Adesso, seriamente, davvero qualcuno di voi pensa che il 21% del Movimento 5 Stelle sia un tracollo e segni un arretramento o addirittura l’inizio del tramonto politico di Grillo? Dai, per favore. È più di un voto su cinque, per una realtà politica quanto meno eccentrica. È un’enormità. Per quanto consistente, il calo alle europee fa parte del fisiologico assestamento, normale per un fenomeno appena esploso.
Dice: ma il 21 è molto meno delle percentuali che Grillo e i grillino auspicavano alla vigilia. E certo: prima delle elezioni tutti si gioca a fare i tromboni e a millantare cifre più vicine possibile al 100%. Non vi ha insegnato niente Berlusconi? Fa parte del gioco e della strategia elettorale. Tutti vantano cifre più alte di quelle – riservate – che hanno nel cassetto, perché sanno che normalmente i gusti della gente tendono a concentrarsi laddove siano già piuttosto concentrati. Si esce più facilmente da casa per votare un partito se si sa che può farcela, si compra più facilmente un disco primo in classifica, si va preferibilmente a vedere un film che abbiano visto tutti. Come i soldi: di solito vanno più facilmente dove già ce n’è in abbondanza.
Si chiama “feedback positivo”: dove più c’è, più ci sarà. È un fenomeno sistemico che riguarda piccoli e grandi gruppi di viventi, e che contribuisce a regolarne equilibri e flussi fra sottosistemi. È la ragione per cui si pubblicano sui giornali le classifiche di vendita dei libri: probabilmente non per rendere conto dei comportamenti reali degli acquirenti, ma per indurli.
Ma chi sfrutta a proprio vantaggio questi movimenti cercando di dirigerli, sa che Insieme al feedback positivo, che favorisce – attraverso il meccanismo “dove più c’è, più ci sarà” – concentrazioni eccezionali intorno a certi punti a discapito di altri, esiste il feedback negativo, che – al contrario – minimizza le differenze a vantaggio di un equilibrio più stabile e distribuito: dove più c’è, meno ci sarà. Anche perché a volte una straordinaria e improvvisa concentrazione di potenza in una parte del sistema può persino essergli dannosa, e dunque per la propria salute – e forse quella del sistema tutto – quel sottosistema farà bene a perderne un pochino. Tutti i sistemi viventi subiscono il continuo effetto di questi due “movimenti”, e questo garantisce cambiamento, dinamicità e in fin dei conti sopravvivenza.
Tutto questo per dire, forse in maniera più complicata del necessario: è normale. Il mondo è sempre in movimento, sebbene coltiviamo l’illusione che esso si fermi – che esistano “cose” anziché processi – anche attraverso riti di congelamento della realtà, in cui assegniamo degli aggettivi alle persone, o delle diagnosi psichiatriche, o in cui tutti insieme entriamo in una cabina, mettiamo una croce, poi alla sera contiamo le croci e decidiamo di prendere quel numero come ritratto affidabile e stabile delle nostre relazioni per un po’ di anni.
Dunque niente di strano nella flessione delle preferenze del movimento: tutt’altro che un fallimento, anzi un assestamento nel processo di affermazione di una realtà con cui fare i conti. L’impressione che invece ci sia stato un momento “X” in cui la realtà è cambiata, ci fa vedere nella strategia comunicativa di Grillo delle ore successive una radicale discontinuità. Un abbandono del registro aggressivo che aveva segnato la sua campagna elettorale, in favore di un tono più mansueto e conciliante.
Io credo che questo sia un errore, e che il Grillo che pubblica questo video di commento sl al voto sia lo stesso che strepitava fino al giorno prima. Stessa consapevolezza comunicativa, stessa strategia.

Torniamo un po’ indietro: la sua partecipazione a Porta a Porta del 19 maggio è un capolavoro diabolico – avviso ai grillini n.1: è ironico! Anzi lo dico con ammirazione, persino con invidia – di strategia relazionale e di costruzione di senso.
Provate a rivedere i primi istanti. È lì che Grillo costruisce la propria strategia.
Bruno Vespa, ingabbiato nel rituale previsto dal suo script, è chiuso nello spazio davanti a una telecamera per annunciare, a mezzo busto, il contenuto della puntata. Dietro di lui una schiera di fotografi in assetto da grande evento probabilmente gli limita la visuale e la possibilità di movimento. In quel momento Beppe Grillo entra in scena. Invece di prendere posto sulla poltroncina dell’ospite, si aggira per lo studio e si guarda intorno con l’aria di chi torna in un posto dopo tanto tempo e si domanda se sia rimasto come allora o se sia cambiato (dagli studi RAI Grillo era assente da parecchi anni). Percorre in lungo e in largo lo spazio dello studio, e così facendo se ne impadronisce, lo risignifica, lo riconfigura, gli reinventa un senso. La regia impazzisce, la camera lo segue nel suo show personale e, terminate le introduzioni di rito, anche al conduttore non resterà altro che inseguirlo per lo studio. Quella breve fase iniziale del programma, tradizionalmente vespocentrica, diventa lo show del Grillo vagante, che da quel momento condurrà il gioco. Anzi: si impadronirà del gioco di Vespa e lo trasformerà nel proprio gioco. Dopo aver occupato lo spazio, gli imporrà la propria cornice.
Quando deciderà che è il momento – ma non prima che il conduttore lo abbia scongiurato – si siederà al suo posto e così farà anche Vespa, dopo averlo inseguito per un po’. Ma non c’è più alcun dubbio su chi sia il padrone di casa e su chi detenga il potere sulla costruzione del senso: non ci sarà argomento, per quanto inverosimile ed evidentemente provocatorio, al quale sia possibile controbattere. Grillo afferma per esempio che un giorno il suo movimento governerà ma senza fare alleanze con nessuno. Vespa lo esorta ad essere ragionevole, “non penserai mica di avere la maggioranza assoluta e fare un monocolore?”, ma non c’è verso. Grillo lo travolge e il fatto che i contenuti non stiano in piedi – a meno che non stia annunciando una rivoluzione sanguinosa – è irrilevante: quello che conta è chi fa la cornice.
In più di un momento, mentre copre con la sua voce le obiezioni del conduttore, Grillo sposterà per tempi relativamente lunghi lo sguardo, ruotando il busto sulla poltrona, verso il pubblico in sala. Si concederà il lusso di riconfigurare i ruoli: non è con te che parlo, il mio interlocutore è “la gente”.

Da massimomelica.net

Quando Grillo ribattezza “Renzie” il segretario del PD, non fa quello che faceva Emilio Fede – al confronto, Fede era un dilettante, e il suo era il giochino sciocco e un po’ cafone di storpiare i cognomi di chi ti è antipatico. Grillo lì misura il proprio potere di costruire cornici e imporre vocabolari. E infatti il giorno dopo su Facebook e altrove è tutto un fiorire di “Renzie”, anche da parte di non simpatizzanti del movimento. La cornice è: “per manifestare sdegno, facciamo che si offende l’identità dell’avversario”. Lo “psiconano” era il tormentone con cui tanti hanno designato a lungo Berlusconi: altro slogan grillesco, che si conquista ampia diffusione senza alcun costo per l’autore.
Lo stesso puntiglio di sostituire “cittadino” a “parlamentare” o “onorevole” è un esercizio di imposizione unilaterale del senso.
Quando tutti i giornalisti scrivono “moVimento” con la “V” maiuscola, imitando la buffa ortografia in voga fra i grillini e il loro leader, si rendono – inconsapevolmente? – veicolo di un logo. Persone sufficientemente alfabetizzate, a cui mai nella vita è capitato di mettere una maiuscola se non all’inizio della parola – e comunque mai per un nome comune di cosa – accettano passivamente la cornice del comico e ne diventano gli uomini sandwich.

Allora, dicevo: il video post elezioni. Grillo prende le parole e ne dilata il senso; prende dei sinonimi e li dissocia: “abbiamo perso, non è una sconfitta” – senza il “ma” in mezzo, che avrebbe fatto la differenza rendendo tutto più banale.
Ma soprattutto prende l’hashtag con cui la rete lo dileggia dai primi exit poll, e ne fa il suo nuovo slogan: #vinciamopoi (che faceva ironicamente il verso al suo #vinciamonoi) adesso significa “il tempo è dalla nostra parte, forse era ancora presto”. Prende quel “poi” e ci costruisce una cornice nuova, che ospita un concetto che era finora assente dalla sua retorica: il tempo – dove fino a poco prima la rivoluzione era adesso e il cambiamento tutto e subito. Divora il linguaggio dell’avversario, e come ammazzacaffè anche tutto l’avversario.
Prende il dato percentuale (21-22%) e con un salto di senso, con un passaggio metaforico, compie un’operazione di ipnotica persuasività imponendogli un nuovo significato: “abbiamo preso il 21-22%, abbiamo preso l’IVA, senza avere voti in nero: senza aver promesso niente a nessuno, né dentiere né 80 euro“. Che non vuol dire un accidente di niente, ma guarda quanto senso porta con sé. 21 e 22 sono le aliquote IVA che si sono succedute sotto il governo Monti, perciò simbolo dell’onestà del tartassato, perché chi paga l’IVA “non prende soldi/voti in nero”. E come in quel gioco in cuoi devi unire i punti dall’uno al cinquanta, tutto sta insieme, dall’IVA al dato elettorale, da Monti a Renzi, alle dentiere promesse da Berlusconi, agli 80 euro elargiti dal governo. Un grumo di puntini indecifrabili senza senso diventa una forma. Applausi.

Da forexinfo.it
Da forexinfo.it

Avviso ai grillini n. 2: questo non è un post contro Grillo. Anzi, se da una parte c’è il cinismo del leader 5 Stelle nel porsi come arbitrario artefice di senso, altrove c’è stata per anni l’ingenua, autolesionistica e colpevole rinuncia a proporre il benché minimo tentativo di una cornice di significato. Renzi ha stravinto perché ha offerto gli 80 euro? Perché ha fatto la “rottamazione”? Macché. Anzi, semmai la “rottamazione” è stata un passaggio per porsi come unico e indiscutibile artefice di senso, evitando la competizione con altre possibili cornici.
Piaccia o non piaccia il nuovo segretario, per la prima volta nella storia la guida del PD parla in prima persona. Non di un nemico fantomatico, o reale, non delle idee degli altri: delle proprie. Per anni i suoi predecessori facevano politica parlando raramente di sé, e occupandosi soprattutto di disegnare il loro avversario come un dissoluto sessuomane, e Berlusconi ci costruiva il proprio personaggio. Vi ricordate? “Non sono un santo”, fu l’espressione con cui s’impadronì del giudizio contro di lui riconfigurandone il senso. E siccome un santo nessuno di noi lo è, diventava immediatamente un poverocristo al pari di chi lo ascoltava. L’area cattolica oltranzista lo difendeva perché era un peccatore, sì, ma almeno consapevole. C.L. accusava la sinistra di moralismo ipocrita e di voler scagliare la prima pietra. Un capolavoro, insomma.
Allora: vince chi unisce i puntini dall’uno al cinquanta. Non importa che dai puntini esca la figura di un unicorno, che tutti sappiamo che non esiste (sto evitando con cura il piano dei contenuti, perché qui mi interessa piuttosto la forma della comunicazione di Grillo: nei criteri di verità dei contenuti si addentra di più Luigi D’Elia, qui). Importa chi abbia unito i puntini, e che poi tutti quanti parlino del suo unicorno.
Per questo la “rete” continua e continuerà ad essere un elemento estraneo alla comunicazione di Grillo: lo diciamo da tempo, che quello che lui chiama “la rete” è un pugno di sostenitori e di iscritti che si esprimono nei limiti stretti di una cornice data, e che il suo modo di coordinare il suo seguito è di stampo tipicamente televisivo. Il sistema di costruzione del significato nell’universo 5 Stelle non può lasciare spazio alla negoziazione collettiva del senso e dell’azione, perché nella prerogativa di essere esclusivo artefice di cornici sta l’origine del successo del leader.

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4 thoughts on “Beppe Grillo: come ha perso e perché vince

  1. Interessante riflessione teorica sul rapporto tra l’effetto framing, costruzione verticale di senso e codici comunicativi del web. Si aprono molti pensieri e anche dubbi.
    Di sicuro l’analisi della comunicazione di Grillo, per come tu la presenti, mi è apparsa, in fondo, come una variazione di quella berlusconiana: e cioè, un leader in grado di riconfigurare, ri-digerire riproporre in un solo secondo ogni elemento del reale trasformandolo e ridisegnandolo ad uso e consumo proprio. Certo, con altre tecniche di comunicazione, ma utilizzando gli stessi principi di marketing politico.
    Nell’articolo mio che citi provavo a suggerire alcune tecniche di vendita e di strategie di disorientamento usate da Grillo e Casaleggio, mutuate un po’ dal contesto teatral-televisivo con le sue laff-box alla striscia la notizia, un po’ dalla neuropolitica. Ma a giudicare dal risultato non esaltante di queste ultime elezioni, qualcosina non deve aver funzionato e tutto il meccanismo dell’intortamento comincia forse a scricchiolare?

  2. Grazie Luigi, ti dirò: continuo a pensare che il risultato di queste ultime elezioni sia per il movimento un risultato ancora enorme. Non credo che cominci a scricchiolare e credo anzi che con Grillo avremo a che fare ancora per parecchio tempo. Probabilmente non abbastanza da vederlo al potere, ma credo che nemmeno sia questo il suo obiettivo.
    Fra le molte somiglianze, la differenza che vedo con Berlusconi è che a Grillo interessano poco i contenuti che restituisce (e in questo trovo sensato quello che diceva qui Quit The Doner, che definiva Grillo “uno che, tecniche di marketing aziendale per l’organizzazione del consenso a parte, non ha la benché minima idea di quello che sta facendo”). La vecchia distinzione fra contenuto e relazione qua torna utile: quello che importa non è quello che si dice ma chi fa le regole della conversazione. Credo che la mostruosa decisione dell’alleanza europea con Farage non abbia a che fare coi contenuti (per quanto Grillo la riempia di senso cercando punti di contatto col movimento). È parte del suo lavoro di demolizione e ricostruzione a proprio piacere delle categorie di senso.
    Da un momento all’altro arrivo con la seconda parte, eh!

  3. Il flusso in perdita dei voti del M5S rispetto al 2013 (credo quasi 3 milioni di voti, che non sono affatto una flessione fisiologica) sono per la stragrande maggioranza confluiti nell’astensionismo. Grillo e le sue strategie parlano ad un elettorato “sciamante”. Facile che li riprenda con gli interessi domani. Quindi è vero che questo è solo uno scricchiolio e non una debacle. Ma rimane interessante e aperta la domanda su cosa abbia prodotto questa flessione così vistosa e così fedele nel passaggio dall’astensionismo al M5S e viceversa.
    Io credo che il suo intento rivoluzionario riguardi la rifondazione di un nuovo genere di cittadinanza. Progetto in sé legittimo e condivisibile se non fosse che contiene qualcosa di inquietante. Un progetto del genere, che io definirei biopolitico, ha in sé allo stesso tempo qualcosa di affascinante e qualcosa di mostruoso, come tutti i progetti che riguardano “l’uomo nuovo” (rimembranze storiche mi mettono in grande allarme…). I metodi “parlano” e denunciano in modo palese i limiti di questo progetto. Prevalenti strategie persuasive miste a tentativi di democrazia dal basso…. ossimori concettuali che si ripetono e si accumulano di continuo nelle prassi e nelle posizioni del M5S. Imbarazzanti contraddizioni ancora irrisolte.
    Attendo la tua seconda parte e ne riparliamo. 🙂

  4. Ecco, non ci sarà la seconda parte annunciata: rinviata e modificata giorno dopo giorno in seguito alle mirabolanti novità che ci ha riservato senza tregua il capo del movimento, resta ora sotto forma di appunti sparsi che diventeranno qualche altra cosa, a bocce ferme.
    Sai Luigi, sull'”intento rivoluzionario” di Grillo non so, mi pare convincente quello che dice Quit The Doner quando lo definisce “uno che, tecniche di marketing aziendale per l’organizzazione del consenso a parte, non ha la benché minima idea di quello che sta facendo”, nel senso che i contenuti della sua politica mi sembrano sempre più secondari rispetto a un altro piano: è il piano della relazione, non quello del contenuto, quello sul quale incontra una parte importante dei suoi seguaci.
    Davanti a Vespa ha detto parecchie cose palesemente insensate, ma non erano quelle a contare: era il fatto di poterle dire a Vespa senza renderne conto, dettando in sostanza lui le regole.

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