Ilzendelswing di Claudio Sanfilippo è un album che viene da lontano, e lo fa passando per tante strade diverse. Tutte, suppergiù, attraversano Milano.
homesanfiPer cominciare, bisogna dire che Sanfilippo – chitarrista a proprio agio con la canzone americana e con la musica brasiliana – scrive canzoni e incide da tanto tempo e ha avuto modo di farsi rispettare anche sul palco del Premio Tenco. Una sua canzone sul calcio, che diventò inno delle dirette dei mondiali del Brasile con la voce di Mina, gli fruttò un momento di popolarità un po’ più ampia e, si suppone, quel po’ di respiro che ti permette di pensare alla tua musica e all’abum successivo senza grandi preoccupazioni per l’affitto. Perché si diceva di Milano, appunto, e fra i numi che ispirano la sua penna c’è Gianni Brera di San Zenone Po, cantore dell’epica del fùtbol e ideologo del catenaccio.
A proposito di quest’album si è parlato, e propriamente, dell’eredità di Iannacci, per esempio: ma allora perché non anche I Gufi, Svampa, Patruno, e tutta quella canzone milanese che nello swing e nel jazz ha trovato i colori per cantare la Milano popolare. Se avete presente, ecco, mi pare che queste siano alcune delle coordinate utili per capire di cosa stiamo parlando.
Ma oltre a tutto questo c’è un’altra storia che passa per Milano e arriva a quest’album, ed è una storia tanto emozionante per chi ne è stato interprete o anche solo testimone, quanto dimenticata già solo un attimo dopo. Negli anni Ottanta in Italia – e Milano fu uno degli epicentri di quell’esperienza – visse e suonò un piccolo ma appassionato movimento di musicisti che si dedicavano alle musiche tradizionali americane. Studiavano l’old time music, il country, il bluegrass e suonavano quella musica non solo nei locali ma anche in rassegne in cui condividevano il palco coi fratelli maggiori che venivano dagli States. C’era una rivista, Hi Folks!, che era il diario di quel periodo formidabile e il punto di riferimento per chi amava quei suoni.

hifolks

Poi l’esaltazione di quel momento si affievolì e la rivista, sotto la guida di Ezio Guaitamacchi (che suonava l’autoharp e il violino e cantava nei Country Jamboree) giocò la carta del mensile rock generalista, per diventare poco dopo la più popolare “Jam” (dove accadeva tutto questo? Sempre a Milano). Vai a sapere se nacque, anzi se morì, prima l’uovo o la gallina: fatto sta che all’estinguersi di quel movimento corrispose la fine di quella rivista povera ma bella, ed è difficile dire in che ordine accaddero i due fatti. Pochi dei superstiti diventarono musicisti di altissimo livello, in Italia o all’estero, con un proprio progetto o per conto terzi. Alcuni in particolare si impegnarono in percorsi quasi sperimentali che connettevano bluegrass e jazz (newgrass, progressive bluegrass e non so come altro si chiamasse quell’intreccio), come negli USA facevano Mark O’Connor e David Grisman. Di Grisman era allievo Massimo Gatti (milanese, appunto), fondatore nel 1977 dei Bluegrass Stuff, creativo e sorprendente mandolinista oggi di rilievo internazionale.
Il mandolino di Massimo Gatti è una delle voci principali dell’album di Claudio Sanfilippo: è proprio l’affetto per una storia come la sua che mi ha spinto a cercare questo lavoro, con la speranza di ritrovare quella musica suonata con fedeltà alla lettera e allo spirito, ma ormai libera dalla soggezione degli allievi nel confronto dei maestri.
E così ho trovato che Ilzendelswing è il migliore degli album di Claudio Sanfilippo. Che è un autore e interprete di buona razza e titolare di alcuni cd raffinatissimi, ma questo ha il valore aggiunto di un progetto veramente corale (per il quale l’autore torna ad esprimersi, dopo qualche anno, in dialetto milanese) e di un collettivo di grandezza ineguagliabile.ilzen Di Massimo Gatti ho detto, e già dalla prima traccia (che dà il nome all’album) si capisce il tiro che la sua presenza conferisce a tutto il lavoro. Max De Bernardi è uno spettacolare bluesman, maestro di chitarra acustica e dobro. Col contrabbassista Icaro Gatti (giovanissimo figlio di Massimo: suona il banjo nella formazione attuale dei Bluegrass Stuff) costituiscono il gruppo base. A loro si aggiungono Veronica Sbergia, cantante formidabile e socia di De Bernardi, Colm Murphy al violino, Paolo Ercoli al dobro, Ellio Martina alla pedal-steel e Sara Vescovi ai cori.

Dodici sono i brani, di cui quattro cover: Mì són vün è Man of Constant Sorrow, una celebre canzone tradizionale americana (l’hanno cantata quasi tutti: anche chi non lo sa l’ha ascoltata in “Fratello dove sei?” dei fratelli Coen; ma qui il protagonista si lascia alle spalle il Giambellino, non il Kentucky); Impermeabil Bleu è nientemeno che Famous Blue Raincoat di Leonard Cohen; Quater Franch è la scozzese The King’s Shilling, scritta da Ian Sinclair per la Battlefield Band (ma cantata anche da Karan Casey & James Taylor più di recente); infine El dì 21 de magg è il remake di 21st of May dei Nickel Creek, meno “storici” e più giovani degli altri autori di cui Sanfilippo ha preso a prestito le canzoni.

Il cd (o la sua versione immateriale, scaricabile dai soliti store) dura quasi tre quarti d’ora. Come avrete capito, il territorio nel quale ci troviamo è quello della canzone d’autore e delle sue relazioni con la canzone americana e il folk celtico, che qui appaiono in modo più chiaro e credibile che, ad esempio, in qualche operazione recente sulle canzoni di Dylan. Perché Ilzendelswing è un lavoro che della canzone anglofona non esalta solo la letterarietà e anzi vive della consapevolezza che quella musica, per farla, bisogna saperla conoscere e suonare. Cosa che non sempre emerge da alcuni tentativi italiani di pagare il debito alla musica americana. Qui quella letterarietà è resa ma non tradotta pedissequamente, e dal punto di vista compositivo ed esecutivo il lavoro regge su una competenza e una familiarità con quel materiale e con quella cultura che, quando non ci sono, non possono essere rimpiazzati dalla perizia tecnica e nemmeno dall’eleganza e dal buon gusto da soli.
Le canzoni sono molto belle, veri gioiellini. La lingua milanese non è un ostacolo all’ascolto più di quanto lo siano comunemente l’inglese o il napoletano, e quando ti sfuggono le parole ti godi la musicalità dei versi. Se ti lasci andare veramente, dopo un po’ pensi che Django Reinhardt è nato a Lambrate e sei sicuro di ricordare che Doc Watson suonava alla sera nei locali dei Navigli.

Una parte del disco tira e swinga, un’altra ti consola e ti culla con ballate come A mì me piass, che è una di quelle cose che ti mancavano e non sapevi dove fossero finite.
Tutto gira bene e – per quanto la musica sia molto immediata – come capita per molti dischi di valore, di Ilzendelswing ti innamori un po’ alla volta a forza di ascoltarlo.
Bravi tutti e bravissimo Claudio Sanfilippo: l’ensemble stratosferico non toglie nessun merito al titolare, e anzi riuscire a raccogliere intorno a sé un gruppo di tale livello è un segno dell’autorevolezza artistica dell’autore.

sanfilippo

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