la necessità di contrastarlo. E per contrastarlo cercava di conoscerlo meglio. Questo gli permetteva di scrivere canzoni bellissime che parlano di migranti.

Il razzista egodistonico si rassicura nella propria fortezza antipaura e ti rimbalza da lì qualunque accusa. Non sono razzista, sei tu che sei buonista, sono loro che sono africani, siete voi che ce l’avete con chi difende solo la sacralità delle tradizioni.
Ma pare così inammissibile ammettere di covare il razzismo nel proprio seno, che non solo il razzista, ma nemmeno tanti di quelli che gli stanno intorno amano vederlo per quello che è e chiamarlo per nome. Le parole si possono usare a cazzo, ma guai a usarle quando servono. Politici nazionali e locali cianciano di “razzismo contro gli italiani”, ma Il Tempo non riesce a dire che uno che dà della “scimmia africana” a una donna nera, e che si vanta di lanciare noccioline agli immigrati, è un razzista. Ieri titolava un pezzo: “E se a Fermo non è stato razzismo?”. E il pezzo cominciava così: “L’unica cosa certa sono gli insulti alla coppia di nigeriani”. Riecco il salto mortale e l’avvitamento. Nella vicenda di Fermo quegli insulti sono esattamente l’elemento che ne connota la matrice, e si può discutere di ematomi, del palo, del pugno e del marciapiede, ma non si può discutere del fatto che tutto comincia con degli insulti razzisti. Ma come si fa a mettere in fila quelle due frasi e far finta di non sentire nessuno stridore? Non ridevo tanto da quando Gigi Proietti cantava “Son contento di morire, ma mi dispiace”, ma qui ho riso per poco. Cos’altro deve fare, oltre a insultare un africano per il fatto che è africano? Bisogna proprio che vada in giro col cappuccio bianco a impiccare immigrati, per riconoscere un razzista?

iltempo_razzismo

Dicevo, il modo in cui gestiamo le nostre paure c’entra con la nostra storia. Ma il fatto di avere una storia non ci rende irresponsabili, anzi. La storia definisce alcuni margini entro i quali possiamo esercitare la nostra responsabilità. E quello spazio di responsabilità, per quanto sottile, c’è sempre. Per non dire della responsabilità verso le generazioni più giovani, che hanno più tempo di noi per costruirsi una mappa del mondo che preveda la possibilità di numerosi modi dell’esistenza. Oltre a fornire loro opportunità di contatto con la differenza e di goderne, quello che si può fare — come insegnanti, genitori, educatori, adulti che passano di lì — è condividere il rispetto per la loro, di differenza, e aiutarli ad esserne felici.
Ma il modo in cui possiamo esercitare quella responsabilità nei confronti di noi stessi credo consista nel non rinunciare a prendere confidenza con le nostre, di paure. A conoscerle, a considerare l’influenza che esercitano sul nostro rapporto con l’altro. Ad aver presente che la tendenza a difenderci da quello che ci è poco familiare ci appartiene, e la possibilità che lavori contro di noi e contro il prossimo è sempre concreta. E con questa consapevolezza — con la consapevolezza cioè che il razzista non è una specie di marziano, ma uno che ha risolto malissimo un problema che affrontiamo anche noi — non desistere dal rispondere colpo su colpo a tutte le provocazioni e le prepotenze ispirate e nutrite dalla paura.

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