catholic_boy

Nel 1980 Jim Carroll pubblicò Catholic Boy, il primo album con la band che portava il suo nome.
Era uscito poco tempo prima Basketball Diaries, un libro sostanzialmente autobiografico – raccontava tre anni a cavallo fra il 1963 e il 1966 – del quale si sarebbe parlato di nuovo a metà degli anni Novanta per via della riduzione cinematografica con Leonardo Di Caprio, dove la faccia pulita dell’attore californiano provava a restituire l’adolescenza di Carroll – di famiglia irlandese e cattolica – ai tempi del basket e l’innocenza spazzata via per le strade di N.Y. da LSD, eroina e prostituzione.
Catholic Boy esplose con la forza di un Lou Reed giovane in piena era punk. Suoni asciutti e chitarre affilate per raccontare ancora una volta il lato selvaggio, con la sua umanità ferita e marginale.
In quell’album c’era una canzone che si chiamava People Who Died. “Quelli che sono morti” erano tutti gli amici che Carroll aveva visto andarsene uno dopo l’altro, uccisi da quella vita che non perdona. A cominciare da Teddy, dodici anni, morto sniffando colla.

La canzone è una sequela agghiacciante di nomi, amici che cadono dai tetti (“Tony, sai volare?”), bambini che se ne vanno a quattordici anni dimostrandone sessantacinque, ragazzi fulminati dall’epatite o da un colpo in testa laggiù nel Vietnam (“they were all my friends, they died”). Niente fiction, tutte storie vere.

È passato del tempo e nel 2009 Jim Carroll li ha raggiunti. Aveva condiviso con quei ragazzi la tossicodipendenza e la prostituzione, ma a lui la vita aveva concesso i tempi supplementari: gli aveva permesso di fare quel disco, e poi altri due – ma quanti concerti annullati o interrotti all’improvviso, per ordine dell’eroina – e poi persino di morire d’infarto in età matura nel proprio appartamento.

A Jim Carroll – ma anche al proprio amatissimo fratello John, l’ultimo di otto – il folksinger elettrico newyorkese Willie Nile ha dedicato un paio di anni fa una versione di People Who Died. Se non conoscete Willie Nile, considerate che fra quelli che lo apprezzano ci sono Pete Townshend e Bruce Springsteen, e vedete voi se valgono come referenze.
La sua People Who Died suona ancora più infuocata, se possibile. Le chitarre calde, invece di quelle così asciutte dell’originale, suonano come se i Rolling Stones avessero preso casa nel cuore del Village (e l’album sul quale è incisa, American Ride, è segnato in gran parte da quell’ambizione).
Eccola:

Per quanto meno cupa della versione di Carroll – manca certamente gran parte dell’elemento autobiografico che la rendeva così drammatica – questa mi sembra ogni volta lì lì per superare il limite della disperazione: se quel destino ha inghiottito anche colui che l’aveva cantato, sembra proprio che non ci sia scampo.
Eppure, se Carroll la cantava con la consapevolezza di avere in tasca un biglietto già staccato per raggiungere gli amici che l’avevano preceduto, quando la canta Willie Nile tutto quel dolore e quella morte si confrontano con la vitalità di uno dei più cristallini e gioiosi interpreti del rock and roll.

Guardatelo bene, questo video, e godetevi la furia fisica di questa interpretazione. Se vi siete mai domandati cosa renda questa musica così necessaria – magari non la forma d’arte più nobile, né quella più ricercata, eppure così indispensabile – qua c’è la risposta. Perché cantare il dolore facendoti ballare per quattro minuti davanti alla morte che ti passa così vicina, non tutte le canzoni sono capaci di farlo.

willie nile

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One thought on “D’amore, di morte e di rock and roll

  1. Massimo rispetto per Willie, ma quando Jim canta “…and Eddie I miss you more than all the others, and I salute you brother” mi corre un brivido lungo la schiena che nessun altro può dare.

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