Torno da alcuni giorni di discussioni on line a proposito della proposta di legge di cui è prima firmataria Michela Marzano, cui seguono Mara Carfagna, Stefania Prestigiacomo, Paola Binetti, Pippo Civati e molti altri, per l'”introduzione dell’articolo 580-bis del codice penale, concernente il reato di istigazione a pratiche alimentari idonee a provocare l’anoressia, la bulimia o altri disturbi del comportamento alimentare”. Scopo della proposta, come spiegato nella premessa, è “contrastare in maniera efficace la diffusione esponenziale dei siti «pro-ana» e «pro-mia» che, attraverso blog e chat, incitano e diffondono comportamenti anoressici e bulimici esaltando l’anoressia e la bulimia come modalità di vita” (il corsivo ce l’ho messo io). Dunque la convinzione che ispira il provvedimento proposto è che determinati siti web “diffondano comportamenti anoressici e bulimici”: che si possa diventare anoressici/che o bulimici/che, insomma, per effetto della diffusione di comportamenti attraverso siti web.
Adesso, facciamo che questa premessa sia sensata. Facciamo che non sia una “terribile semplificazione” e che veramente, i “comportamenti anoressici” siano diffondibili via web. Mettiamoci cioè dalla parte di chi fa la proposta: noi vogliamo combattere i siti pro-ana perché sono pericolosi. Essi diffondono e “promuovono” comportamenti autolesionistici.
Spiegai qua cosa penso a proposito dei programmi di “lotta” all’anoressia e il perché a mio avviso siano controproducenti.

ana
Un sito pro-Ana

Se volete, andate a leggere quell’articolo (Zauberei l’ha citato nel suo post di oggi sulla proposta Marzano: leggete anche Zauberei, perché le cose che dice mi sembrano il punto di partenza per qualunque dibattito; se aggiungete anche quelli di Luigi D’Elia e di Maurizio Montanari su Psychiatryonline,it, avete una utile rassegna di critiche dal punto di vista del clinco).
In breve, quello che dicevo è: il disordine alimentare non è una specie di disfunzione che sta nella testa di una persona. È una relazione in cui tutte le persone coinvolte sono strangolate dalle conseguenze perverse dell’illusione di poter controllare qualcosa. Da una parte chi vuole controllare la forma del proprio corpo fino a sfidare le leggi di natura; dall’altra chi, comprensibilmente, vuole controllare la volontà autodistruttiva del/della digiunatore/digiunatrice, sperando di indurre le persona, con le buone o con le cattive, non solo a mangiare, ma a desiderare di farlo. Ma come ogni nostro tentativo di controllo, anche questo svela l’impotenza sostanziale: nessuno controlla più niente, la volontà di ciascuno è ridotta all’angolo, e ciascuno dei partecipanti reagisce alla volontà di controllo dell’altra esacerbando la propria posizione.
Non sto parlando delle “cause” dell’anoressia, che è un discorso complesso e avrebbe tanti sviluppi possibili: sto parlando di come finiscono spesso per comporsi le relazioni fra le persone intorno alla rinuncia di qualcuno ad alimentarsi. È un modo che spesso diventa più vincolante di qualunque “causa” iniziale. Un modo che conduce a estremi di sfida, talvolta fino alla morte. Talvolta conduce la digiunatrice a insistere irrazionalmente protestando che non è magra, anzi è schifosamente grassa (e magari pesa trentacinque chili, o meno). Se non si capisce di che drammatico circolo vizioso è fatto il problema, se non si guarda all’inaudita sofferenza di ciascuno e della relazione stessa, non si capisce una pazzia del genere. Anzi, per spiegare quello che non si riesce a spiegare si moltiplicano sconsideratamente gli enti, introducendo l’ennesima etichetta, quella di “dispercezione corporea”: se l’anoressica si vede davvero grassa, allora non ha una percezione adeguata della realtà, e deve aver veramente perso la testa, dunque dev’essere assolutamente rimessa in riga. Sempre dentro all’epistemologia della sfida e del controllo.

Michela_Marzano
Foto da Wikipedia

Ma ogni risposta di sfida e di controllo è del tutto coerente col problema. Tutto quello che costituisce una risposta uguale e contraria a quella sfida replica di fatto quel che succede ogni santo giorno nella vita delle persone coinvolte in questa relazione, la persona che digiuna e quelle che cercano di ricondurla alla ragione. Ne conferma le regole.
Ho chiesto a persone vicine a Pippo Civati come gli fosse venuto in mente di accostare il proprio nome a questa legge. Mi hanno risposto: beh? Che c’è di male? C’è scritto lotta all’anoressia, no?
È l’argomento ricorrente fra molti di quelli che difendono l’iniziativa della filosofa deputata PD sulla sua pagina Facebook. D’altra parte se esiste un problema, esisterà ragionevolmente anche il suo contrario. E la parola “lotta” è una specie di “operatore di negazione”: se “anoressia” è male, “lotta all’anoressia” è il suo contrario, dunque è bene.
E come si fa una “lotta”? Come si fa a combattere contro comportamenti ritenuti sgradevoli o pericolosi? Di solito opponendovi una forza uguale e contraria, per esempio minacciando multe e sanzioni; perché non stavolta? Ecco: questa è una “terribile semplificazione”. È come decidere che, se soffiando su un cerino questo si spegne, per domare un principio di incendio in cucina dovrò soffiare energicamente. L’effetto delle “terribili semplificazioni” è pensare che non c’è ragione perché quello che funziona in un contesto non debba funzionare in un altro; ma la fisica dei due fenomeni è un po’ diversa, e ti auguro di non trovarti mai a guardare dal cortile la tua casa andare in fumo dando la colpa al soffietto e pensando che la prossima volta sarà meglio averne uno più grande.
Ecco, mi metto dalla parte di chi è sicuro che i siti “pro-ana” incoraggino l’anoressia: anche da qua la proposta non mi soddisfa. Non mi pare funzionale, anzi temo che sia controproducente. Ma interviene di nuovo la Marzano, giovedì scorso su Repubblica, per rassicurare: nessuno andrà in galera, è una proposta dalla “valenza simbolica”. Non è per punire, insomma, è per comunicare qualcosa; non guardate alla lettera della proposta, guardate al significato, va bene?
Ecco un’altra semplificazione: pensare che se una cosa ha un dato significato per te, quel significato è universale. Escludere che per qualcuno il significato di quell’atto possa essere invece un esplicito invito al combattimento; non pensare che ci sono cose che sono simboliche ma anche un bel po’ concrete. Se regali una rosa rossa, ti aspetti che la persona che la riceve capisca il messaggio e te ne sia grata. Ma se la regali a qualcuno che è allergico ai fiori, avrà delle conseguenze pratiche delle quali quella persona potrebbe non esserti proprio riconoscente, e addio simbolico. Ti conveniva informarti prima.

Insomma, se condividessi quella premessa, per più di una ragione non troverei utile la legge proposta.
Ma il fatto è che no, non riesco a condividerla. Per farlo, proprio non trovo tutte le buone ragioni che i firmatari hanno trovato. Se minacci qualcuno di dargli due anni di galera e centomila euro di multa, devi avere delle ragioni più che inattaccabili per ritenere colpevole il suo comportamento. Invece sin dalla seconda riga i firmatari denunciano la propria ignoranza: “Gli studi condotti in Italia sui disordini del comportamento alimentare sono ancora relativamente pochi, e per la maggior parte limitati a realtà regionali”. Cioè: non ne sappiamo molto, ma questo non ci impedisce di avere le idee sufficientemente chiare da agitare sanzioni e manette. Non ci impedisce nemmeno di stabilire relazioni di causa ed effetto fra “quel” blog e la malattia di “quel” ragazzo o di “quella ragazza”. Infatti la proposta prevede che nel caso in cui il reato sia “commesso nei confronti di una persona minore di anni quattordici o di una persona priva della capacità di intendere e di volere”, scatti l’aggravante. Dunque sarebbero in grado di identificare vittime precise e precisi atti di “istigazione”. È incredibile. Per inciso, quei blog non sono tenuti da qualche oscuro spacciatore di morte: sono tutte ragazze anoressiche, per le quali probabilmente, come scrive Zauberei, l’anoressia si  intreccia con parecchi e profondi problemi personali di altro genere.
La cosa più grave non è che i firmatari non sappiano tutto questo. È grave semmai che non abbiano interpellato qualcuno che ne sappia qualcosa. Ma è un problema che non si sono posti, e che anzi hanno aggirato con l’argomento risibile che l’Italia non produce letteratura in materia. Questo è inaudito: sin dagli anni 70 la letteratura scientifica italiana sui disordini alimentari ha fatto scuola e ha indicato strade ai clinici di mezzo mondo. Esiste un’articolatissima produzione scientifica sulla relazione terapeutica, sulle relazioni familiari, sulle implicazioni sociali, storiche, culturali dei disordini alimentari. L’Italia ha fatto cultura in merito, ma qualcuno può scrivere una legge che promette galera e multe stellari che non si esigono nemmeno da chi avvelena i fiumi, senza aver fatto il minimo sforzo di capire di cosa stia parlando.
E pur denunciando la propria ignoranza in merito, i firmatari dichiarano con sicurezza che i blog pro-ana e pro-mia sono arrivati a trecentomila solo in Italia. È ovviamente un numero assurdo. Come fanno a dire una cosa del genere? “Secondo gli ultimi dati”. E di chi? E come sono raccolti? E come possiamo verificarli? Non una fonte, non un nome, niente di niente.

Ma per i “terribili semplificatori” informarsi è una complicazione inutile: “Ci sono passata anch’io”, dice Michela Marzano, e questo basta. La sua parola è definitiva, il suo punto di vista è superiore, perché ci è passata.
Cerco di dire una cosa e di essere chiaro.
Ho molto rispetto per chi racconta la propria storia e la mette al servizio di chi viene dopo. Credo che certamente la storia di Michela Marzano, il suo racconto della propria anoressia colga pezzi di verità psicologica che nessun clinico e nessun esperto può trovare da solo. Di più: sono convinto che un sapere costruito su un determinato argomento debba considerare la voce di chi quell’argomento lo vive in prima persona. Penso che quel sapere debba confrontarsi con l’unicità delle storie incarnate, per non cadere nello schematismo e nelle generalizzazioni che oscurano la singolarità dell’esperienza. Mi interessa, insomma, per capire che le storie non sono tutte uguali. E proprio per la medesima ragione, non penso che una singola storia possa diventare regola per tutti.
Non ho letto il libro della Marzano sulla sua esperienza, ma recupererò alla prima occasione e non dubito che sia un documento prezioso per comprendere un percorso di radicale rinuncia al cibo, e forse anche per comprendere qualcosa di tutti gli altri. Ma farsi eleggere in parlamento per fare della propria storia una regola per tutti è un’altra cosa. Sulla vicenda scrive Massimo Mantellini:

Ora con tutto il rispetto per la malattia, qual è il ruolo degli intellettuali in Parlamento? Proporre leggi su questioni provate sulla propria pelle o provare a radunare – perché i propri colleghi non saprebbero farlo e perché in fondo è questo che noi cittadini ci aspettiamo da loro – tutte le esperienze, le ricerche e le decisioni in merito prese altrove? Farsi indirizzare dalla cultura altrui o accontentarsi dalla propria personale esperienza che diventa misura di tutte le cose? Con ogni stima per le intuizioni della Marzano che derivano da sue dolorose esperienze personali non è questo il ruolo che io mi aspetterei da lei.

Più avanti nell’intervista a Repubblica la Marzano dice una cosa illuminata e illuminante, per fortuna facendo giustizia di un vecchio e logoro luogo comune: “Non si diventa anoressiche per assomigliare alle modelle ma per volontà di perfezione, per dimostrare al mondo che si è più forti della propria fame”. È una prova di forza, insomma. E questa proposta, ingenuamente, accetta quella prova di forza, così, per reazione, senza uno straccio di pensiero e di riflessione.
È troppo chiedere di fermarsi un momento, giusto il tempo per domandarsi quanto sia igienico e utile buttarsi in una rissa con la buona intenzione di sedarla, solo perché si è convinti di averci il fisico?

nonfateEcco, sono venuto a sapere di questa faccenda mentre leggevo questo nuovo e-book collettivo, curato da Claudia Boscolo e con prefazione di Maddalena Mapelli, nel quale rivive lo spirito del blog Ibridamenti. Si scarica gratuitamente da Psychiatryonline e costituisce una bella riflessione sulle “terribili semplificazioni” che diventano attraverso i media pensiero comune. Il titolo fa il verso al best seller di Tata Lucia.

Ma il discorso comincia farsi lunghetto, per cui lo riprendiamo nella seconda parte di questo post, quanto prima.
Voi intanto scaricate l’e-book e leggetevelo, ok?

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6 thoughts on “La Marzano, Tata Lucia e le “terribili semplificazioni” (prima parte)

  1. Completamente d’accordo. Purtroppo quella di generalizzare la propria singola esperienza a paradigma universale è una tentazione molto difficile da superare. Colpisce comunque l’analfabetismo culturale dei parlamentari che non giudicano indispensabile chiedere pareri esperti. Ah già, noi siamo il paese dove la cultura consiste in un diploma, magari fasullo, da appendere al muro.

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