jazz4aqQualche giorno prima un amico aveva commentato su Facebook il logo di “Il jazz italiano per L’Aquila” più o meno in questo modo: “Perché la preposizione per?”.
Credo che in quel per – che rimanda a una lunga tradizione di musica benefica da “USA for Africa” in poi – il mio amico vedesse la persistenza di una pericolosa “storia unica”. La storia unica di una città distrutta “per” la quale fare qualcosa.
Che è una storia vera: L’Aquila è davvero una città provata gravemente, affaticata e con problemi importanti. Ma quella storia, da sola, non racconta tutta L’Aquila.

Un’altra storia – vera altrettanto – è che quella città non ha mai smesso, nemmeno quando era ferita al cuore, di produrre bellezza che ha continuato a scaturire da tutte le sue pietre e le sue fratture.
Questa storia l’hanno testimoniata 586 musicisti jazz che l’hanno invasa ieri e, da diciotto palchi – al chiuso, nei giardini e per la strada, e anche sfilando per il centro storico – l’hanno resa una colossale, viva e risonante cassa armonica.
E l’hanno fatto gratis, e ciascuno ha voluto dichiarare con parole proprie l’amore per quella città: che bisogna dire che con i musicisti ha sempre avuto un rapporto di affetto speciale. Sin da bambino ricordo di avervi visto suonare, nei contesti più disparati, i musicisti più grandi del mondo. Un giorno, Uto Ughi dal palco volle far sapere la propria simpatia e la propria gratitudine per il pubblico aquilano e per la compostezza entusiasta con cui si avvicinava alla musica. Raccontò che la sera prima, in una grande città che non dico, si era trovato in grande imbarazzo davanti a una platea rumorosa e diseducata a un certo modo di ascoltare. E volle raccontare di Arthur Rubinstein che, a un intervistatore che gli chiedeva quale fosse il pubblico migliore che avesse mai avuto, rispose che c’era una cittadina a cento chilometri da Roma…

Insomma, anch’io prima di ieri ho storto il naso per quel per, ma oggi posso dire che la giornata di ieri ha fatto per L’Aquila una cosa importante. Ha mostrato a cinquantamila persone che hanno partecipato – e a chi ha seguito l’evento attraverso la RAI -, un’altra storia, quella di una città ostinata e resiliente che trova anche nell’arte una forza che non si esaurisce. Ha contribuito a dissipare il potere di quella storia unica – vera ma tirannica finché resta una storia esclusiva.
Cinquantamila spettatori per un evento musicale – ma credo per nessun’altra ragione – L’Aquila non le ha mai viste tutte insieme. E credo che anche per il jazz sia un numero irripetibile. Voglio pensare che anche L’Aquila ieri ha fatto qualcosa per la comunità del jazz italiano, i cui membri non si erano mai riunita tutti in un solo posto e guardati in faccia così da vicino.

Marcello Rosa
Marcello Rosa – trombone; Paolo Tombolesi – pianoforte; Marco Siniscalco – basso; Massimo D’Agostino – batteria

Diciamo una cosa: ieri a L’Aquila non c’erano “molti jazzisti italiani”. C’era il jazz italiano (per credere, sfogliate qua il programma). Guardate le tappe del percorso che mi sono organizzato e misurate mentalmente la distanza fra pizza & fichi e questa roba qua: apertura a mezzogiorno con il quartetto di Marcello Rosa all’auditorium Renzo Piano (che esperienza strana, il jazz a mezzogiorno!). Poi Riccardo Fassi Trio in piazza dei Gesuiti.
Poi dritto alla scalinata di San Bernardino per Javier Girotto e “Aires Tango”. Era l’ora di pranzo e io avevo già visto tre mini concerti di livello assoluto.
Così, trentacinque minuti di coda in via Garibaldi per una pizzetta margherita e poi al parco del Castello per il duo di Tiziana Ghiglioni e Gianni Lenoci. Di corsa dunque alla scalinata di San Bernardino per il Roberto Gatto Quartet e poi via di nuovo in piazza dei Gesuiti per il quartetto di Claudio Fasoli.
Spostandomi verso il Castello sono rimasto piacevolmente bloccato per il corso dalla Funky Jazz Orchestra di Berchidda (credo fossero loro: se mi sbaglio fatemi sapere) che sfilava tra due ali di pubblico agitato e danzante.

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Flavio Boltro – tromba; Mauro Battisti – contrabbasso; Mattia Barbieri – batteria

Alle 17 uno spettacolo che non si può raccontare: il trio di Flavio Boltro sul ponte di ingresso al Castello, praticamente su trenta metri almeno di vuoto sul fossato!
Poi, sforzandomi di non ascoltare i primi sintomi di sconquassamento fisico, di nuovo alla scalinata di San Bernardino. E lì lo spettacolo commovente, prima ancora della musica, era la scalinata affollata di migliaia di persone appollaiate dappertutto: era l’ora del set del Paolo Fresu Quintet, le 18 e 30.
Fresu gode certamente di una stima conquistata in anni di musica e di ricerca, ma per il pubblico di questa giornata – e per gli aquilani! – era anche l’artefice principale, insieme al ministro Dario Franceschini – ne parleremo – di questa adunata storica.
Fresu 1

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Paolo Fresu – tromba e flicorno; Tino Tracanna – sax tenore e soprano; Roberto Cipelli – pianoforte; Attilio Zanchi – contrabbasso; Ettore Fioravanti – batteria

E tutto questo è stato solo una piccola parte di quel che succedeva: volendo rischiare di perdersi della musica nei tempi di spostamento, i confini di quel territorio di note erano le 99 Cannelle (con l’acqua che scorreva, da sfondo alla musica) e il convento di San Domenico da una parte, e dall’altra il Castello cinquecentesco. E trasmigrando da una postazione all’altra l’orecchio veniva raggiunto da suoni in ogni momento. Non vi ho citato gli artisti che ho visto all’opera negli spostamenti, perché di molti di loro li devo ancora identificare.
Non c’era la musica dentro una città, era la città ad essere immersa nella musica.

Fatto sta che, mentre la musica continuava in ogni angolo, in altri quarantacinque minuti ci siamo procurati un’altra pizza – bisognava pur tenersi in piedi – l’abbiamo divorata per la strada e poi abbiamo cercato spazio nella folla di Piazza Duomo, dove dalle 20 lo spettacolo continuava su un unico grande palco, il diciottesimo, appunto.
E lì, coordinati e presentati da Carlo Massarini, sono saliti sul palco, nell’ordine: l’Orchestra nazionale Giovani Talenti di Jazz diretta da Paolo DamianiEnrico Rava e il suo “new Quartet”; Enrico Pieranunzi; poi “Doctor 3” (Rea e Pietropaoli: il terzo, il batterista Enzo Sferra assente con certificato medico per malanno improvviso: ecco che succede a sottovalutare il fresco delle sere aquilane) con la partecipazione di Gino Paoli che ha scelto un repertorio coraggioso (no, sono ironico) centrato su “La gatta” e “Sapore di sale”.
Ancora: il duo di Rita Marcotulli e Maria Pia De Vito, che Dio le conservi. Poi Franco D’Andrea, e poi Gianluca Petrella con “Cosmic Renaissance” e infine (e qui confesso di non avercela fatta più e di aver lasciato la piazza, claudicando e in preda alle allucinazioni, all’una circa, e mi dicono che mi sono perso uno spettacolo senza pari) l’Orchestra operaia di Massimo Nunzi.

Adesso capisco che uno potrebbe contestare: che senso hanno tante ore di musica contemporanea (proprio nel senso di oltre cento concerti suonati tutti contemporaneamente!), di cui in realtà puoi godere solo in una minima parte?
Ce l’hanno. Non solo perché in quella grande mole di possibilità, scegliere il tuo percorso, fare cerchietti sul programma e aver goduto, alla fine della giornata, di uno spettacolo diverso da tutti gli altri, è una parte del divertimento. Ma anche per un’altra ragione che vi dico così.
All’inizio della serata condotta da Massarini è salito sul palco – richiamato dal sindaco Cialente che ha salutato il pubblico – il ministro Franceschini. Il ministro è stato, mi dicono, il motore di questa iniziativa. È quello che l’ha voluta e l’ha resa possibile, insieme a Paolo Fresu che ci ha lavorato per aggregare la comunità italiana dei musicisti jazz.
Bene, sono grato a Franceschini per due motivi. Il primo è quello di aver reso possibile questa idea inaudita. Il secondo è di aver evitato, nel salutare L’Aquila dal palco, quell’obbrobrioso luogo comune che ha inventato e che è stato ripreso dai cronisti e dai commentatori più pigri (qui c’è Repubblica). Parlare di questo evento come della “Woodstock del jazz” è banale per parecchi motivi. Il primo è che Woodstock non c’entra un piffero, tanto diversi erano il contesto, il tempo e la musica. Capisco che come brand possa colpire facilmente ed essere ricordato (a Woodstock in fondo c’era tanta gente che suonava, no?). Ma davvero raccontare quella di ieri come una rassegna – per quanto ricca e irripetibile – di musicisti, impoverisce il valore di quello che è successo.
Woodstock era una grande spianata fangosa dove protagonista era la musica. Qua – e in questo secondo me stanno l’amore di questi artisti e l’umiltà con cui hanno abbracciato questo progetto – il rapporto si ribalta. Nell’esplosione della musica in mille frammenti, protagonista è stato il luogo in cui essa non ha cessato di risuonare lungo quattordici ore. Seicento musicisti che hanno suonato una città. Hanno suonato le sue mura, le sue pietre, i suoi archi, le sue strade, le sue piazze, i suoi monumenti.

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All’inizio della serata il Sindaco ha annunciato che l’evento non sarebbe rimasto senza un seguito: ha dato l’appuntamento alla prima domenica di ogni settembre, a cominciare dal quattro settembre 2016. Quello che speriamo tutti quanti è che in qualche modo di questa esperienza unica si possa conservare un ricordo, appunto, unico. E però l’idea di aver partecipato a qualcosa che pianta un seme di una cosa che durerà – e che sarà un’altra storia di questa città, contro la tenacia delle “storie uniche” – è una bella soddisfazione.
Ci vediamo il quattro settembre del prossimo anno, allora. E quella volta, magari, si chiamerà “Il jazz italiano a L’Aquila”.

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One thought on “Il jazz a L’Aquila. Elogio della quantità

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