È sempre cosa buona occuparsi seriamente di come i media costruiscono una cultura del cibo e del corpo ed è apprezzabile lo zelo di chi denuncia responsabilità nel diffondere pratiche e premesse, salutari o dannose, sul mangiare e sulla salute. Talvolta eccessivo e mal posto, mi è capitato di osservare, ma di per sé apprezzabile.
Per questo m’incuriosisce che i censori attenti a proteggerci dalla cattiva influenza di certi modelli non abbiano mai – non dico scagliato un anatema piccolino – ma nemmeno espresso un dubbio su una questione che a me salta all’occhio con una certa insistenza (sarà un problema mio?).
L’approccio lineare, binario e di buon senso a certi argomenti (donna magra = pubblicità alla magrezza; di conseguenza, contrastare disturbi alimentari = oscurare donne magre, oppure compensare immagini di donne magre mostrando altrettante donne grasse) è molto efficace nel fornire risposte facili, ma non va molto lontano nel produrre domande utili. Utili significa, fra le altre cose, che possibilmente non restino appiattite su una risentita identificazione del capro espiatorio e che non proiettino le responsabilità il più lontano possibile da noi.
Dunque mi permetto di suggerirne alcune.

Da dissapore.com

Per esempio: qual è la cornice dentro la quale i media danno valore al preparare cibi e al mangiare?
Detto diversamente: che tipo di modelli culturali stiamo contribuendo a selezionare – noi tutti con un telecomando in mano – intorno al cibo e all’alimentazione? Quale atteggiamento verso la vita e le relazioni? Come se la passano, sui nostri schermi televisivi, il piacere della tavola e la convivialità?

Detta ancora più franca: è una questione che riguarda la salute il fatto che in uno dei programmi televisivi più seguiti il cibo e la cucina siano oggetto di una competizione spietata in cui – per esempio – i partecipanti sono tenuti a rivolgersi ai giudici con tono sottomesso chiamandoli con deferenza “chef”, in cui una omelette ti porta sull’altare o nella polvere, in cui la cucina è prova solitaria di audacia, resistenza e spregiudicatezza, e una presa di sale di troppo ti precipita nella disperazione? C’entra, o no, con la cultura del piacere e del corpo una competizione culinaria che ha il proprio apice spettacolare nell’umiliazione dell’inesperto, nel dileggio della maldestrezza?

Dice qualcosa sull’aria che tira il fatto che in televisione non si possano neanche più cantare canzonette se non diventano un pretesto per mettere in scena qualche genere di delirio di perfezione?

C’era, su un’altra rete, un programma in cui un personaggio famoso, competente di fornelli oppure del tutto inesperto, doveva realizzare un menu che aveva ideato. Si chiudeva con una squadra di chef esperti nella cucina di un ristorante e preparava una cena per gli avventori del locale e tre critici gastronomici. Per l’intero giorno la squadra cucinava, provava, assaggiava, beveva, conversava, cazzeggiava. Alla fine, il trio di critici doveva assegnare una valutazione – blanda, veramente: mai sotto la sufficienza – ma mentre consumava la cena provava a indovinare l’identità dello chef della serata da quel che il menu rivelava della sua biografia. La prova finiva a tavola, dove la star e i critici parlavano di ingredienti, ricette, posti e storie.

chef
Soprattutto, era l’unico programma del genere realizzato effettivamente in una cucina vera, con le padelle vere, il sudore vero, le macchie di unto vere, e non riprodotta in uno studio televisivo.
Di quel programma assistete ancora alle repliche, ma non esiste più. Sopravvivono invece, e con successo, le gare – efferate come quella di cui dicevamo, o bonarie come quella dell’ora di pranzo, ma gare – e qualche spin off di Casalinghe disperate, in cui una conduttrice con l’affanno deve preparare dei piatti col cronometro che corre (perché non sia mai che marito e figli debbano aspettare un minuto quando tornano da lavoro e scuola, o che al contrario trovino i rigatoni già freddini).
Chi ha tanto a cuore il rischio di comportamenti di emulazione, la diffusione di premesse patologiche sul corpo e la costruzione di una cattiva cultura alimentare, trova qualche ragione di interesse nel fatto che il mangiare che raccontiamo in televisione c’entri più col dominio e il controllo che con lo stare insieme, più con la performance che con la condivisione, più col tecnicismo che con il godimento? E in cui la relazione con chi ne sa di più è di terrore e sottomissione?

Certo, diciamo meglio: la relazione messa in scena. Ma l’obiezione possibile – e realistica – che si tratti di fiction, che le botte siano finte, che sia tutta una recita e che nessuno si faccia male non cambia di una virgola la questione. Nel rettangolo della televisione la differenza tra vero e falso sfuma, ed è vero quello che si vede.
Il cibo sta dentro la stessa cornice dell’assoggettamento alla tecnica e all’autorità, della competizione estrema, del mors tua, vita mea. Dove quei quindici o venti secondi di silenzio sadico degli aguzzini prima di annunciare il nome del concorrente eliminato sono un cinico contorno di tensione e umiliazione.

Prendete queste domande non come un tentativo di identificare cattivi maestri da censurare, ma come un contributo a guardare un po’ oltre il capro espiatorio a portata di mano e ad ampliare il raggio delle domande sui modelli culturali, che non c’entrano solo coi centimetri di girovita esibiti ma riguardano premesse che condividiamo a livelli anche più impliciti.

meritocrazia

P.S.: leggo in giro che la prepotenza di quei giudici sarebbe una realizzazione sulla terra di un principio meritocratico. Per quanto mi ripugni confondere la valorizzazione di chi merita con l’irrisione di chi non merita, prenderei sul serio quest’argomento se uno dei giudici non avesse una carriera parallela di cantante e compositore di canzoni di livello dopolavoristico, che riesce a cantare in pubblico e in tv solo in virtù della sua notorietà come cuoco. Viva il merito e la professionalità.

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