Erano previsti pressoché per gli stessi giorni il nuovo album di Bob Dylan e “Big Snow”.
Del primo si diceva che sarebbe stato un disco di cover di Frank Sinatra — e dunque giù con le scommesse su come la voce aspra di Dylan, sebbene fattasi più profonda e cavernosa negli anni, avrebbe retto il confronto col papà di tutti i crooner. Il secondo era stato annunciato come la nevicata definitiva, quella che avrebbe spazzato via il mondo come lo avevamo conosciuto.
Così non sapevamo quale dei due attendere con maggiore apprensione.
dylan_shadowsinthenightDopo due giorni di connessioni saltate e di strade interrotte, quello che posso dire è che l’allarme era comprensibile ma sostanzialmente esagerato in un caso e nell’altro, e che anzi la neve fuori dalla finestra fa bene da sfondo per l’ascolto di quest’album; quest’ultimo, a sua volta, è un buon riempitivo per le giornate in cui saltano gli impegni di lavoro e non c’è un granché da fare.
Però innanzitutto ridimensionerei il legame di Sinatra con quest’opera: il fatto che nella sua lunga carriera abbia cantato tutti i pezzi della scaletta mi pare piuttosto irrilevante — ha cantato quasi tutto il cantabile della sua epoca, d’altra parte. L’unico nesso indiscutibile di The Voice coi classici di Shadows in the Night, sta nel fatto che appare come coautore (uno dei tre) di I’m a Fool to Love You. La quale peraltro, non so a voi, ma a me rimanda in prima battuta a Billie Holiday e poi a Tom Jones, e chissà quanti altri interpreti si potrebbero citare. E What’ll I Do, scritta da Irving Berlin, l’hanno cantata anche Ray Charles, Judy Garland, Nat King Cole e Perry Como, e poi — per dire quelli più contigui alla canzone folk — Willie Nelson, Linda Ronstadt, Harry Nilsson, Art Garfunkel, Alison Kraus e persino le sorelle McGarrigle con la famiglia Wainwright. Autumn Leaves, ancora, ce l’hanno in repertorio tutti i fiatisti jazz, ma anche Eric Clapton. E così via.
Dunque, nessun dubbio che l’intenzione fosse quella di un omaggio alla canzone americana jazz, ma se non avessimo passato qualche mese a immaginare come avrebbe potuto essere uno strano, mostruoso Dylan canta Sinatra, ci saremmo aspettati più ragionevolmente un disco di cover di vecchie canzoni. Operazione a cui Dylan non è nuovo peraltro, sebbene questo sia più vicino al disco natalizio di cinque anni fa che al provocatorio Self Portrait del 1970 — «What is this shit?» scrisse Rolling Stone — o ai due album di canzoni folk usciti all’inizio degli anni 90.
Dunque, per riportare la questione a una dimensione più ragionevole: rilassiamoci. Dylan ha dedicato un disco alla canzone americana, che sarà mai? Ha esplorato il territorio della canzone melodica e confidenziale, ma non lo sentirete swingare né fare il verso ai crooner: la canta a modo suo e semmai restituisce a quel repertorio le tinte bluesy che la sua voce ha accentuato con la maturità. Le chitarre pedal steel occupano il posto degli archi (a parte un contrabbasso suonato con l’archetto in alcune occasioni), pochi fiati arrivano quando servono: la scelta di stare schisci con gli arrangiamenti e di conservare la struttura del gruppo folk elettrico è la buona idea di questo disco.

bobdylan

Sul quale la domanda più ovvia è: era necessario? Convintamente rispondo: no. Se non fosse uscito, dubito che staremmo qui a dirci “ehi, la mia vita è fantastica ma, certo, se ci fosse un disco di Dylan con quelle belle canzoni di una volta…”. Però, a guardarsi intorno, viene da pensare che in un certo senso fosse inevitabile. C’è qualcosa di ricorrente nel modo in cui questi grandi della musica americana, in età avanzata, decidono di prendere atto del proprio status di classici. Neil Young fa un disco con novantadue orchestrali e una big band per immergersi nelle grandi tradizioni americane della musica da film, dello swing (lui sì) e di Chicago. Bruce Springsteen (più giovane di costoro, ma ormai legittimamente collocabile nello stesso Olimpo) dopo il battesimo con il rock and roll, la musica nera e Van Morrison, e dopo essersi messo nella scia di Woody Guthrie e di Pete Seeger, passati i sessant’anni chiama un chitarrista come Tom Morello che si muove fra metal e rap: come se non bastasse, sente il bisogno di suonare dal vivo gli Stones, i Bee Gees e gli AC-DC. È come se questi grandi, una volta seminato e raccolto nel proprio territorio (che poi, uno come Young ce l’ha mai avuto un proprio territorio?), sentissero il bisogno di allungare la propria ombra su tutto un secolo di musica popolare.
Ci sono tanti bravi autori in quella che chiamiamo genericamente musica rock, e alcuni grandi: e poi ci sono i grandissimi. Tanti bravi cantanti hanno (avuto) una parte nella storia del rock: questi invece sono la storia del rock. Emergono dalla musica americana come la musica americana emerge da quello che hanno fatto loro.
Diciamo, magari, che a Dylan manca l’ironia sia del canadese che del Boss, e forse questo è il limite più grave di tutta la faccenda. Non ha l’aria di giocare e non si diverte, e noi stessi rimaniamo un po’ attenti ad ascoltarlo e un po’ annoiati. Incuriositi qua e là, anche grati davanti a certe soluzioni intelligenti, ma emozionati quasi mai. L’incipit di I’m a Fool to Want You promette brividi e di tanto in tanto l’album te ne dà, ma li accogli ogni volta come un’eccezione.
Così, probabilmente Shadows in the Night me lo ascolterò ancora qualche volta e poi lo metterò nello scaffale, dal quale, una volta passata “Big Snow”, uscirà chissà quando. Nessuna di queste cover, a prenderle una per una, riesce a competere per la palma di “migliore interpretazione” di quelle canzoni: quelle continuerò a cercarle da Billie Holiday, da Miles Davis, da Dean Martin, da Rufus Wainwright e in qualche caso da Sinatra. Tutte insieme, fanno un disco di cui non posso dire troppo male, ma nemmeno m’innamoro.

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