Che poi a un certo punto anche che palle, quel vezzo di ascoltare la musica per poi storcere il naso e sentenziare “niente di nuovo”, oppure “roba già sentita!”. Che la musica sia una continua rincorsa a superare se stessa, oggi possiamo dirlo, è una fregnaccia che ci ha sottratto diverse opportunità di godimento e ci ha fatto comprare dischi che tempo due settimane ci avrebbero definitivamente sfracellato le scatole. Ma insomma, c’è un momento della vita in cui evidentemente è necessario anche quello.
L’ultimo (per ora?) album di Eric Clapton dichiara dal titolo una continuità senza pentimento col passato. Ma quel titolo, “I Still Do”, “Lo faccio ancora”, ha un doloroso doppio senso.

i-still-doQuando ho visto il cd in un negozio ho provato un senso di sollievo ma anche di timore insieme. Pochi giorni prima leggevamo della neuropatia che ha colpito Clapton e che gli procura dolori lancinanti quando fa correre le dita sulla tastiera. E capite che stiamo parlando di uno che con la chitarra (con la nostra idea di chitarra) è un tutt’uno, non è solo un chitarrista, è il più chitarrista di tutti, e che andava dicendo in giro che con quello che stava passando avrebbe potuto anche appendere lo strumento al proverbiale chiodo. E invece “farlo ancora” vuol dire essere riuscito a strappare altri cinquantaquattro minuti di musica all’età e alle fitte che gli procura la neuropatia.
Sul retro della copertina pubblica la foto impietosa della sua mano sinistra in azione, fasciata di bende e cerotti. E nonostante bende e cerotti, lui lo fa ancora.

ec-i-still-do-bkDunque la musica è quella che sappiamo (niente di nuovo? No, evviva, niente di nuovo), ma quel che rende tutto come se fosse la prima volta è quel senso di vittoria e di sopravvivenza – dove la chitarra è insieme il drago e la lancia.
Quello che rende nuovo tutto quanto è lo stesso orgoglio col quale si mostra in copertina in un ritratto che nulla nasconde dei suoi settanta e passa anni – e il ritratto peraltro è di Peter Blake, uno che ha fatto le copertine dell’epoca d’oro (vi basta “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band”?). E il disco è sfacciatamente e orgogliosamente pieno di blues, di swing e di musica del passato, con un pugno di inediti e un bel po’ di canzoni altrui (due del suo maestro J.J. Cale e una di Dylan) o tradizionali.

Sollievo e timore, vi dicevo a proposito dei sentimenti con cui ho sfilato dallo scaffale del negozio il cd quando l’ho scoperto. Sollievo per via del fatto che Clapton c’è ancora, e di questo c’è da ringraziare le divinità di riferimento quali che siano. Timore perché le notizie che ci arrivavano erano comunque quelle che erano, e chiudere una storia gloriosa con un disco messo insieme alla meno peggio non sarebbe stato un bel modo di chiudere.
Invece il disco è bello. Non altrettanto bello in ogni singolo solco, ma è bello. Clapton si appoggia a musicisti formidabili come Andy Fairweather Low alle chitarre, Paul Carrack all’organo Hammond, Chris Stainton, Simon Climie e Walt Richmond alle tastiere, Dave Bronze al basso, Henry Spinetti alla batteria, Dirk Powell al mandolino e alla fisarmonica (con la quale pennella uno dei colori dominanti dell’album), Ethan Johns alle percussioni. Il produttore è Glyn Johns, che con Clapton aveva realizzato Slowhand. E insomma, dove le mani non arrivano, ci arrivano il cuore e un buon gruppo di amici validi.

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2 thoughts on “Slowhand lo fa ancora

  1. Scrivevo poche settimane or sono della grande modestia di Clapton. Una dedizione senza pari alla musica, a cui ha dedicato la vita intera, la grande capacità di mettersi in secondo piano e onorare chi è venuto prima di lui. Davvero un uomo da portare ad esempio.

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