[L’articolo “Tutto questo Alice non lo sa (ha fatto notte al Bar Mario)” è sul mio Medium.com]
Alice è una canzone che sa più di Leonard Cohen che di Dylan, al quale pure De Gregori assomiglia sempre di più da un disco all’altro e da un concerto all’altro, e che cita di continuo come suo unico maestro e ispiratore. Di Cohen il primo De Gregori ha calpestato le orme, anche nel suo modo di affrancarsi dalle gabbie formali del folk americano, e questa canzone del 1973 — da Alice non lo sa, il suo vero album d’esordio dopo quello in coppia con Venditti — ne è un esempio piuttosto efficace.
È una canzone in cui succedono un po’ di cose, tutte apparentemente senza legame fra loro: al quarto piano c’è Irene, seduta allo specchio, che si accende una sigaretta; da qualche altra parte c’è una Lili Marleen col vezzo di mentire sui propri anni, che pure non ne minacciano la bellezza; c’è Cesare, che aspetta per ore il suo amore sotto la pioggia, perdendo anche l’ultimo tram. E ancora, c’è il mendicante che ha un cancro nella testa ma non lo sa.
De Gregori ha chiarito spesso che non si tratta di una canzone ermetica — e non lo è, tecnicamente. Alice si muove piuttosto in una specie di sospensione onirica dove ogni cosa ha confini sfuggenti e flou e rimanda a qualcos’altro.
Irene è forse la stessa Irene che troviamo nella breve canzone omonima dello stesso album, un attimo prima del suo suicidio.
Lili Marleen è anche il titolo di una canzone del 1915, che un soldato scrisse in viaggio verso il fronte russo: una canzone nostalgica che però sedusse compositori e arrangiatori dal piglio militaresco, fino a perdere tutto il suo struggimento antibellico. Deve parte della sua fortuna a Von Ribbentrop, il ministro degli esteri di Hitler, che ne fece la sigla di un programma radiofonico propagandistico; ma fu osteggiata da Goebbels, che del regime nazista guidava la propaganda. Nelle cose che riguardavano la promozione dell’immagine del Führer e del suo potere, i due erano evidentemente i due classici galli in un pollaio.

E Cesare è un giovanissimo e infradiciato Cesare Pavese, che si ammalerà di pleurite per aver aspettato nel diluvio a lungo, e invano, la sua Pucci, la ballerina del café chantant di cui è innamorato. Che non arriverà né all’appuntamento delle sei né mai. La malattia lo terrà a letto per parecchi mesi e quasi gli costerà il liceo classico.
E anche la storia del mendicante, che pare non trovare agganci nella nostra memoria né in qualche immaginario, dev’essere la più disturbante di tutte, se è vero che a quei tempi per cantarla in tv De Gregori doveva sacrificare il verso “ha un cancro nel cappello” e cambiarlo con un enigmatico “ha qualcosa nel cappello” — ma lasciava intatte le parole originali nei concerti.

In mezzo a tutto questo, per tre volte emerge un’altra storia, e lì la musica cambia. Questa inizia con un accordo di dominante che ci scaraventa in medias res: un “io non ci sto più” gridato, dove fino a un attimo prima era tutto immobile.
Ma che succede, dunque? Dov’è che ci troviamo, all’improvviso?
Siamo a un matrimonio dove sembra che non ci sia da stare allegri: lo sposo si alza in piedi e annuncia che la festa è finita, non ci sarà nessun matrimonio. È pazzo, è ubriaco?, si domandano gli ospiti. E invece è il più lucido di tutti, là dentro, perché è quello che ha chiara in testa una cosa: non uscirà di lì come ci si aspettava che ne uscisse. Non è così che se ne andrà. Perché la sposa aspetta un figlio e lui non ce la fa più a tacere: non suggellerà col suo “sì” l’ipocrisia di quel matrimonio riparatore.

E Alice, in tutto questo?
Alice sta dove sta, e guarda i gatti.
Pare che nulla la tocchi di quello che succede ed è successo e succederà. Il dramma di Irene che si consuma al quarto piano, quelli di tanti anni fa, quello del mondo che le gira intorno, le sono stranieri come il mendicante arabo.

Alice ci rimanda, ovviamente, alla spaesata Alice di Lewis Carroll, e anche questa storia offre dei link interessanti. Alice Pleasence Liddell era una cara amica dello scrittore: lui negò sempre qualunque legame col suo famoso personaggio, ma a lei dedicò un poemetto acrostico (ogni verso inizia con una lettera che compone il nome dell’amica) che è un’ode al Paese delle Meraviglie e all’innocenza perduta.
Ma torniamo a noi, perché qui — attenzione! — succede una cosa importante. La musica è un tutt’uno con lo straniamento di Alice. Il verso “tutto questo Alice non lo sa” arriva su un movimento armonico anomalo, un accordo di minore che non c’entra niente (che ci fa un Do minore in piena tonalità di Sol?) che alle nostre orecchie è estraneo quasi come il mondo lo è per Alice e i suoi gatti. Quel passaggio di accordi ti disorienta e ti proietta nella distanza che separa Alice dal mistero che la circonda. Dalle piccole storie e da quelle eterne a cui esse rimandano.

E il tempo passa, il sole scende tanto che i gatti svaniscono in controluce, e su Lili Marleen, sul mendicante, su Irene, su Cesare incombe la tragedia. A naso, direi che anche lo sposo non è messo bene.
Ma tutto questo, Alice, non lo sa. Ma in fondo, anche noi: che ne sappiamo, veramente, dell’amore disperato di Cesare che si ammala pur di aspettare la sua Pucci? E della dignità del mendicante che non ti chiede né pane né carità? E dell’attrazione che ha su Irene il vuoto oltre quella finestra?

Quarant’anni dopo, De Gregori incide di nuovo Alice, in Vivavoce: un disco, come dice lui, di cover delle sue stesse canzoni. La canta in duetto con Ligabue, al quale non sarà sembrato vero. È probabile che i capelli corti con cui lo vediamo ultimamente siano il pagamento di una scommessa: “Il giorno che faccio un disco con De Gregori, mi taglio la zazzera”.
Due chitarre acustiche, nitide e discrete, accompagnano con un tempo di sei ottavi. Che però va bene per la virile e fisica nostalgia di Ho messo via e Certe notti, ma che qua toglie tutta la sospensione a cui quell’arpeggio lento che conosciamo era funzionale. Alice e Irene e Cesare e Lili Marleen sono metafore, immagini oniriche; le cosce e le zanzare, la nebbia e i locali sono cosce, zanzare, nebbia e locali.
Però vabbè, forse qua entriamo nella fissazione per i peli nell’uovo. Vada pure per il sei ottavi.
Ma quello che è davvero una ferita tremenda è che quando il tram di mezzanotte lascia a piedi Cesare e tutto questo Alice non lo sa, i due estirpano quel Do minore che è la vera chiave di tutto, e l’accordo attraverso il quale il verso raggiunge la conclusione diventa il più ovvio Re maggiore. E tutto implode. Altro che indefinitezza, mistero, innocenza e inconsapevolezza: tutto quel mondo si appiattisce su un banale, prevedibile, lapalissiano cazzo di Re maggiore.

Alice non lo sa, e basta.
E perché non lo sa?
Cos’è, era impegnata a cambiare la lettiera ai gatti?
Ha fatto tardi al bar Mario e nessuno l’ha informata?
Perché è là sola dentro la stanza e tutto il mondo fuori, come una Albachiara qualunque?

Vabbé, sto giocando un po’. Lo so che le canzoni non significano quello che devono significare e che, come i figli, crescono per vie che magari non ti piacciono, ma le lasci fare perché gli vuoi bene. Come scriveva De Gregori nel 1993, “Le canzoni cambiano nella testa di chi le ha scritte molto di più e molto più velocemente di quanto non accada nella memoria di chi le ascolta”, e lungi da me chiedere a un autore di trasformarsi in un juke box di sé stesso. Anzi, so che da tempo a De Gregori, più che scrivere nuova musica — e pure ne scrive di bellissima: l’ultimo album in studio è ben scritto e assai ben suonato — interessa decostruire e desacralizzare, o dissacrare addirittura, le sue canzoni di un certo periodo. Gli interessa farlo attraverso quel modo che ha studiato mandando a memoria ogni singolo solco dei live di Dylan: quel modo di stravolgere gli arrangiamenti e spezzettare le metriche in segmenti diversi ogni volta, così da demolire qualunque pretesa di una versione ufficiale o definitiva. O, peggio ancora, fischiettabile. Spesso con esiti molto godibili, altre volte più pedanti e scolastici.
Ma, insomma, a me piace stare lì a pensare ogni volta “cosa ne farà di quella canzone o di quell’altra adesso?”. Dico solo che per cambiare un Do minore con un Re maggiore occorrono delle ragioni davvero buone, e non sono sicuro che fare un singolo con Ligabue sia una di queste.
Adesso la chiudo qui e me ne vado ad ascoltare quella Fiorellino #12&35 dallo stesso Vivavoce, che è la vecchia Buonanotte Fiorellino vestita come Rainy Day Women #12&35. È molto divertente, anche se ho sentito dire che facendo girare il nastro al contrario si senta distintamente: “Ehi, ascolta questa! Non sembro Lui, pari pari?”.

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