Vi sarà capitato di leggere la dichiarazione recente di Massimo D’Alema su attentati e immigrazione (è un po’ più articolata delle trascrizioni stringate che si trovano in giro, perciò è utile ascoltarsela nel podcast di Radio Anch’io: puntata del 24/3/2016, dal minuto 14 della parte I).
L’ex ministro degli esteri dice cose particolarmente istruttive nel dibattito sulla questione, perché secondo me sono l’esempio di come continuamente premesse fallaci neutralizzano delle buone idee. Sono anche un esempio di come, al di là della forma e qualche volta delle intenzioni, il discorso dei politici xenofobi e quello dei democratici su convivenza e immigrazione non si differenzi granché.
D’Alema dipinge un bel quadro ma lo mette dentro una cornice vecchia. E curiosamente non si accorge che quella cornice non è abbastanza grande da contenere il quadro: se vuoi quel quadro, tocca metterci una cornice adeguata; se invece vuoi tenerti quella a tutti i costi, allora forse dovresti ridimensionare le aspettative su cosa ci metti dentro.

È persino scontato che sulle questioni che riguardano il rapporto con le culture che bussano alle porte (e che, come a Parigi e a Bruxelles, dentro alle porte delle città europee sono entrate da un pezzo), non esistono soluzioni semplici né rapide. Qualunque proposta sarà difettosa, qualunque cornice sarà imperfetta e qualunque parete su cui appendere il quadro sarà di un colore almeno inadeguato. Ma questa non è una buona ragione per perseverare in premesse che finora hanno solo ristretto i limiti entro cui trovare qualcosa di utile da fare. Insomma, non conosciamo ancora soluzioni perfette (e meno ancora le conosco io), ma siamo ormai almeno in grado di identificare alcune premesse che generano azioni sommamente imperfette.

La cornice, dunque (è da quella che deriva l’ambiguità della sua proposta): D’Alema dice una cosa che appare ovvia, e che nella sua ovvietà continua a imporsi anche nei discorsi di quelli da cui non vorresti aspettartela. “Questo mondo musulmano che vive in Europa, in parte notevole non si è integrato in Europa.”
La metafora dell’integrazione nel dibattito su immigrazione e rapporti con culture “ospiti” non è priva di conseguenze. Integrare ha a che fare con integro: è rendere interotutt’uno. Sull’edizione online del dizionario Treccani è innanzitutto “Completare, rendere intero o perfetto, supplendo a ciò che manca o aggiungendo quanto è utile e necessario per una maggiore validità, efficienza, funzionalità”; e poi (attenzione, perché è ancora più interessante): “Far entrare, incorporare un elemento nuovo (cosa o persona) in un insieme, in un tutto, così che ne costituisca parte integrante e si fonda con esso”.
Parlare di integrazione a proposito di come regolare i nostri rapporti con le culture che bussano alle nostre porte, comporta di conseguenza che esse vadano considerate incomplete: ma se è chiaro che chi cerca qualcosa in un altro posto ne è manchevole, considerarlo per questo difettoso e imperfetto tout court è una estensione indebita. Ancora, integrarsi diventa un’operazione lineare (attiva o passiva) attraverso la quale chi è incompleto si completa. Loro si integrano. O, peggio, noi li integriamo. Non è difficilissimo cogliere che un’integrazione – qualunque cosa si intenda con questo termine – operata da un soggetto nei confronti di un altro definisce un rapporto di potere. È un’azione unidirezionale e non reciproca, e dunque stabilisce una differenza incolmabile al di là dell’intenzione di creare parità e dialogo.
È possibile che D’Alema non condivida un’idea di integrazione come assimilazione dell’immigrato nelle regole e nello stile di vita del nativo: e però in quell’integrarsi resta la traccia di una azione unidirezionale. Che sia il forte a imporla al debole, o che sia quest’ultimo che la compie su di sé per risparmiare la fatica a quell’altro, non fa molta differenza.

È probabile che buona parte del dibattito sulla cosiddetta integrazione costituisca, chissà quanto involontariamente, un dispositivo di autorità. Nel momento stesso in cui parliamo di integrazione esercitiamo una posizione di potere. (Vedi Maurizio Bettini, che dice qualcosa di simile sulla metafora delle radici).
E allora si capisce che, se già parlando di risolvere le disparità le rendiamo ancora più definitive, siamo chiusi in qualche tipo di circolo vizioso.
Faccio notare che, a parte una trascurabile questione di stile (alla Meloni si gonfiano le vene del collo, mentre D’Alema lo dice col suo noto aplomb), l’argomento è lo stesso che dà forma a gran parte della retorica xenofoba. “Più polenta, meno cous cous” è la variante solo un filo più grossolana di “Se vieni a casa mia devi rispettare le mie leggi”, che è un’ovvietà usata a scopo contundente. “Le leggi vanno rispettate”: e grazie al cavolo. Solo che le leggi non servono a proteggere noi da qualche loro, ma a permettere alle persone di vivere insieme in un modo più accettabile possibile. Certo che chi viene da un altro posto deve rispettare le leggi, esattamente come chi ci è nato.
Fateci caso, ma in virtù della sua incontrovertibilità (chi affermerebbe che non è vero che le leggi vanno rispettate?) questo luogo comune pervade i discorsi di Salvini e quelli di uomini e donne di buona volontà. Al primo gli viene il sangue agli occhi, ai secondi no, ma sempre quello è.
Perché se sfugge che di qua e di là la metafora è quella (“questa è casa mia, chi è nato in un altro paese è ospite”), la differenza fra destra e sinistra è una questione di buoni sentimenti, o al più una questione estetica.
A parte che nemmeno presa alla lettera, quella storia di casa mia e dell’ospite è vera. Una sera invitammo a cena un amico senza sapere che era vegetariano: la cosa buffa fu che siccome veniva da un paese straniero, avevamo concentrato tutta l’attenzione su cosa potesse apprezzare della nostra cucina, o su come potevamo rispettare i gusti del suo paese di provenienza. Eppure il solco fra la nostra cultura gastronomica e la sua non passava per niente lungo i confini geografici, ma ci separava allo stesso modo da molte persone della nostra città. Quello che rese comunque piacevole la compagnia non fu che lui e noi eravamo sottoposti alle stesse regole alimentari, ma che lui ebbe l’ironia sufficiente a non farci pesare l’incidente, e comunque apprezzò parecchio i contorni.
Dunque, nemmeno quando parlo di casa mia in senso letterale vale il principio “se vieni da me, contano le mie regole” (esiste l’ospitalità, accidenti, e condividiamo l’idea che essere ospitali sia un buon modo per prendere il meglio dalle relazioni coi nostri simili). Ancor meno quando dico casa mia in senso metaforico. Il mio paese non è casa mia: semmai è casa mia e di un sacco di altra gente, molta della quale non mi assomiglia per niente; al punto che quello che ci permette di stare vicini è un certo grado di accettazione della differenza, non il fatto che alla mattina facciamo colazione alla stessa ora o che facciamo lo sformato come lo faceva la nonna. E se invece vogliamo parlare di leggi, non è nemmeno vero che tutti le rispettano allo stesso modo solo perché sono le nostre leggi.
Non so se ve ne siete accorti: non ci sono soltanto gli islamici che vogliono convincermi a suon di bombe che il mio stile di vita è peccaminoso. C’è gente che forse incrocio tutti i giorni che pensa che io sia una specie di assassino sanguinario da rieducare perché mangio il pollo. C’è della gente che incontro per la strada che pensa che io sia un nemico delle nostre tradizioni, della famiglia, della civiltà, perché qualche volta penso che dovremmo immaginare forme di famiglia che finora non esistevano. Eccola, casa mia.
Dice: sì, ma quelli mica ammazzano. Va bene, ma non è questo il punto. Il punto è che non posso passare la vita a cercare di integrare gente che vuole integrare me. Non ne veniamo fuori. Dev’esserci qualcosa di meglio da fare, quando ci incontriamo per strada.

Comunque: se proprio non possiamo più chiedere a destra e sinistra di rappresentare differenze radicali come era un tempo, io continuo a pensare che il minimo sindacale sia una differenza in alcune delle loro metafore costitutive. E per cominciare, la metafora di quel che è mio e quel che è tuo mi pare un buon punto di partenza per misurare le differenze. Il mio paese non è mio nello stesso senso in cui è mio l’appartamento del quale chiudo la porta la sera.

Da Arabpress.eu
Foto da Arabpress.eu

E però, dicevo, nell’intervento di D’Alema c’è anche una parte che procura una crisi di orticaria a Salvini, e perciò vale l’attenzione. La trascrivo qua, ma occhio ai corsivi (miei, naturalmente), che rivelano la metafora di cui sopra.

La domanda della giornalista: “Lei diceva quaranta milioni di musulmani in Europa; la sua idea sarebbe quella di creare un Islam europeo. Ci può spiegare meglio? È un lavoro di lungo periodo…”.
La risposta: “È certamente un lavoro di lungo periodo, però vede, questo mondo musulmano che vive in Europa in parte notevole non si è integrato in Europa. Lo abbiamo visto quando a Molenbeek non i terroristi, ma la reazione della gente contro la polizia e contro i giornalisti. Il che vuol dire che intorno al terrorismo c’è se non un’area di solidarietà, però di non ostilità. Io credo che l’Europa dovrebbe fare una riflessione. Quale politica di convivenza noi facciamo? È evidente che l’attuale situazione, qui, molto spesso queste persone vivono come comunità separate e legate ai paesi d’origine. È qualcosa che li tiene separati dalla società europea. Crea delle aree in cui è più facile che si infiltri la propaganda fondamentalista ed anche terrorista”.
“E come evitare che ciò avvenga? Che il fondamentalismo diventi per molti attraente?”
“Io vorrei che queste persone si sentissero a tutti gli effetti cittadini europei, preferirei che potessero costruire le loro moschee come si costruiscono le chiese, certo col denaro pubblico. In Italia c’è l’otto per mille per la Chiesa cattolica, ma c’è un milione di musulmani che non sono riconosciuti, con i quali noi non abbiamo un’intesa, diciamo. Anche perché l’Islam europeo potrebbe essere un Islam più aperto, più moderno di quello fondamentalista che viene da certi paesi d’origine. Se il centro islamico lo costruisce l’Arabia Saudita, il predicatore salafita lo mandano loro”.

Ora, l’immagine di D’Alema, o chi per lui, che rifonda l’Islam su base europea e nomina imam e predicatori fa sorridere un po’. Ancora una volta, la premessa è che il peggio dell’Islam si neutralizza se noi europei lo sostituiamo con un Islam buono e fatto in casa nostra. È sempre la vecchia premessa di tipo etnocentrico che sta alla base della storia dell’integrazione. Figlia legittima di quella premessa è anche l’idea di occuparsi della libertà di culto degli islamici in Europa come antidoto alla violenza. Il fatto è che è giusto che le persone abbiano un posto dove ritrovarsi a pregare perché è giusto e basta. Non per disintossicare i loro culti dagli elementi eventualmente ostili, ma perché dev’essere un diritto di tutti quelli che lo vogliano. E, se nel discorso di D’Alema facciamo la tara delle premesse etnocentriche, fallaci e dimostrate dannose, un’idea non autoritaria e non lineare di integrazione parte anche da qui: da quando accettiamo di uscire la mattina e di trovare il panorama della nostra città un po’ modificato dalla presenza di una moschea.

C’è un’idea altrettanto semplificata che quella etnocentrica che condiziona i pensieri e i discorsi sulla cosiddetta integrazione: che la convivenza sia una specie di rinuncia continua alle proprie risorse e alle proprie premesse. Che come ogni forma di progresso, l’integrazione richieda di rinunciare a un po’ di sé e del proprio passato, nella ricerca continua di nuove coerenze da costruire e nella costante rinegoziazione dei modi di essere. Questa stessa premessa nutre i fantasmi che leghisti ed etnocentrici vari producono nei loro peggiori incubi notturni e che di giorno diffondono: “vi piace un mondo in cui dovete adattarvi continuamente a questa gente che arriva da lontano e che non parla, non pensa, non si comporta, non vive come voi? Vi sta bene che, tempo qualche generazione, diventerete tutti islamici?”
Sembra che a destra e a sinistra non si riesca a uscire dall’idea che convivere significhi che una o tutt’e due le parti debbano tendere sempre più verso un punto di incontro mediano, magari fino a che una sia definitivamente attratta e integrata dall’altra.

Ecco: io non penso che il mio paese sia casa mia. Penso che sia un villaggio. Penso che in questo villaggio ci siano case diverse, di forme diverse, che si aggiungono a mano a mano che altra gente si unisce al villaggio. Penso che un villaggio abbia delle regole che garantiscono che le persone possano mettere casa le une vicine alle altre, e penso che ogni casa del villaggio abbia delle regole sue e delle tradizioni che normano altre aree della vita. Perché ciascuna di quelle case è integra, è completa. Ciascuna di quelle case ospita nativi, e tutti gli abitanti del villaggio sono accomunati dalla condizione di essere nativi della cultura dalla quale sono formati e della casa che abitano.
Se non vi piace il villaggio, trovate pure un’altra metafora. Ma basta, davvero basta, con quella storia di casa mia. Fate solo un favore a Salvini.

E basta con la storia dell’integrazione. È un’altra bufala, quella che l’unico modo di stare vicini sia rendere tutti “nativi”. È una bufala che porta acqua al mulino degli xenofobi: tanto che, guardacaso, alla proposta di D’Alema Salvini risponde pronto: “Allora imponiamo pure il velo alle nostre ragazze a scuola!”.

20100521_6652
W. Barnett Pearce

Barnett Pearce rintracciava, soprattutto nelle pratiche di cura, alcuni tentativi circoscritti ma riusciti di mettere in pratica forme di comunicazione cosmopolita. Lo scriveva nel 1989: oggi, anche grazie alla sua riflessione e alla sua influenza nel campo dell’intervento sociale, molti di noi conoscono contesti in cui ogni giorno persone immigrate e persone native si incontrano e si raccontano, accomunate dalla necessità vitale di trovare propri simili che ascoltino la loro storia e la riconoscano. Dove il raccontarsi non solo non è limitato, ma anzi è incoraggiato proprio dal fatto di essere diversi. Luoghi dove, grazie a tante persone che lavorano non per prevenire la nascita di terroristi – ma perché sono, siamo umani – individui nati in posti diversi esercitano una eloquenza sociale anziché l’eloquenza retorica che vuole persuadere chi ha una prospettiva differente. Esperienze in cui alla coerenza e alla regolarità del panorama si preferisce sperimentare possibilità di coordinare modi diversi di stare al mondo. In quei contesti si lavora ogni giorno perché la comunicazione cosmopolita non si riduca a una multiculturalità in cui le diverse case si chiudono nel loro ambito e non comunicano.
Sempre di più altri studiosi (come di recente Angela Taraborrelli) immaginano le forme e i modi di una governance cosmopolita. Si tratta naturalmente di un progetto di vertiginosa complessità. Ma se non si comincia a rinunciare a metafore fuorvianti nella nostra comunicazione quotidiana, qualunque passo successivo è impossibile.
La prospettiva cosmopolita prevede che gli altri siano definiti tutti simili, tutti nativi: non condividono le stesse risorse e la stessa memoria, ma ciascuno di loro è formato dalla propria cultura, ciascuno è diverso da chiunque altro e possiede chiavi di lettura della realtà assolutamente uniche. La comunicazione cosmopolita non mette a rischio le risorse e l’identità dei partecipanti, dal momento che prevede la possibilità e la coesistenza di storie alternative. È una comunicazione che più che garantire coerenza fra i partecipanti predilige il coordinamento dei diversi modi di costruire coerenza. Dunque nessuno è costretto a integrarsi e l’incontro non richiede qualche forma di adattamento all’altro. Le persone non stanno insieme perché sono simili: stanno insieme perché sono differenti.

Allora, io penso che dovremmo costruire le moschee esattamente come costruiamo le chiese (ne costruiamo poche, in effetti, ne abbiamo già tante in eredità). Non perché altrimenti tiriamo su terroristi: riconoscere che le persone hanno diritti non è prevenzione, è solo il minimo indispensabile. È non farlo, che genera separazione e odio. Penso che ascoltare i diversi desideri delle persone e impegnarsi perché siano soddisfatti (coi soldi delle tasse, sì: non è che per andare a bombardare usiamo quelli del Monopoli) sia una forma necessaria di eloquenza sociale.
Penso che coordinarsi sia accettare di vedere modificarsi il panorama. Penso che sia tenersi strette le proprie chiese, i propri bar, i propri cinema e i propri luoghi di vita e pensare nello stesso tempo che le stesse risorse (anche economiche) che li producono e tengono in piedi possano essere al servizio di luoghi di culto e di ritrovo diversi. È tenere magari alti e ben in vista i crocifissi, rivendicarne l’esposizione se si vuole, ma conservare nello stesso tempo la consapevolezza che essi sono segni dentro una varietà di segni alcuni dei quali hanno altrettanta importanza per altri esseri umani. Penso che sia comprendere e rendersi comprensibili, senza necessariamente cambiare il proprio modo di credere.

È una strada difficile e lunga, da far tremare. Proprio perché in questo campo strade facili non ce ne sono, sarebbe già tanto se almeno abbandonassimo metafore vecchie e dimostratesi dannose.
Buona Pasqua.

Annunci

2 thoughts on “Le metafore dell’integrazione

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...