Prologo: una storia che non ci credeva nemmeno lui.

Devo prenderla un po’ alla lontana, e chiedo scusa a chi conosce già la storia. La notte fra il 31 maggio e l’1 giugno del 2013 tornavo da Padova dopo il concerto di Bruce Springsteen. Era stata una serata fortunata, perché delle date del tour avevo scelto quella per ragioni di lavoro e di scuola (al concerto ci andai con la famiglia) senza immaginare che mi sarei portato a casa il ricordo della notte in cui la E Street Band ha suonato tutto “Born to Run”.
Non solo: fu la sera di quel tipo che si sbracciava sotto il palco perché voleva suonare il washboard con Bruce e che vinse la scommessa. Fecero Pay Me My Money Down, sullo stesso palco, senza aver mai provato insieme, Bruce e il tipo col washboard. Ma il primo è noto per il suo fiuto soprannaturale nello scegliere le persone di cui fidarsi; e il secondo si capì dai primi colpi di cucchiaio sulla tavola che è un musicista di razza. La canzone fu un trionfo di cui si parla ancora.

Andrea Scarso e Bruce Springsteen
L’assolo strepitoso di Caterino

Ci pensai la notte e poi la mattina dopo. Dovevo rintracciare il tipo col washboard perché non riuscivo a credere che fosse andata come l’avevamo vista noi. Bruce che affida un pezzo chiave del concerto a un tizio che non ha mai visto prima. Senza accordarsi su niente, senza scambiare due parole, senza provare una volta. A cercare sui giornali traccia del fatto della sera prima, già qualcosa non tornava. La storia era raccontata qua e là col protagonista – un musicista padovano, dicevano – che aveva il nome che cambiava da una testata all’altra. Lo dicevo che c’è qualcosa di strano. Non si conosce manco il nome del tipo. Si chiama Andrea Scarso o Caterino Riccardi? (Che nome strano, poi, chi è che va in giro a chiamarsi Caterino?).
Ma infatti, come non ci ho pensato? Caterino non è un nome strano: è un nome d’arte! Caterino Riccardi è come si chiamerebbe Keith Richards a Piove di Sacco. (Avrei scoperto tempo dopo che Caterino ha la fissa di giocare con le parole ed è il re del calembour).

Insomma, alla fine lo trovo su Facebook (dove, sennò?) e gli scrivo. Mi risponde, è sfatto dalla stanchezza, ma vuole raccontare per la trecentesima volta la storia della sera in cui ha suonato col Boss, e poi andare a mescolarsi per sempre col materasso. È più incredulo di me. Perché poi non è stata così facile come l’abbiamo vista noi. Entra nello stadio col washboard nascosto sotto un giubbotto, si agita tutto il tempo per farsi notare finché quelli della sicurezza gli sequestrano lo strumento (ommadonna, il washboard comprato a New Orleans!), ma lui non si perde d’animo finché Bruce confabula con Miami Steve, poi lo tira su, ma il washboard non si trova più (e grazie, gliel’hanno tirato via loro!) e poi salta fuori dal retro del palco, e infine quei dieci minuti di gloria imperitura davanti a un pubblico che nemmeno a mettere insieme quello di tutti i concerti nei locali di un anno, ma che dico un anno, forse cento.
A Bruce quell’incontro avrebbe cambiato l’arrangiamento del pezzo (l’avrebbe rifatta con il washboard anche nelle sere successive); a Caterino avrebbe cambiato suppergiù la vita, per sempre. E non mi riferisco soltanto alla maggiore popolarità che lui e i suoi Fireplaces hanno da quella sera.

Di lì arriverà il viaggio negli States col gruppo, per suonare allo Stone Poney, il locale di Asbury Park da dove Bruce è partito. (Ora, molti di voi quando vanno in un posto leggendario si portano a casa souvenir, dischi, oggetti, magneti da frigo. I Fireplaces, per ricordo, si fanno un video mentre suonano Erie Canal sul Jersey Shore).

Il concerto
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E così per due anni e mezzo ho inseguito la possibilità di vedere dal vivo i Fireplaces, ma ogni volta che passavano dalle mie parti io ero in qualche altro posto, e se arrivavano in quel posto io ero appena ripartito. Disdetta.

L’occasione arriva imprevista venerdì 11 dicembre a Montichiari. La serata all’“I love cocaine” (ah, se state pensando quello che penso stiate pensando, ecco, no: tutto il contrario) è stata rimandata dalla settimana prima, per la mia grande gioia perché alla data prevista sarei stato all’altro capo del mondo. Così sono nel locale già un’ora prima per occupare il posto migliore (no, ecco, è proprio che ho sbagliato orario).
I Fireplaces sono nella formazione da sei (vanno in giro in vari formati e dimensioni, fino a undici elementi, a seconda del palco che li aspetta).

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Alle dieci e mezza circa salgono sul palco verde Carlo Marchioni (chitarra acustica e voce), Francesco Morosin (chitarra elettrica e mandolino), Giovanni Natoli (batteria), Marco Quagliato (contrabbasso), Oliviero Lucato (tastiere). E Andrea “Caterino”, voce, washboard e chitarra acustica, che annuncia un’oretta e mezza di musica “per dimenticare i guai”.
Ve lo dico senza aspettare la fine: un’ora e mezza di pura gioia.
L’ora e mezza comincia con Midnight Special di Leadbelly e nell’arco di uno o due pezzi il gruppo è caldo e la temperatura è buona.
Anche nella prima parte dello show, quando una metà del pubblico è intenta nella cena e nelle chiacchiere, e forse inconsapevole di quello che sta succedendo sul palco (confesso che quando Caterino parla ricordando la figura di Pete Seeger ho una visione di John Belushi dietro la rete dei polli), sul palco si danno come dei dannati. Per uno spettatore o per dieci, o per cento, è la stessa cosa.
Si passa per Mississippi John Hurt, la Seeger Session Band, i Creedence e Neil Young (con Carlo Marchioni che, ve lo giuro perché l’ho visto, sotto gli occhi dei presenti trasfigura nel canadese quando canta Harvest Moon e Helpless).
Oltre all’amore dichiarato per la Seeger Session Band che con Bruce Springsteen celebrò la grande canzone folk americana, all’ispirazione dei Fireplaces non sono estranei i Pogues per il modo di stare sul palco e di tirar fuori divertimento da ogni singola nota.
20151212_000433.jpgI Fireplaces hanno una vasta cultura musicale e una sensibilità profonda per la storia di questa musica e del suo intreccio con la vita quotidiana, dai canti di lavoro alla canzone di protesta al blue collar rock. In più di un momento Caterino ricorderà la parte che nel loro repertorio hanno le canzoni di lavoro e di lotta. Ma è formidabile come, esattamente al modo in cui hanno insegnato il blues e il rock and roll, questi temi si liberano dalle gabbie della retorica e diventano festa collettiva. Which Side Are You on? – che parla di minatori, figli di minatori, sindacati e battaglie perdute – che ricordiamo soprattutto per via di Pete Seeger (ma anche da una bella e cupa versione di Natalie Merchant) è uno dei momenti più trascinanti e anche commoventi dello spettacolo.

Caterino è il front man dei Fireplaces, ma divide la responsabilità della voce solista con Carlo Marchioni, che gli è del tutto complementare, e quella del palco con un gruppo composto da personalità eccellenti. L’intervento di due vecchi amici (un chitarrista elettrico e un batterista) rinnova il rito dell’ospitalità, così come davanti al pubblico dello Stadio Euganeo due anni e mezzo prima.
La sorpresa arriva quando lo show sembra al termine: i musicisti scendono dal palco con gli strumenti (il batterista imbraccia una sedia e comincia a percuoterla con le bacchette) e girano fra i tavoli eseguendo You Never Can Tell di Chuck Berry.  Poi buttano fuori i barman che preparano i cocktail di mezzanotte per occupare lo spazio dietro il bancone: la serata termina con una indimenticabile Ring of Fire (Johnny Cash) e una esplosiva Jesus on the Mainline, e questa versione per me da venerdì sta accanto a quella di Ry Cooder.

Foto di Enzo Curelli. Enzo lo trovate qua: http://enzocurelli.blogspot.it

 

Il cd: Shelter fon the Storm

Se il live dei Fireplaces è un omaggio alla canzone popolare americana, al folk rock e a tutto quello che è successo fra Pete Seeger e la Seeger Session Band, la dimensione in studio è quella dove il gruppo dà spazio alla propria creatività compositiva (di Caterino in particolare, salvo una pregevolissima ballatona acustica di Carlo Marchiori) e al proprio repertorio originale. E anche alla propria anima più rock, sebbene la scaletta del disco sia un tale ventaglio di generi da abbracciare gran parte della musica americana bianca e nera.
“Shelter from the Storm” compie un anno in questi giorni. E diciamo una cosa: è un lavoro stupendo e completo, dove non c’è una canzone che non abbia un peso specifico considerevole e dove gli Stones convivono coi fiati stile Motown, e i cori alla Crosby Stills Nash e Young stanno sotto lo stesso tetto col “blues industriale” (come dicono loro per definire la strepitosa Light of a Candle) e il Pasley Underground sta gomito a gomito con la ballata cantautorale e con molto altro ancora. Eppure, tutto sta dentro una unità e una coerenza stilistica che è da gruppo navigato. Se, conoscendo la storia dei Fireplaces e di Caterino, cercate nell’album la lezione di Bruce Springsteen, questa la trovate più nell’approccio che nei contenuti o nell’arrangiamento di questa o quella canzone: io l’ho vista nel considerare la storia della musica americana e dei suoi derivati come una strada da percorrere da un capo all’altro, possibilmente senza farsi scappare le meraviglie che si nascondono nelle vie secondarie che da quella si diramano.

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Si avverte lo sforzo di stiparci dentro tutti gli amori e tutta la storia della musica, come se “Shelter from the Storm” arrivasse un attimo prima della fine del mondo. E però, nessuno sfoggio di sapienza musicale, l’album non è un catalogo pedante e anzi coinvolge come in un grande gioco in cui tutti si ritrova qualcosa di proprio e si condivide l’orgoglio di essere parte di una grande storia.

Tutto l’album è una dichiarazione d’amore per quella musica e la sua mai esaurita capacità di lenire il dolore: come dice il titolo, di offrire riparo dalla tempesta. Il manifesto è Book Your Freedom che dichiara eterna riconoscenza agli scrittori e ai musicisti a cui dobbiamo questa musica e l’immaginario che la alimenta.

Il cd è curato, ben suonato e messo insieme con molta cura. Ma è divertente, profondo, commovente ed esplosivo, e resta comunque fedele alla dimensione live che è quella davvero congeniale al gruppo. E non ci dispiacerebbe ritrovare i Fireplaces in un uno show centrato sul repertorio originale.
Nell’attesa, io faccio girare una volta ancora “Shelter on the Storm”. Voi cercatelo qui, o sennò ai loro concerti.

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2 thoughts on “I Fireplaces: concerto e cd

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