Ripubblico qui l’articolo uscito sul mio Medium.com col titolo “Come va con tuo fratello? Phil e Dave Alvin si ritrovano e dedicano un album a Big Bill Broonzy”

Big Bill Broonzy è un artista ponte. È il cantante e chitarrista che connette il blues acustico e rurale dei primi del Novecento a quello di Chicago: la strada che unisce l’uno all’altro l’ha percorsa in avanti e all’indietro nel corso della sua carriera.
Quello che disse di lui Keith Richards dà un’idea dell’influenza che esercitò su tanti musicisti: “Lo vidi quando avevo più o meno otto anni. Condensava tutto quello che volevo dalla vita: cantare, suonare la chitarra ed essere nero.”
Big Bill Nacque in Arkansas col nome di Lee Conley Bradley, in un anno imprecisato: lui sosteneva 1893, ma una presunta sorella gemella diceva di poter dimostrare, carte alla mano, di essere nata nel 1898. E d’altra parte, immaginate quante buone ragioni potesse avere un ragazzino nero non precisamente abbiente, uno dei diciassette figli di un mezzadro, per aumentarsi gli anni nel sud degli Stati Uniti in quel periodo. Ad ogni modo, anno più, anno meno, nacque alle porte di quel ventesimo secolo sulla musica del quale avrebbe proiettato la propria lunga ombra.

Cominciò a suonare professionalmente accompagnando danze locali con un violino ricavato da una scatola di sigari, fino a che la patria non lo mandò al fronte francese.
Al ritorno, le discriminazioni razziali gli resero piuttosto complicato trovarsi un lavoro e lo convinsero a lasciare l’Arkansas per la più moderna Chicago. Fu ben accolto nel mondo della musica nera, tanto che lì incise i primi dischi e alla metà degli anni Trenta si fece conoscere con la sua rivoluzionaria formazione con sezione ritmica e fiati.

Il razzismo e l’impossibilità di sentire la propria esistenza pienamente legittimata nella società amreicana di quegli anni furono alcuni dei temi che lo ispirarono nella scrittura di canzoni (ne compose oltre trecentocinquanta), come in I Wonder When I’ll Get To Be Called A Man:

“Quando lo zio Sam mi chiamò, io pensavo che sarei stato chiamato ‘quello vero’. Ma niente di tutto questo, mi chiamavano soltanto soldatino.
Mi domando quando, quando, quando potrò essere chiamato uomo.
Devo aspettare di avere novantatré anni?”

O come in Black, Brown & White:

“Se sei nero e devi lavorare per campare, ecco cosa ti diranno.
Ti diranno che se sei bianco, nessun problema.
Se hai la pelle più scura, resta nei paraggi.
Ma se sei nero, oh fratello, se sei nero, tornatene a casa”.

Ma probabilmente gli venne in aiuto anche l’esperienza giovanile come musicista da feste che gli dava, oltre alle tinte livide del blues, un senso istintivo dello spettacolo e del divertimento. Gli riusciva facile suonare per qualunque tipo di ascoltatore. Anche come chitarrista, suonava col plettro o in fingerpicking trovandosi perfettamente a proprio agio in entrambi gli stili.
Il blues tradizionale e il nascente blues elettrico erano entrambi il suo pane: questo lo rese un maestro sia per i musicisti blues più rigorosi, sia per quelli interessati al rock and roll meno commerciale e più consapevole della propria storia, e ne fece un nume tutelare per gli artisti americani come per la generazione del british blues.

La musica di Big Bill Broonzy è stata nel 2014 il punto di incontro fra due musicisti le cui strade si erano separate dagli anni Ottanta. L’esperienza dei Blasters, uno dei gruppi di punta californiani di quello che qualcuno volle vedere come un movimento organico e non casuale, e al quale assegnò l’etichetta di “New traditionalists”, si disintegrò insieme al rapporto tra i due fratelli Alvin — Dave e il maggiore, Phil — che del gruppo erano stati i fondatori. Questi presunti “nuovi tradizionalisti” erano in effetti uniti dal fatto di aver attraversato gli anni del punk venendone anche in qualche caso coinvolti per brevi tratti, ma il linguaggio con cui seppero interpretare lo spirito di quel tempo era soprattutto quello della musica delle radici. Avevano l’età di Johnny Rotten e Joe Strummer, ma erano cresciuti con Robert Johnson, Hank Williams, Big Joe Turner, Lightning Hopkins.
Dopo i Blasters Dave ha mantenuto una produzione discografica costante e interessante, mentre Phil ha inciso poco ma ha lasciato opere singolari e curiose, come quell’Unsung Stories che guarda allo swing del genere di Cab Calloway e che vede collaborare gente come la Sun Ra Arkestra.

I due fratelli sono rimasti a lungo senza parlarsi.
Anni fa incontrai Dave dopo un concerto per intervistarlo. Gli domandai se ci fossero speranze di rivedere insieme i Blasters. Mi rispose: “Beh, non siamo ancora morti… con John, Bill e Gene potremo ritrovarci a suonare prima o poi. Ma con mio fratello Phil… mmmhhh!”
Da allora i Blasters si sono riuniti in qualche occasione (vedi il discreto live del 2005), ma si è trattato sempre di brevi esperienze senza un seguito, e non sempre con i due fratelli insieme.
I quali due fratelli, nel frattempo, si osservavano a distanza e si annusavano in qualche breve opportunità di incontro. Nel 2011 si erano addirittura trovati a duettare per un disco di Dave in What’s Up With Your Brother?, un brano che ironizzava sulla loro storia (“Combatto con questa chitarra da trenta lunghi anni, fino a farmi sanguinare le mani e rimbombare le orecchie, canto le mie canzoni da una parte all’altra del mondo, e tutto quello che la gente mi domanda è: come va con tuo fratello?”).
Nel 2013 avrebbero partecipato a un curioso progetto di musical scritto da John Mellencamp su libretto di Stephen King, diretto da T Bone Burnett.
In mezzo a questi due eventi, c’è stato un grave problema di salute di Phil, che due anni fa stava per rendere l’anima al creatore proprio nel bel mezzo di un tour.
Probabilmente ci sono momenti nella vita in cui conviene guardare, se non alle cose che uniscono, almeno a quelle che non separano troppo, e Dave si è detto: “abbiamo litigato su molte cose, ma mai su Big Bill Broonzy”.

Dopo un’intervista per la fanzine “Frantic”, 1997: Jono Manson che bacia il mio amico Andrea Fusari, Dave Alvin con una birra e davanti, in basso, il sottoscritto.

E così nel 2014 arriva questo nuovo album che è finalmente una collaborazione non occasionale in un progetto che appartiene a entrambi.
I fratelli Alvin sono tornati, hanno dedicato un album alle canzoni di Big Bill, l’artista che scoprirono insieme da bambini e li fece innamorare di quella musica, e lo hanno chiamato Common Ground: terreno comune. E con loro c’è anche Gene Taylor, che dei Blasters era il pianista.
Non sembra di riascoltare i Blasters, e non è quello che ci aspettiamo qui ed ora, sebbene l’abbiamo sperato tante volte negli anni passati. Ma di quell’esperienza questo album ritrova la capacità di divertire, che probabilmente è anche figlia dell’antica passione dei due fratelli per i dischi di Big Bill Broonzy.
Common Ground brilla da una parte delle differenze di stile sia vocale che chitarristico tra i due fratelli, piacevolmente complementari, e dall’altra del confronto fra le due diverse anime del vecchio bluesman: il blues tradizionale e quello elettrico. Anche questi trovano qui un terreno comune dove i puristi smettono di storcere il naso.
Il repertorio è assemblato con formidabile buon gusto. Alterna brani acustici folk blues a momenti elettrici e fa emergere, in altri ancora, il debito ineludibile che il rock and roll (che se ascolti Tomorrow è proprio lì dietro l’angolo) ha con la musica di Big Bill.

Questa musica ha ancora molto da dare, e di dischi e artisti come questi ci sarà bisogno per molto tempo ancora. Non ci permettiamo di entrare troppo nelle faccende personali dei due fratelli, ma ci auguriamo che davvero abbiano risolto le loro antiche questioni. Certo che se poi intendono continuare a tenersi il broncio, e nelle pause darci ogni tanto un album come questo, per noi va bene anche così.

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