Ripubblico la recensione già uscita qui.

“La musica si ascolta rigorosamente da soli. È il comunicarsi di una esperienza del cuore al cuore di un’altra esperienza. Altrimenti c’è sempre quello/a che salta fuori, «ma stasera poi ci facciamo ‘na birra o anche sei?». No, non va bene, non si spezza il flusso comunicativo. Il moto dei pianeti potrebbe rovesciarsi.”
(Dalla prefazione di Paolo Vites)

Per chiarezza: io adoro vivere in questo tempo. Se trent’anni fa mi avessero detto che sarebbe arrivato un momento in cui la musica — tanta musica — sarebbe stata così a portata di mano, che sarebbe stato possibile persino scambiarla istantaneamente e senza comprometterne tragicamente la qualità sonora, non ci avrei creduto.
Parlo di anni in cui per riuscire a saperne il più possibile sulla musica di cui leggevi sulle riviste, e per riuscire a mettere insieme una scaletta più varia che potevi per il programma settimanale in radio, facevi i salti mortali. Gran parte della mia discoteca di allora la dovevo ai pomeriggi in cui lasciavo a metà le lezioni all’università per correre da Millerecords prima che partisse il pullman che mi riportava a casa da Roma. Perché naturalmente i negozi che vendevano quelle cose rare, col cavolo che ce li avevi sotto casa. bluebottazzi_ritA Millerecords c’era un signore simpatico e competente che una volta, quando entrai, mi apostrofò: “Lo voi er colpo de grazzia?”, ma intendeva dire che gli era appena arrivato Coup de Grâce dei Mink DeVille.
Ma non fatemi divagare, adesso, ché voglio dirvi di questo nuovo libro di Blue Bottazzi. Ci arrivo.

Quello che non riuscivi a comprarti cercavi di conoscerlo con l’aiuto degli amici: un’oretta di lavoro era necessaria per registrarti su cassetta un disco di 45 minuti, senza contare il tempo che evantualmente passavi a personalizzarti la grafica dell’astuccio, ma quello era divertimento. Le C90 erano buone per due album (dello stesso artista, se eri un catalogatore); le C60 per fare un’antologia per un amico o per una ragazza, che forse non avrebbe apprezzato il contenuto ma almeno la fatica sì.
Certo, dopo tanto lavoro una cassetta seppure di buona qualità restava comunque un oggetto altamente deperibile. Non poteva sostituire il disco vero, ma restava oggetto di un amore ancora più tenero proprio per la sua fragilità.

Erano anni in cui, per ascoltare quell’album che avevi tanto aspettato, dovevi attendere settimane ancora dopo l’uscita per avere fra le mani la tua copia di importazione. Se in quegli anni qualcuno mi avesse fatto immaginare un mondo in cui ti saresti connesso a un sito web per ascoltare gratis tutta la musica che ti pareva, anche quella appena uscita, giuro che avrei scambiato qualunque cosa per quella opportunità. E considerate che io ero fortunato, perché lavorare in una radio ti permetteva di avere a disposizione più dischi di quelli che potevi comprarti, e di stare nel giro giusto delle persone sempre ben informate.
Per cui: mi piace avere le possibilità che ho oggi, mi piace che la musica sia così piccola da poter stare in una valigetta quando vai in vacanza, o addirittura in una nuvola alla quale accedere dovunque ti trovi. Mi fa impazzire che in qualunque momento, legalmente e senza spendere un soldo — oppure a qualche euro al mese, se non ti piacciono le interruzioni pubblicitarie — puoi ascoltare la musica che ti interessa in modo da orientare con cognizione i tuoi acquisti, e anche per conoscerne molta di più di quanta potresti comperarne, quando i soldi scarseggiano. Mi piace che la musica sia così raggiungibile e persino così facilmente scambiabile. È fantastico che due giorni dopo un concerto di Springsteen migliaia e migliaia di fan siano connessi per scambiarsi la registrazione, e che il Boss stia al gioco (oppure pensavate davvero che il senso dei “bootleg ufficiali” del tour di High Hopes fosse quello di avere un mercato? Ovviamente no, è quello di alimentare una community intorno a una passione, che alla lunga paga molto di più che vendere registrazioni di qualità sonora così così).
In quegli anni di cui vi parlo, invece, il desiderio di ascoltare i concerti a cui non potevi andare trovava soddisfazione soltanto nel mercato nero dei bootleg. E non era sempre un’esperienza eccitante: mi ricordo quella volta che mi portai a casa un disco pirata pagato fior di soldini, per scoprire che conteneva i brani originali in studio, solo un po’ gracchianti e accelerati per simulare l’atmosfera live, col frastuono del pubblico sovrainciso a bella posta. D’altra parte un po’ di sofferenza è il tributo che si paga all’amore: “Love hurts” cantavano gli Everly Brothers, e sono solo i primi che mi vengono in mente.

Ancora oggi, cercare le versioni mp3 dei dischi che ho nello scaffale mi serve per tenere delle copie di sicurezza della musica a cui tengo. Comprare la musica in digitale a 99 centesimi su iTunes, o servirmi di torrent e altri strumenti di condivisione, mi serve per tenermi informato.
Ma entrare nel negozietto e scorrere i cd nella mangiatoia — e poi magari lasciarli al loro posto per andare allo scaffale dei classici in vinile — beh, quello è amore.
Se poi i classici in vinile sono quelle ristampe recenti su supporto da 180 grammi, col cd o gli mp3 nella confezione, l’amore tocca le vette dell’estasi.

Fa strano oggi, dover raccontare a chi non c’era — e a quelli per cui la musica è sempre stata questa roba che è oggi, pronta all’uso e disponibile ovunque, basta che lo desideri — che c’è stato un tempo in cui ascoltare musica, andare a cercarla, riconoscersi in quelli che l’amavano come te, riunirsi trepidanti la sera in casa di qualcuno di loro che aveva ricevuto l’ultimo di Dylan arrivato di importazione, aveva a che fare con una cosuccia come la costruzione dell’identità.
È quello che ho pensato dall’inizio della lettura di questo libro di Blue Bottazzi, ed è il pensiero che mi ha accompagnato fino alla fine. E adesso vi dico cinque ragioni per cui sono felice di averlo letto e per cui dovreste proprio farlo anche voi.

mucchio_kitchenLa prima. Perché Blue è uno che tanti anni fa scriveva su una rivista la cui importanza, nella formazione di tutti noi che vivevamo intorno a quella musica, non si può misurare. Era Il Mucchio Selvaggio e dentro c’erano Max Stefani, Maurizio Bianchini, Mauro Zambellini, Federico Guglielmi e tutta una manica di banditi che si erano inventati il giornalismo rock in Italia. Se l’erano inventato, sul serio. Perché la stampa musicale esisteva già, ma quello che facevano loro era un’altra cosa.
Su quella rivista Blue Bottazzi (Blue come Blue Valentine di Tom Waits) scrisse un giorno, a proposito di Bruce Springsteen, un pezzo importantissimo che cominciava così:

“Ci sono giornate che ti scappano a frotte senza che tu riesca a coglierne e trattenerne un solo istante, senza rendertene conto, incasinato nella corsa cieca alla sveglia elettronica, dentifricio, caffè, lavoro, cena, tv e letto. Poi basta un film, magari di Martin Scorsese, un libro e una birra per tirare un freno a questa corsa. E allora ricominci a sentire gli odori della strada, a vedere la faccia della gente, i capelli delle ragazze, la luce dei lampioni e anche se le cose restano le stesse, ti accorgi di vivere. Il boss è capace di accendere questa piccola scintilla, è capace con le sue canzoni di entrare nella tua vita, perché canta i sentimenti. The River è un album di sentimenti: la sensualità latina di I Wanna Marry You, l’incomprensione di Independence Day, la rassegnazione di Stolen Car, la disperata lotta per non rimanere solo di Fade Away, l’angoscia di Wreck on the Highway, che costringe il boss a svegliarsi nella notte e a guardare la sua donna che dorme per rassicurarsi. Se ascolti The River e non ti accorgi di questi sentimenti, vuol dire che mancano a te e così puoi regalare il tuo stereo al primo che incroci. I dischi non ti possono aiutare.”

theriver_kitchen_defHo riletto questo passaggio su questo libro e sono rimasto impressionato nel constatare che, sebbene non mi ricordassi più di averlo mai letto, ero in grado di ricordarlo a memoria dopo oltre trent’anni, parola per parola. E mi sono ricordato che per me, dopo quell’articolo, The River è sempre stato, per eccellenza, “l’album dei sentimenti”. Born to Run era l’album della fuga dalla provincia. Darkness era l’epica della speranza e della disperazione insieme. E The River? Beh, quello era il grande album sui sentimenti, no?

Questo per dire due cose: uno, che davvero ascoltare musica e leggere di musica non era solo un modo di riempire le nostre ore consumando qualche genere di merce sonora o giornalistica; due, che Blue Bottazzi è stato uno di quelli che ci hanno aiutato ad entrare dentro quella musica. Che, come si racconta in questo libro, quando arrivò da noi — all’inizio attraverso le cover dei gruppi del beat italiano — trovò un pubblico e una stampa musicale impreparati a comprendere che si trattava non solo di intrattenimento per i giovanissimi, ma di una cultura. Che c’era una storia dietro quei rumori: una storia che li connetteva fra di loro, e connetteva tutti insieme con un secolo di cose accadute prima e con tante cose che accadevano contemporaneamente: nei libri, al cinema, nelle strade delle città, fuori dalle redazioni e dagli studi della tv. Quando capivi questo, in quel momento decidevi di passare da Ciao2001 — più popolare e educata — al Mucchio.

La seconda ragione. L’oggettività nella critica musicale, ovviamente, è un gioco. Non c’è niente di meno oggettivo che parlare di quello che ti piace e di quello che non ti piace. Ovviamente, il critico più utile è quello più colto e documentato, perché questo gli permette di avere un’esperienza più profonda e ampia di quello di cui ti parla, e di mettertela a disposizione. Se pensate che stia dicendo un’ovvietà, e che è scontato che il critico mai e poi mai è un osservatore oggettivo (quando parli di musica, di che altro parli se non di te, e dei tuoi amori e dei tuoi dolori?), spiegatemi come mai la metà di quello che scrive la nostra critica musicale si pone a un livello estetico tanto peggiore di quello che stigmatizza nei dischi di cui parla. La ragione è che la fiducia nel lavoro obiettivo del critico è ancora talmente radicata, che non c’è consapevolezza del fatto che quando scrivo di un disco, sto compiendo un atto espressivo applicato a un altro atto espressivo — parlare di musica è come danzare di architettura, diceva uno che ci piace tanto. E mi assumo la stessa identica responsabilità che attribuisco a quel musicista.
Ecco, Blue sfacciatamente abbatte le scenografie posticce di quella illusione e scrive una storia del rock che è un’autobiografia.
“Perché non lo facciamo in strada?” non è una storia raccontata con stile enciclopedico e catalogatorio, ché di quel genere peraltro ce ne sono tante. Non è una storia “oggettiva” e disincarnata: è una storia bella da leggere e raccontata in prima persona, vissuta attraverso quelle indefesse ricerche, quei vinili, quelle C 90 al cromo, attraverso le gite scolastiche, le feste del liceo, le vacanze a Londra, gli amori e i disamori di una vita. E se questo libro è innanzitutto una bella storia, i finali delle belle storie vanno protetti e dunque non vi starò a raccontare qua dove va a parare: ma a mano a mano che si avvicina al finale, l’autobiografia si fa confessione, e la musica si fa via via più inscindibile dal cuore di chi l’ascolta e la racconta. Blue è un esperto perché è un appassionato. Non c’è altro modo. Tutto il resto è catalogazione, che ha pure la sua utilità, ma è un’altra cosa. Non cercatela qua.

La terza ragione. Proprio perché non cerca il rigore storico, racconta la musica dalle angolazioni più personali e sorprendenti.
C’è il capitolo sull’antico dualismo Beatles — Rolling Stones. Dove capisci un sacco di cose sui due gruppi storici e sul rapporto fra la loro musica e quello che succedeva intanto in America, ma anche su quelli che li ascoltavano.
Ci sono i capitoli sui doppi dal vivo e quelli in studio (entrambi oggetto di venerazione speciale, e che hanno smesso di esistere e di avere senso con l’avvento del compact disc), dove capisci che al tempo del vinile si dicevano tante cose solo quando c’era veramente ragione di farlo, mentre col cd e i suoi ottanta minuti di spazio comodo comodo, essere logorroici è diventato quasi la norma: e forse scomodare McLuhan e il mezzo-messaggio è troppo, ma guardate quanto il supporto fisico influenza l’anima di una musica che per tanto tempo ha fatto dell’essenzialità il suo tratto saliente.

liveatleeds_kitchenE c’è il capitolo sulle cassette C90, quello sul Mucchio Selvaggio, quello sulle interviste, quello sul Boss, quello sui dischi live, quello sul rock dei sobborghi, quello sul sesso. C’è il capitolo sul “secondo ascolto”: e uno di quei tanti storici del rock che ci sono in giro non scriverebbe mai un capitolo sul “secondo ascolto”. Perché per lui il disco è un oggetto che sta là ed è fatto così e cosà. Mentre in questo libro un album è una storia d’amore, e in una storia d’amore il momento più importante e più decisivo, dopo il primo appuntamento, è il secondo.

La quarta ragione è che oltre che bello, questo libro è utile. Ogni capitolo è corredato da una lista di dischi (una playlist? Vabbè, una playlist) che lo illustrano, e sono sicuro che anche l’ascoltatore più navigato ci troverà indicazioni utili e cose da conoscere. A me è successo.

La quinta ragione è che è una storia del rock deve cominciare necessariamente raccontando quella stagione e quella gente: senza l’una e l’altra, non ci sarebbe nessuna storia del rock. Questo fa di “Perché non lo facciamo per la strada?” una lettura necessaria. Necessaria per chi? Soprattutto per due categorie di persone: quelli che non c’erano e quelli che invece c’erano. Per i primi, per farsi un’idea di come funzionavano le cose quando funzionavano diversamente da adesso. E per i secondi, perché è un’occasione per sgranare gli occhi e dirsi “ehi, ma allora è andata proprio così”.

“Perché non lo facciamo per la strada?” esce per Ciclostile, la label personale di Blue Bottazzi. Lo trovate di carta e in digitale, è molto ben reperibile nelle librerie online, ma d’altra parte se vi spaventate per un po’ di fatica nel cercare le cose belle, di che abbiamo parlato finora?

P.S.: Blue Bottazzi ha attraversato, dopo il Mucchio, un sacco di belle esperienze editoriali. Oggi lo trovate soprattutto qui.

P.P.S.: dice: “ma io volevo una storia del rock di quelle vere, con gli argomenti tutti in ordine e le cose raccontate come sono andate”. Uff, non sei mai contento. Allora per te lo stesso Blue, a cavallo di questo libro, ha lavorato ai due volumi (anzi, al lato A e al lato B, e il secondo non è ancora uscito) di Long Playing, una storia del Rock. E comunque, Blue non è uno di quelli che scrivono libri di testo per allievi obbedienti, da presentare al Salone del Libro con la partecipazione straordinaria di Piero Pelù. Io te l’ho detto.

 

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