Allora, io metto Costanza Jesurum fra gli autori che in Italia hanno trovato un qualche tipo di quadratura del cerchio. Il cerchio da quadrare è quello della divulgazione di cose psicologiche, che già per loro natura – l’inconscio, le relazioni, le emozioni, sono cose non tangibili e non misurabili delle quali non si può parlare come si parla di un insetto, o di Pompei, o della distanza dalla Terra alla Luna – si prestano male a una letteratura che vende saperi masticati e “risolti”.
Come dicevo su questo blog ormai un bel po’ di anni fa, la letteratura di divulgazione il più delle volte inciampa nel problema della semplificazione. Non tanto nel senso che rinuncia a un grado passabile di approfondimento, quanto nel senso di aggirare qualunque necessità di problematizzare: quel che si vede, è. La conoscenza, nel tritacarne della divulgazione, diventa un insieme di fatti anziché un intrico di problemi su come vediamo quello che vediamo.
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Dice: ma è utile lo stesso, perché sarà pure una banalizzazione, ma poi le persone vanno a leggersi veramente la storia di Roma, la fisica, la matematica, e quando trovano uno psicoqualcosa da Vespa poi corrono tutti a comprarsi i casi clinici di Freud.
Ecco, a parte che questa convinzione non è mai stata dimostrata, e a parte che non è che anche lo pseudo-Borges di Matteo Renzi fa comprare i libri di Borges, io non ci sto a pensare a questa letteratura come a un richiamo per uccelli che non vogliono proprio farsi acchiappare: continuo invece a pensare che quel che si dice e che si scrive debba avere un valore suo. Se poi quel valore ce l’ha – e non rinuncerà anche a chiedere quel minimo sindacale di impegno al lettore – allora sì che creerà non lettori ad ogni costo, ma interesse intorno a cose di cui vale la pena scrivere (e leggere).

Ho spiegato altrove come, a mio avviso, la quadratura in questione sia riuscita a una terapeuta dalla storia importante come Umberta Telfener. Nel mio piccolo, sono parte (con Luca Casadio) di un tentativo che va dalla stessa parte ma con altri mezzi – non è di quello che voglio parlare, ma lo cito per dirvi che la questione mi sta a cuore e mi impegna. E che penso che una buona letteratura di divulgazione, alla fine, dica qualcosa di utile anche agli addetti ai lavori.

s200_costanza.jesurumIl suo, di mezzo, quello di Costanza, è il personale linguaggio che i lettori del suo blog conoscono da anni (da qualche tempo il blog si trova qua). Che già fa strano, perché è vero quel che lei stessa dice di psicologi e web – “Una rispettabile falange, a cui io appartengo con orgoglio postmoderno, usa internet e social network con agio” – ed è vero notoriamente anche per chi vi scrive, ma è sempre stato un po’ meno vero per quei rappresentanti della psicologia che si riconoscono nella corrente psicoanalitica. I quali in rete ci stanno, e sui social network qualche volta, ma per lo più col bisogno di accompagnare i loro interventi compassati e gli occasionali e reticenti riferimenti alla propria vita privata con abbondanti marche di contesto che segnalino “non vorrei che si pensasse che mi sto divertendo, eh.”
E invece Costanza ci sta con consapevolezza e con leggerezza calvinista (nel senso di Italo Calvino). E quel linguaggio lo porta ora in questo libro, con risultati forse persino migliori che sul blog: e colpisce che quel modo di scrivere che pare così estemporaneo dia il meglio di sé sulle pagine di un libro (e no, la riflessione su come la scrittura online sta influenzando la scrittura la facciamo un’altra volta). Ma d’altra parte quel che là è ormai consuetudine di una fedele community di lettori, qua ritorna ad essere sorprendente. In nessuno dei libri popolari degli psicologi che vanno per la maggiore vi aspettereste di trovare simili irruzioni vernacolari, o quel linguaggio, diciamo, colloquiale, né quell’uso folle di sostantivi aggettivati (“la pratica mandrilla” per dire lo stile di vita dell’uomo affamato di sesso) o inventati (la mandrillità, appunto: e siccome siamo psicoanalisti, con la cultura classica e tutto il resto, anche mandrillitas).
Ecco, non è soltanto una cosa divertente: è il mezzo per arrivare a quella quadratura che dicevo. Perché è quel linguaggio personale e, a suo modo, intimo, che non permette mai di dimenticare che quel che si dice lo sta dicendo qualcuno. La presenza dell’autrice è sempre dichiarata ed esplicita, anche attraverso riferimenti frequenti (e spesso esilaranti) alla sua autobiografia: leggetevi l’inizio, con un quadretto familiare spassoso; leggetevi il capitolo su Osvaldo (come, chi è Osvaldo? Leggetevelo, ho detto). Poi divertitevi a cercare qua e là i riferimenti (auto)ironici alla categoria degli psicoanalisti (“È pur sempre gente che ha fatto anni di training su un divano”) e sentite quanto la psicologia raccontata da Costanza Jesurum diventi la vicenda di alcuni geniali povericristi che hanno provato a rispondere, osservando le proprie fragilità, ad alcune domande cruciali.

Il libro doveva intitolarsi, nelle intenzioni dell’autrice, “Colazione a ripetere”, Che non era male, ma poi – nel tira e molla con Minimum Fax, che lo pubblica – è diventato “Guida portatile alla psicopatologia della vita quotidiana”. Che è indovinato forse ancora di più, non solo perché fa il verso al Freud del 1901, ma perché fa gli equilibrismi sul crinale fra il divertimento e il maledettamente serio, che poi è quel crinale lungo il quale Costanza Jesurum ci invita a passeggiare.
Poteva scegliere fra provare a parlare da psicoanalista di cose di psicoanalisi con un pubblico non necessariamente edotto; oppure di partire da argomenti anche piuttosto “di moda” per dire la sua (da psicoanalista). E fa entrambe le cose: ogni capitolo è dedicato a un tema particolare, e fra questi temi non mancano quelli su cui prospera la pubblicistica popolare. Per dirne una, c’è il capitolo sullo shopping convulsivo. Per dirne un’altra, c’è quello su Internet e dipendenza (intitolato, demonio d’una Costanza, “Modem e Tabù”). Oppure c’è il capitolo “Il problema di Luca”. Luca è quello della canzone di Povia, e il riferimento serve per affrontare le domande comuni – e purtroppo mai scontate – sull’omosessualità (è una malattia o che?). Dove l’autrice non si limita a rispondere sì o no (e comunque è no), ma prova a spiegare l’evoluzione delle posizioni al riguardo nel mondo (nei mondi?) della psicologia, la storia di come i mutamenti del modo di pensare ai ruoli di genere hanno seguito i mutamenti culturali e sociali. Ed ecco che fare divulgazione su un argomento diventa anche la storia di domande a cui rispondere, e dei modi in cui una comunità di osservatori se le è poste ed è riuscita qualche volta a venirne faticosamente a capo.

Di capitolo in capitolo, i vari tipi psicologici, coloriti eppure reali, scorrono sullo schermo – perché mi viene in mente Wes Anderson? – e Costanza è la voce narrante.
Ecco, come dicevo prima, può essere che porterà qualcuno a leggersi Il piccolo Hans o, che ne so, Coscienza, inconscio e individuazione, o a cercare chi diavolo fosse Fairbairn. Ma anche se così non fosse, è un libro riuscito di suo. Anche per i colleghi!

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