Oggi su Tarantula un post ha disintegrato tutti i record di accessi dalla nascita del blog. Ma quando dico disintegrato intendo superato di parecchie, ma parecchie volte i numeri abituali. È una bella soddisfazione.
Unico dettaglio spiacevole è che il post non è mai esistito.

Pochi sanno che esiste un trucco per pubblicare un link su Facebook taroccando il titolo e l’anteprima. Stamattina per esempio ho mandato in questo modo un saluto al mio amico Felice:

feliceforprez

Basta scegliere una pagina web con la foto del personaggio: si incolla l’indirizzo nella propria bacheca – come sempre – e lì si interviene con un procedimento che non vi svelo (anche se molti di voi, ora che vi ho detto che esiste, lo scopriranno).
Le sole cose che non si modificano sono l’immagine e l’URL del sito da cui proviene la notizia originale (qui lo vedete giusto sotto al titolo).
Di solito arrivano commenti più o meno divertiti e un tot di “mi piace”. Qui arriva anche un commento di Anna Colasacco – blogger aquilana, la conoscete senz’altro – che mi sfida a svelare il segreto. Non glielo rivelo, ma le prometto comunque di pubblicare una notizia dedicata a lei. Spingo ancora di più sul pedale dell’assurdo e la rendo ancora più inverosimile:

annaministro

Ho preso un post di Tarantula con una bella foto di Anna e ho costruito il fake.
Risate di Anna e di qualcun altro che vede il link, qualche commento divertito, e tutti torniamo alle nostre occupazioni.
Dopo una ventina di minuti WordPress mi manda un messaggio:

Your stats are booming! Looks like Tarantula is getting lots of traffic!

MI avvisa di una media di 50 accessi in un’ora. Cosa sarà successo?
Vado a guardare le statistiche: il post-bersaglio ha raccolto in realtà 60 accessi, e in venti minuti!
Scrivo ad Anna, le segnalo il fenomeno, ci facciamo due risate, le faccio i complimenti per la capacità di attrazione e, ancora, torno a quel che ho da fare.
Ma il contatore continua a salire a ritmo inverosimile, e qualcosa non mi torna. Molti avranno pur cliccato pensando di trovare un post pubblicato per fare due risate, ma altri prendono la notizia sul serio tanto da scrivere sulla bacheca di Anna chiedendole conferme e dettagli.
Questo è un piccolo blog: nei giorni in cui non pubblico nulla arrivano alcune decine di contatti: se sono passati un po’ di giorni dall’ultima pubblicazione, può essere che non superino la ventina. Cioè niente. Quando pubblico un post, nell’arco della giornata posso arrivare fino a due o trecento accessi. Così come certi articoli scivolano senza attrarre nessuno o quasi. In due occasioni superai in un intero giorno le novecento letture: ma si trattava di argomenti forti. La prima volta fu un articolo sul processo alla Commissione Grandi Rischi (era la mattina del 22 ottobre 2012, la sera precedente era stata emessa la sentenza e una serie di circostanze, fra cui il fatto che mi trovavo in treno molto presto, fecero sì che il mio fosse fra i primi articoli a commentarla); la seconda volta fu un post sulla violenza di genere. Ecco, in questi casi eccezionali la quantità di condivisioni sui social network mi ha portato oltre settecento accessi, con novecento o novecentocinquanta visualizzazioni di articoli, ripeto: nell’arco dell’intera giornata.
Oggi dopo sole due ore gli accessi erano oltre seicento e WordPress continuava a comunicarmi continui superamenti delle medie abituali.
Dopo circa otto ore, la situazione era questa (ma mentre vi scrivo i numeri sono già assai più alti):

accessi

Ecco i miseri accessi del giorno prima, divisi per nazioni:

paesiieri

ed ecco quelli di oggi, intorno alle 21,30:

paesioggi

A un certo punto, nel pomeriggio, sento il bisogno di annunciare sulla mia bacheca e su quella di Anna che era tutto finto e che l’effetto del gioco – quello di portare tanto traffico a un vecchio articolo del mio blog su Anna Colasacco – non era voluto.
Arrivano risposte come queste:

che peccato. l’ho girato a dei giornalisti milanesi. io ci sono cascata.

anch’ioooo, in compenso ho letto un bell’articolo che mi ero persa 

Che ingenuotto che sono… Anna cara, ed io ci avevo anche creduto leggendo il titolo…

Ma dai primi minuti molti commentavano il titolo senza aver letto l’articolo, e continuavano anche dopo la mia precisazione. A quanto pare, nemmeno il linguaggio, come dire?, informale del titolo è bastato ad evitare l’equivoco:

ma è vero o è una battuta?

Però, potrebbe essere un’occasione da non lasciarsi scappare per te Anna, per L’Aquila, per l’ Italia

Saresti davvero una risorsa innovativa e quel più conta retta e onesta

E poi:

Ma è un fake ??

A questo punto Anna la butta sul ridere sperando di chiudere la questione:

No, Renzi in persona mi ha chiamata al cellulare, pare che il numero glielo abbia dato Mister Bean

Ma non basta, e anzi la notizia catalizza il popolo indignato:

Tu hai rifiutato di far parte di questa gente….sonia alfano no. Ti stimo molto e che coraggio. Complimenti.

Sarebbe stata una gran cosa vederti all’opera, nel cuore del potere! Non so se essere contenta del tuo rifiuto o meno

Qualcuno, addirittura, rivede le proprie posizioni sul Presidente del Consiglio:

Brava, mi fai rivalutare renzi solo x questo

Mentre mi leggete il numero di accessi continua a salire. Pochi di quelli che leggono il titolo e lo commentano (il titolo, non il pezzo! La maggior parte di quelli che finiscono sulla pagina del blog capiscono che è un gioco) finiscono nella rete: pochi ma comunque un numero interessante.
Alcuni – li conosco – sono naviganti accorti, persone intelligenti e impegnate. Eppure è accaduto qualcosa.
Ha contribuito, certo, il fatto che Anna sia una blogger nota e autorevole e che in un certo periodo sia stata una delle principali fonti di informazione sul terremoto dell’Aquila. Ma questo non basta.
C’è la possibilità che paradossalmente il linguaggio, che avrebbe dovuto rivelare la natura goliardica del post, sia diventato invece l’elemento che lo ha imposto e ha incoraggiato le condivisioni. Il numero di condivisioni, a sua volta, ha avvalorato il messaggio: se tanti lo condividono, è una notizia. D’altra parte era visibile il nome del blog: per i pochi che lo conoscono, e sanno che non è proprio un blog di satira, la notizia era da prendere in senso letterale. Anche se sul blog la notizia non c’era!
Ma a monte di tutto, qualche meccanismo ha escluso l’applicazione del senso critico al messaggio. Non da parte dei soliti ingenui da social network, ripeto: tra chi ha discusso la finta notizia ci sono utenti affidabili e selettivi.

È probabile che questo abbia a che fare con la quantità di informazioni che si riversa sulle nostre bacheche e col tempo che ciascuna di esse ci lascia per riflettere. Quando i tempi non ci permettono di pensare ma a malapena di reagire, si fanno strada e conquistano più credibilità i messaggi che colpiscono. E qui è probabile che il “vaffanculo”, lungi dal denunciare la natura del messaggio, sia stato l’elemento chiave che lo ha imposto all’attenzione.

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13 thoughts on “Il post che non c’era

  1. ho letto con interesse crescente sia la storia dell’accaduto, sia la disamina, mentre nella mia mente si affastellavano piu` o meno le stesse ipotesi da te elencate (eccesso di informazioni, poco tempo per elaborarle, effetto rimbalzo della notizia che aumenta l’affidabilta` percepita), poi la tua conclusione finale: devo ammettere che concordo con te, la parola chiave del successo mediatico del tuo scherzetto e` “vaffanculo”, il che dice molto sul tipo di schemi che, volenti o nolenti, ormai abbiamo costruito nelle nostre menti, riguardo a tutto cio` che ruota attorno alla politica in italia

    1. Credo anch’io che il richiamo del “vaffanculo” sia un elemento centrale in questa vicenda, soprattutto per spiegare i numeri incredibilmente elevati dei commenti. Più in generale, però credo che oltre alle ipotesi già elencate e che Lorenzo riassume in modo chiaro e conciso (eccesso di informazioni, poco tempo per elaborarle, effetto rimbalzo della notizia), ci sia un altro elemento da considerare: la credibilità e attendibilità conferita alla fonte, che gioca un ruolo determinante soprattutto in una condizione di eccesso di informazioni e di scarsità di tempo. Nell’ottica efficientista dell’economia di pensiero, lo spirito critico viene sospeso (risparmiato?) in presenza di una notizia data da una fonte che abbiamo deciso essere affidabile. é come se pensassimo: “Abbiamo già fatto lo sforzo sintetico di decidere in chi riporre la nostra fiducia, e allora perché sprecare di volta in volta energia nuova per la riflessione puntuale?”

      1. Concordo con Roberta circa l’affidabilità della fonte. Ma la curiosità di conoscere avrebbe dovuto suggerire di aprire il link, leggendo il quale si capiva il fake del titolo dato alla news

  2. Io sono fra quelle che ha creduto.
    Ho letto il titolo, fasto un like e aspettato di finire il mio lavoro al ristorante per leggerlo con calma a notte fonda, come di solito faccio con gli argomenti che mi interessano.
    Accidenti!
    Hai fatto succedere qualcosa di importante, anche senza saperlo.

  3. Ho seguito quasi quotidianamente Anna sul suo blog ai tempi del dopo-terremoto, e per me era la voce ufficiale della cronaca aquilana, sempre in contrasto con la voce governativa dei tg e dei giornali. Non ho abboccato alla notizia contenuta nel titolo, ma sono andato a leggere la bella relazione di Anna, che ringrazio, ora per allora, di avermi aperto gli occhi sul “disastro” materiale e morale operato da governo e protezione civile!

  4. Grazie a chi sta commentando. Prima di tornarci su, vi comunico che siamo al terzo giorno e i clic sul link fasullo sono ancora molto superiori a quelli sul link dell’articolo che spiega (questo). Sulla bacheca Facebook di Anna, dopo 180 (centottanta) commenti in cui Anna spiega tutto, il centottantunesimo è questo:
    “Scusate mi dissocio, facile gettare il sasso nello stagno e ritirare la mano, io non ti conosco e non so se sei all’altezza del compito, ma se hai qualcosa da dare e delle idee in cui credi da proporre mi sembra non giusto ma doveroso che tu ti metta in gioco.”
    Non c’è spiegazione che tenga. Anna, accetta! 😀

  5. Una premessa … sono nato nel 1956. Embé? Checcefrega? Avete ragione, ma è solo per dire che come tutti i bambini maschi di quell’epoca ho giocato a figurine, anzi, alle “figu”, con tanto di frenetici scambi e baratti al suono delle formule rituali “cèlo, noncèlo, manca” … e il bello era che a me non importava molto delle figurine e tanto meno di quelle dei calciatori, però il dispositivo era fatto così: si giocava a figurine. Perché? Perchè sì. Ce n’è una che ricordo ancora adesso, era quella del giocatore Manfredini detto “piedone”. Questo soprannome – oltre al fatto che la “figu” era un po’ rara – mi portava a fantasticare su di lui .. che tipo sarà? – mi chiedevo – quanti anni ha? Sarà una brava persona? Cercavo di capirlo da ciò che si vedeva, cioè la faccia, però la faccia non bastava. PComunque, siccome era soprannominato “piedone” secondo me era una brava persona.
    Insomma, non dico niente di originale: il potere delle immagini è così grande da indurre alcune religioni a vietare la riproduzione della figura umana, mica solo di quelle celesti. In altre culture, chi ha in mano un’immagine ha in mano la persona a cui l’immagine corrisponde …
    Ora, tu hai postato su un blog ma, se ho capito bene, il post è andato in giro anche tramite FB. Ora, se c’è un arnese molto diffuso che si chiama proprio “libro/raccolta di facce”, non possiamo stupirci che stimoli l’immaginazione a un punto tale che essa possa mandare in cortocircuito il pensiero critico e stabilire una conenssione diretta tra emozioni e azioni. Per certi aspetti è fatto apposta, e non è mica il primo. La Tv e la carta stampata ci mettono il loro impegno nella stessa direzione. Insomma, tutto ciò che invita a trattare le parole come se fossero immagini saltando le necessarie marche di contesto e di pensiero “meta” è rischioso. Mi spiego meglio. Chi è nato negli anni ’50 oltre a giocare a “figu” ha studiato le poesie a memoria. Per quanto mi riguarda, alcune mi piacevano e altre le ho detestate perché non ci capivo niente. Ad esempio. “o Valentino vestito di nuovo come le brocche del biancospino …” Il biancospino capivo che era una pianta, probabilmente spinosa; non ho mai capito se era bianca ma in fondo non mi incuriosiva. In quanto alle brocche, non capivo che cosa avessero a che fare le caraffe con le piante spinose. Poi non mi tornava il fatto che a questo poeta interessasse che Valentino avesse un vestito nuovo. Eravamo del tutto ignoranti delle cose della vita, si intende, ma così come non accettavamo caramelle dagli estranei, non capivo che cosa questo signore ci trovasse in Valentino col vestito nuovo. Nessun dramma però: era una poesia, questo lo sapevamo bene; quando leggevi una poesia dovevi cercare di cavare delle immagini dalle parole, prima di tutto; se poi erano noiose pazienza. Poi, quel che c’era scritto in una poesia poteva essere del tutto immaginario e anche se riguardava un fatto storico, tipo “eran trecento, eran giovani e forti, e sono morti”, si capiva benissimo che i fatti erano un po’ esagerati, perché una poesia, prima di tutto, deve essere poetica, mica realistica. Infatti fare “la versione in prosa” era una delle cose più noiose e sgradevoli della terra, però ti aiutava a capire la differenza tra un linguaggio e un altro. Insomma, io a scuola mi sono annoiato a morte e spaventato troppo per le interrogazioni, per cui non sto certo qui a rimpiangere “i bei tempi”. Però mi hanno insegnato a lavorare criticamente “sulle” parole e “sulle” immagini e di questo sono grato.
    E’ una cosa importante, secondo me fai bene ad occupartene. Nel sistema dell’istruzione e nella cosiddetta divulgazione culturale il più delle volte ci sono dei buchi che fanno paura.

  6. Allora, grazie per tutti i commenti. Io sto cercando di buttare giù due pensieri perché ‘sta cosa che è successa merita una comprensione (e magari ci faccio un altro botto di accessi 😀 )
    Io continuo a ritenere salutare qualunque tentativo di “forzare” i limiti del contesto social network e di inventargli usi nuovi e modi diversi di starci dentro. Se poi questo ci aiuta a riflettere sulle tecnologie e su come le usiamo, meglio ancora. E se capita senza intenzione, come stavolta, va bene lo stesso.
    Beinetter, per la precisione è andato su Facebook un post che non esisteva! E che comunque è stato commentato come se esistesse. Non era solo (evidentemente, pensavo) bugiardo: era una bugia che mentiva persino sulla propria esistenza 🙂
    Ecco, nel tuo commento parli del senso critico. A me interessa molto il modo in cui si comporta il senso critico in ambienti come questi. Più su dicevo che è una questione di tempi stretti. Sì, ma penso che questo elemento sia secondario ad altri. Facebook è un dispositivo che costruisce narrazioni. Probabilmente siamo anche noi che concediamo più tempo a determinate narrazioni e meno ad altre.
    Carlo, sono molto contento che sia tornata visibile quella bella relazione di Anna. Mi domando anche come mai all’epoca della pubblicazione ebbe meno successo (ne ebbe, di successo: ma meno) di quando è stata veicolata da un “vaffanculo”.
    Mary: penso anch’io che sia successa una cosa interessante. I clic sono stati uno scatafascio, quelli che hanno preso sul serio la notizia una piccola percentuale: ma significativa, perché composta di persone anche critiche. Devo proprio tornarci su.
    Roberta, la questione della fonte è interessante, perché in tempo brevissimo il post inesistente è stato condiviso e non si capiva più da dove venisse. Restava visibile l’URL del mio blog, ma non gli attribuirei tanta autorevolezza 😀 La credibilità ce l’ha messa Anna, penso.
    Grazie a tutti, tocca riparlarne.

    1. Sì, Massimo…tocca riparlarne. È un fenomeno che va studiato per formare una coscienza critica a chi frequenta i social. Ed evitare, quindi, la nascita e il rapido propagarsi di notizie false o inventate.

  7. Beinetter, un’altra cosa: ricordo che quando decisi di smettere di raccogliere figurine, mi accorsi che del calcio non me ne fregava niente! Fino ad allora mi ero anche convinto di essere, credo, juventino 🙂

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