Rapida come un riflesso condizionato, a cadavere ancora caldo, l’allegra teoria di Adinolfi sul delitto di Roma (“ucciso da due gay perché era omofobo” e “a favore della famiglia”) impressiona, in prima battuta, perché ci si domanda come si possa essere tanto privi di scrupoli. O tanto sicuri di non averne bisogno perché si è dalla parte giusta.
Ma un attimo dopo risulta illuminante per capire un aspetto cruciale di quel movimento di cui Adinolfi è ispiratore: e cioè il profondo, angosciante, insopprimibile terrore di non avere un nome da dare alle cose; l’incapacità di esitare davanti a quello che non si conosce; l’ossessione di dare al mondo lo stesso ordine che si ha nella propria testa, e di darglielo prima possibile, per risparmiarsi lo sgomento di dover ammettere che non tutto si può capire.

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