Adesso, dopo aver giustamente sghignazzato sulla faccenda dei due milioni di partecipanti, un pensiero un po’ più meditato ci sta (magari senza dimenticare che chi buttò là i numeri più inverosimili sul Circo Massimo fu la CGIL qualche anno fa: il fatto è che adesso, mentre stai ancora dicendo “siamo due milion…”, arriva l’articolo online che calcola base per altezza, sottrae la superficie del palco, moltiplica per quattro persone a metro quadrato e ti fa fare la figura del fesso in tempo reale).
Perché la bufala dei due milioni non è una questione a margine, e non è una scemenza pronunciata da un personaggio trascurabile e colta al volo da un giornalista malizioso. È stata il primo e il più rilevante messaggio che quella piazza, per bocca dei suoi organizzatori più autorevoli, ha voluto mandare: “Siamo tanti, anzi tantissimi”.

Foto da Ilpost.it

Qual è la posta in gioco, per arrivare ad esporsi al pericolo di una figuraccia così notevole, per rischiare che persino un giornale ammodo e misurato come La Stampa parli di “bufala”? Non sarebbe stato più intelligente vantare un già onorevole seppure arrotondatissimo mezzo milione (e magari anche un paio di buone idee sulla questione in discussione) e portarsi a casa un bel successo anziché il dileggio del paese che conta (nel senso che sa far di conto)? Mettiamoci pure che Gandolfini e gli altri hanno meno confidenza con i meccanismi della moderna comunicazione che con la geometria: ma da quando la quantità è un argomento che i cattolici invocano a sostegno dell’aver ragione? Essere tanti vuol dire essere dalla parte giusta? Ma non era sempre stato il contrario?
Ma soprattutto, perché, mentre il Paese discute di modi nuovi di pensare le relazioni familiari per tener conto di gente in carne e ossa che esiste già, e che non sarà un prodotto della Cirinnà, quell’area culturale decide di chiudersi nella definitiva irrilevanza e di partecipare al dibattito con numeri inventati, con deliri su un complotto che arriva fin dentro le scuole a modificare le identità dei bambini, ed elegge a intellettuali di riferimento gente del livello di Giovanardi? (Ci ho pensato un’ora prima di scrivere il suo nome: non voglio prendermela con nessuno in particolare e cerco di capire, ma vi pare che le sue ultime uscite portino un contributo al dibattito sull’argomento più di quanto ne portino al repertorio dell’avanspettacolo?) E cos’è quel delirio di grandezza che porta a inventarsi un messaggio di adesione del rabbino Di Segni, che è costretto a smentire un minuto dopo? Perché sabato sera dai pulpiti di preti rimasti a casa volavano insulti (non parole dure: insulti) all’indirizzo degli “altri”? Non sarebbe più pratico leggersi veramente il ddl Cirinnà e parlare di quello?
Una considerazione inevitabile, dunque: ad ascoltare questo coro sgangherato, la storia che ieri quella piazza fosse lì per la famiglia, i bambini e tutto il resto mi pare sempre meno sostenibile. Non un solo argomento serio sulla questione è arrivato dal Circo Massimo, ma solo il solito pasticcio di sacro e profano. “Nessuna confusione sulla famiglia voluta da Dio!”: ma quella possono mandarla in vacca soltanto loro, giacché – come è noto, e come è buono che sia – lo Stato e la Cirinnà non hanno alcuna voce in capitolo sul sacramento del matrimonio cattolico. Ce l’hanno invece su quello civile, che è un’altra cosa, che è ben precedente, che si è trasformato continuamente nel tempo e che continuerà a farlo.
E nemmeno può essere considerato un argomento “il sesso è per la procreazione”. O meglio, magari può essere un signor argomento, ma direi del tutto, come dire?, ad uso interno dei partecipanti all’evento e di quelli che già ne condividono la filosofia (o che, dal punto di vista degli organizzatori e ideologi dell’evento, dovrebbero condividerla). Totalmente irrilevante, invece, per il dibattito sulle leggi e per quella parte di Paese che in questo momento pensa ad estendere il riconoscimento legale dei legami fra le persone.
A chi urlava, allora, quella piazza?
Quella piazza era lì per dire: “siamo due milioni, siamo più di voi”. Di “voi” chi?
L’argomento “siamo due milioni” non entra per niente nel merito della questione che si pretende di discutere, e sul tema della sacralità della famiglia ha la stessa rilevanza che “siamo biondi”: “siamo tanti” è, per chiamare le cose col loro nome, un argomento “politico”.
Senza che nessuno facesse una piega, le radio ieri mattina parlavano dell’evento organizzato “dai cattolici”: tutti, granitici e come un sol uomo. Che non è vero per niente – mai sono stati così poco granitici come in questo momento – ma essere tanti da sembrare tutti era lo scopo dell’iniziativa. La posta in gioco, detto in italiano, sembra essere l’egemonia su quell’area che si rifà ai valori cattolici.
Ecco, io temo che quello che sta paralizzando il dibattito e che lo sta rendendo scomposto e inconcludente sia una rissa tutta interna a quel mondo.
Mi colpisce da tempo come passi inosservato un fatto di cui chiunque abbia frequentato quel mondo anche solo per il tempo della prima comunione, dovrebbe cogliere l’enormità; sta accadendo qualcosa al suo interno che passa sotto silenzio o al massimo è derubricata come la solita folkloristica intemperanza di qualche estremista.
soccinonefMa che una fazione considerevole di quel mondo – quella più conservatrice – affermi da tempo non semplicemente di avere, qua e là, punti di vista difformi dal nuovo papa (che già sarebbe un fatto di proporzioni inaudite per le logiche della Chiesa) ma di non riconoscerlo e di non riconoscere la validità della sua elezione, e di continuare a far riferimento al pontefice dimissionario ed “emerito”, è un fatto che configura se non uno scisma in senso tecnico, certamente una frattura verticale che non si era mai vista. Non negli anni nostri, comunque. Antonio Socci non è un oscuro lefebvriano di ferro, è un giornalista che scrive su testate a larga tiratura e ha condotto programmi RAI. Pubblica libri per Mondadori. Le sue tesi sono condivise non da quattro gatti, a quanto pare. Chi di voi ricorda una spaccatura di uguali dimensioni e drammaticità nella storia recente della chiesa cattolica? Non solo: mentre discutevo di questo con i miei contatti, qualcuno mi segnala un articolo, che Giovanni Bachelet sulla sua bacheca commenta dicendo

“quello stesso giorno c’era a Roma un altro evento con il Papa, dove malgrado la coincidenza di date il Papa non ha speso una sola parola sul Family Day. Per me e penso per chiunque leggesse i giornali negli ultimi trent’anni è una notizia”.

Una sorta di schismogenesi in cui la parte più, come posso dire?, progressista della Chiesa si è fatta un po’ più forte, ma specularmente è cresciuta anche quella più conservatrice, che si sente assediata dalla realtà che cambia. È una specie di terrore identitario.
Chiedo scusa se questo discorso pare semplificare troppo la complessità di un’istituzione così grande e articolata, dividendola in due parti, ma l’effetto di una schismogenesi è anche quello di distruggere la complessità di un sistema e di farlo tendere progressivamente a “o di qua o di là”.
soccialpapaTutt’altro che una cosuccia: lì c’è più di qualcuno che sostiene che il papa attuale (avete presente cos’è un papa per quell’istituzione? Mica un presidente della repubblica o un presidente del consiglio; fate mente locale) sia illegittimo, una specie di impostore. Lasciate perdere quello che pensate di papa Bergoglio: che sia un vero innovatore o un’operazione di maquillage, o una via di mezzo, non è questo il punto. La situazione che di fatto la sua elezione ha innescato è questa.
Immaginate il senso di instabilità e la paura che serpeggiano da quelle parti.
Allora, credo che le cose andranno avanti senza un’influenza determinante di quella parte, se non, ahimè, il quotidiano mettersi di traverso. Non gli interessa discutere delle cose, ma solo far pesare il proprio numero e la propria mole. Contarsi.
È un peccato, eh: perché ci sarebbe bisogno di un bel dibattito fra teste che pensano, e invece da quelle parti hanno scelto di fare il tutto esaurito proiettando “Godzilla contro il Gender”. Peggio per loro. Ma peggio anche per tutti gli altri: perché poi bisogna vedere, mentre fanno a botte fra di loro, come si metterà per tutti quelli che dovranno fare le cose convivendo con quei vicini rissosi e invidiosi e nel fracasso delle loro botte da orbi. Ho come l’impressione che non basterà battere ogni tanto la scopa sul soffitto e chiedergli cortesemente di andare a dormire ché è tardi.

La domanda che per me rimane aperta è cosa cambierebbe il tener conto che quel fronte è forte non soltanto di un deciso rifiuto ideologico della discussione sullo status di relazioni e cittadini diversi da loro, ma anche di un diffuso e pervasivo terrore identitario che non è generato dal contenuto delle decisioni (guardatevi questa intervista nel pubblico: non sarà rappresentativa del totale dei partecipanti, ma della media delle conversazioni online certamente) ma dalla vaga percezione di un cambiamento di alcuni punti di riferimento necessari. Forse accettare il frame che vede i “difensori della famiglia contro gli altri”, ha come conseguenza una spaccatura al di qua e al di là di quell’abisso di spavento.
È un fatto che verifichiamo tutti i giorni: nel dibattito politico e in tema di diritti (e penso anche a immigrazione, stranieri eccetera), la sinistra è sempre in bilico fra due errori esiziali: quello di far proprio il frame della destra, rinforzandolo e quindi perdendo in casa loro (vedi “l’immigrazione è un problema di sicurezza”), o rifiutarlo ma senza averne di altrettanto forti da contrapporvi. Imparare a prendere il loro frame e risignificarlo, riempiendolo di sensi più complessi che aprano possibilità invece di chiudere, dovrebbe essere la sfida.
M’interrogo, certo, come è stato già detto da qualcuno, su un modo di fare proprio il frame della “famiglia” come luogo degli affetti e della crescita (chi era sceso in piazza una settimana prima non aveva forse un’idea di famiglia?), declinandola però al plurale: “famiglie”. Che forse non disinnescherà Adinolfi, Meloni e gli altri leader del Circo Massimo, ma potrebbe contribuire a non intensificare quel terrore e quel processo schismogenetico di cui si nutrono e di cui si nutre la veemenza “anti-gender”. Ma penso anche a un modo di rivendicare anche “di qua”, e a maggior ragione, la separatezza fra diritti e sacramenti, che a guardare gli slogan di sabato scorso è uno degli equivoci su cui si basa la retorica che infiamma quel fronte, ad opera di chi fa mercato di quel terrore. Ma qui mi fermo.

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One thought on “Due milioni contro Godzilla

  1. Mi permetto di far notare che molte opinioni espresse al Family Day sul matrimonio (quelle che vanno per la maggiore) discordano dal magistero della Chiesa anche per quel che concerne il ‘sacramento’, perché seppur sia vero che deve essere “aperto alla vita” (come solitamente si recita), ha tuttavia dignità coniugale completa anche in assenza di figli. Tant’è vero che nessuno ha mai messo in dubbio la validità del sacramento delle coppie sterili. Ma se fossero veri gli slogan di quei ’2 milioni‘, allora mi aspetto che anche per le coppie etero senza figli si invochi l’annullamento del matrimonio.

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