Stephen NachmanovitchParecchi anni fa cercavo di applicarmi sugli esercizi per chitarristi di Robert Fripp. Il più difficile prescriveva di imbracciare lo strumento come per suonare e di non fare assolutamente niente. Di restare lì sulla propria sedia per un quarto d’ora senza toccare le corde e di non pensare a nulla.
Credo che neanche una volta riuscii ad arrivare alla fine. Ho sempre pensato però che fosse un esercizio fondamentale di disciplina e di autocontrollo.
Non era proprio così, nel senso che quel genere di disciplina che si intendeva esercitare attraverso quel silenzio aveva a che fare, più che col controllo, col suo contrario. Agire, pensare alla cosa migliore da fare, cedere alla tentazione di mettere le mani sullo strumento per cavarne qualcosa, quello è controllo. Esitare, astenersi dalle aspettative, attendere, accettare di ascoltarsi senza agire, questo ha a che fare invece con una forma di resa ed è terribilmente difficile. Ma altrettanto necessario.
Che la creatività fosse un equilibrio complesso fra competenza, disponibilità ed esitazione lo sospettavo da tempo; quanto sia cruciale quella posizione di resa mi è diventato più chiaro dopo la lettura di questo libro, che parla di arte e di musica soltanto perché l’autore è musicista: ma l’approccio all’improvvisazione riguarda una quantità enorme delle attività in cui siamo impegnati tutti i giorni.
freeplayLa conversazione è la forma di improvvisazione più praticata, e tutti ci troviamo a improvvisare schemi nuovi dentro le nostre relazioni, il nostro lavoro, la nostra quotidianità. “Per noi non esiste l’arte. Tutto ciò che facciamo è arte”, dicono a Bali.
Avviso che la cosa importante per avvicinarsi a questo libro è non farsi portare fuori strada dal titolo che Feltrinelli gli ha dato per il mercato italiano (un titolo che pare fatto per aprirgli spazi negli scaffali di New Age, mentre invece è un libro serio e rigoroso): l’efficace “Free Play” diventa da noi lo sbrodolato “Il gioco libero della vita”. E già questo non è bello: ma il limite fra il gusto discutibile e il buttarla in vacca si supera quando il sottotitolo, che suonerebbe “L’improvvisazione nella vita e nell’arte” diventa per noialtri: “Trovare la voce del cuore con l’improvvisazione”.
Nella copertina originale non c’è traccia di voci del cuore e, per quanto magari Nachmanovitch possa usare nel testo un’espressione simile (in realtà non lo so: avessi avuto l’e-book avrei fatto una ricerca col tasto “trova”), l’intento di solleticare il pubblico feltrinellico riecheggiando la feltrinellissima Banana Yoshimoto è sfacciato. Incomprensibile, infine, la scelta di infilare il volume nella collana “Oriente”, se si considera che Nachmanovitch ha studiato a Harvard, suona il violino (anche elettrico), programma software musicali e che i riferimenti culturali di questo libro vanno da est a ovest passando per Gregory Bateson, che del violinista è stato maestro e amico. Ma vabbè.

Il libro è una guida appassionante all’arte di lasciarsi andare, di rendersi strumento della creatività anziché pensare ad essa come qualcosa che si utilizza. Un invito ad allargare lo sguardo sulla creazione come processo fino a includere l’incidente, a considerare l’errore una possibilità di esplorare modelli nuovi. A immaginare la creazione e la realizzazione di qualcosa di nuovo come un continuo processo autocorrettivo, allo stesso modo in cui quel che rende tale un violinista non è il fatto che il suo dito cada sempre sul punto giusto della tastiera, ma che agisca in tale armonia col legno dello strumento e con l’orecchio dell’artista da autocorreggersi attraverso continui scarti infinitesimali e quasi istantanei. È una esortazione, insomma, a prendere le cose maledettamente sul serio: perché la distinzione fra “fare musica” ed “esercitarsi” ha a che fare con la presenza di determinate marche di contesto e riguarda in un certo senso più le sovrastrutture che l’espressione artistica: ma la distinzione fra esercitarsi e suonare è artificiale: “la pratica non è semplicemente necessaria all’arte, è l’arte stessa”.
Certo, quando pensiamo all’improvvisazione in musica ci aspettiamo che il discorso passi prima o poi per il be-bop e la grande tradizione improvvisativa jazzistica: ma Nachmanovitch non è un jazzista, e il suo interesse verte piuttosto sul modo in cui dall’improvvisazione emergono strutture che prima non esistevano. Pare poco appassionato alla creazione su una struttura data, come l’improvvisazione che si sviluppa tradizionalmente sui tre accordi del blues, o sul giro di uno standard, o attraverso le fasi di una seduta terapeutica (di alcuni tipi di terapia), e anche a come una improvvisazione libera, a un altro livello — o su un’altra scala — è in fin dei conti un momento di una improvvisazione su una struttura. Ma attenzione: l’improvvisatore di Nachmanovitch, per quanto libero, non improvvisa sul nulla. Improvvisa su una base che si costruisce suonando, così come la strada si fa camminando. E questo fa dell’arte una straordinaria forma di ecologia della mente, un complesso gioco di contesti e una consapevole scesa a patti con la propria finalità cosciente.
Per chi è fatto questo libro? I musicisti non sono i soli che possono trovarvi ispirazione. È per tutti quelli che cercano la bellezza nelle cose che fanno, e che sono convinti che è importante indignarsi per quel che è brutto, o turpe, o corrotto, ma se ci si ferma lì si fa la propria parte solo a metà.

Stephen Nachmanovitch, “Il gioco libero della vita”. Feltrinelli, Universale Economica – Oriente, 2013 (ma il libro è del 1990, eh!).
(La foto del libro è scattata nella mia cucina)

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10 thoughts on “L’improvvisazione e l’arte della resa

  1. Ciao Massimo.
    M’ha fatto piacere leggere questo tuo articolo. Nella mia vita fatico a reperire qualche momento che non risulti a ben vedere frutto dell’improvvisazione: momento musicale; momento della scrittura; momento morto; eccetera.

    Sono molte le cose di cui mi piacerebbe parlare, con te e in generale con chi possiede le tue competenze; anche perché spesso, con chi possiede altre competenze e specificamente artistiche e culturali tirate, è difficile affrontare il discorso “improvvisazione” senza storcimenti di naso; a parte com’è ovvio i musicisti e i critici musicali. (Mi hanno insegnato che, più polite, è possibile usare “performance”). Purtroppo ci sono forme di creatività che trovano difficilmente collocazione tra le teorie. Ci sono scrittori che nascondono a posteriori l’improvvisazione pazza di certi testi, inventandosi intenzioni e poetiche, quando l’onestà vorrebbe che si riconoscesse, e direttamente, l’esistenza e la pratica di una scrittura “à la cazzo”. Li ho sentiti con queste orecchie. …Neppure i critici letterari, a quanto ne so, hanno familiarità con la nozione dell’improvvisazione. Tutto ciò che ho letto su Roberto Bolano, ad esempio (uno scrittore-improvvisatore senza pari), racconta di strutture, di poetica, di movimenti narrativi, ma mai che si menzioni il vero motore di quella scrittura: che è, senza mezzi termini, improvvisazione).
    Questo accade, forse, perché in letteratura è degradante (e forse, sotto certi aspetti, chissà, pericoloso) dare ascolto a questo demone; o magari si ha paura di passare per dei selvaggi o, peggio, romantici; che l’improvvisazione possa mettere in movimento solo ciò che si è precedentemente introiettato, ricreandolo e, perciò, inventando, non è abbastanza.
    Soprattutto terrorizza il fatto che, spesso, la scrittura preceda il pensiero. E questo, almeno nella mia statistica personale, vale per molti cervelli movimentati, e al di là delle applicazioni, degli ambiti culturali.

    C’è un libro (me ne ha detto la fidanzata, che si occupa della creatività, lei pure in ambito psi) che affronta di petto e, se non mi ricordo male, scientificamente la questione dell’improvvisazione in pittura. Pare che esistano casi di persone negate per il disegno, normativamente parlando, in grado tuttavia di ricostruire bene la figura umana a partire dal dettaglio: senza avere bene in mente l’insieme. CIoè a queste persone, se dici: “Disegna un uomo così e cosà”, gli chiedi quasi l’impossibile; le stesse riescono a realizzare coerentemente un disegno figurativo, magari addirittura l’uomo “così e cosà”, in una corsa cieca verso la figura, diciamo, senza briglie. E in effetti pare che il cervello attivi aree differenti a seconda che il processo creativo avvenga per incremento oppure per completamento. Ma non ne so molto altro, ad un livello teorico. Neppure ricordo il titolo; dopotutto sono le due.

    Insomma, queste alcune delle cose (molte abboracciate) che vengon fuori.

    BUona notte
    p.s.
    Suono la chitarra elettrica ed acustica da una ventina d’anni, ricordo a memoria sì e no una ventina di brani, fai venticinque. Ho dimenticato tutto, tutto ciò che suonavo con i gruppi con cui suonavo; credo che non mi interessi. Se prendo in mano lo strumento, improvviso; o mi annoio. Ricordo bene solo le strutture (cadenze, modi, gradi, scale, etc). Perché mi servono per improvvisare.
    E ora chiudo perché sto scrivendomi addosso. Fa male all’autostima. Di nuovo ciao.

    1. Ovviamente in questo tempo ho cercato di rintracciare il testo. Ma la fidanzata si è data alla macchia (la festa delle donne gioca dei brutti scherzi), e io non ricordo titolo né editore; ma non l’ho sognato. A poi. D.

      1. Daniele, arrivo con un po’ di ritardo perché quando rispondo a contributi cospicui come questo tuo mi devo prendere il tempo… 🙂
        Quando da ragazzi si suonava la chitarra, mi ricordo che si discuteva sul fatto che saper suonare è “per forza” saper improvvisare. Nel senso che se non sai improvvisare sei uno che ripete (male, bene, benissimo) qualcosa, ma “parlare” significa improvvisare, non ripetere. Era ovviamente una esagerazione di gravissima ingenuità, nel senso che suonare una cosa che già esiste è tutt’altro che “ripetere”. Però l’idea che se uno sa suonare sa improvvisare non era così fessa.
        Però con questo libro ho capito una cosa; diciamo, io me la sono raccontata così: improvvisazione e scrittura non sono due processi distinti ma, diciamo, sono sui poli di un continuum. Se l’improvvisazione è creazione estemporanea, la creazione strutturata è improvvisazione “fissata” sulla carta, sulla quale pure si interviene e anche pesantemente. Secondo me è una punteggiatura utile, e mette in crisi l’idea alla quale ti riferisci: che l’una cosa sia nobile e l’altra più prossima a una evacuazione non mentalizzata. Che una sia tutta ordine e struttura, e l’altra tutta follia.
        Quando sai di quel libro, ripassa! 😉

  2. A parte la faccenda della voce del cuore (non che mi scandalizzi se si usa la parola cuore: il fatto è che se la usiamo seriamente il gioco diventa difficile sul serio), può darsi che l’editore si sia lasciato andare ad un titolo come “Il gioco libero della vita” riferendosi all’incipit del libro stesso. Infatti l’Autore nel prologo si riferisce ad una parola in sanscrito, “lila”, che esprime “il gioco divino, il gioco della creazione”. Dal che magari anche l’idea di ficcare il volume nella collana “oriente” … insomma, lasciamo perdere che è meglio.
    Però.
    Però dei misteri rimangono. Intanto, come mai adesso, a 23 anni dalla pubblicazione dell’originale? Se mi lascio andare a qualche fantasticheria, immagino qualcuno, lì dentro la casa editrice, che aspettava un’occasione, da chissà quanto tempo magari, oppure ci è cascato sopra per caso e ha visto aprirsi uno spiraglio nel groviglio delle circostanze che decidono di fatto della pubblicazione di un testo. Ha colto l’attimo fuggente, ci si è infilato, chissenefrega di titoli e sottotitoli di un certo tipo, così il volume esce e magari vende. Io mi sento grato a quello lì, se esiste, e ripenso a quanto arguto e profondo fosse Henri Bergson quando scriveva “la vita si insinua”. Ionon so se avrei l’umiltà di fare quello che lui/lei ha fatto.
    Come psicoterapeuta, come estimatore del pensiero di Bateson, come appassionato ai temi del cambiamento creativo e come violinista amatoriale il libro mi è piaciuto molto. Mi ci ritrovo tanto, ma tanto. Però c’è una cosa in particolare che – in senso positivo, naturalmente – è stata come uno spaesante pugno nello stomaco: la faccenda della resistenza e della resa. Non solo perché mi ci identifico in pieno da un punto di vista musicale (vedi questo mio post FB di pochi giorni fa: https://www.facebook.com/433622346691979/photos/a.443275925726621.104942.433622346691979/627520697302142/?type=1&theater )
    ma perché tra quella “resistenza e resa” e la “resistenza e resa” di Dietrich Bonhoeffer (vedi qui: https://www.facebook.com/433622346691979/photos/a.443275925726621.104942.433622346691979/480202858700594/?type=1&stream_ref=10 )
    non c’è differenza di natura, ma semplicemente di ambito di manifestazione. “Resistenza e resa” è stato l’ordine generativo che ha dato forma alla vita e alle scelte di Bonhoeffer, questo grande e radicale pacifista che ha lottato strenuamente contro l’asservimento morale al nazismo fino al punto di sentire come un imperativo il rinunciare al suo pacifismo e partecipare al fallito attento alla vita di Hitler (quello che vide protagonista Klaus Maria Von Stauffenberg), per cui fu poi giustiziato a Flossenburg. Ai pacifisti che gli rimproveravano l’apparente contraddizione derivante dal partecipare ad una azione violenta Bonhoeffer rispose: “ se un pazzo sale con la su auto sul marciapiede e sta per investire quattro bambini, io devo fermare quel pazzo”.
    La vita a volte fissa appuntamenti misteriosi da cui zampilla il senso del sacro. Anni fa come violinista nelle file della mia orchestra, l’Orchestra Sinfonica Amatoriale Italiana, https://www.facebook.com/groups/300256283342022/?fref=ts.
    partecipai ad una cerimonia di riconciliazione tra Italia e Germania che si tenne a Boves, un piccolo paese che fu incendiato e devastato dai nazisti in ritirata. Erano presenti un console tedesco, una nipote di Von Stauffenberg, varie autorità civili e religiose e naturalmente parenti di coloro le cui case furono incendiate. In apertura del concerto suonammo i due inni nazionali, tedesco e italiano. Da allora nel mio cuore (mi gioco tutta la credibilità, ma ogni tanto, solo ogni tanto questa parola gravemente impegnativa può e deve essere usata) quei due inni sono musiche di pace, palpitanti di resistenza e di resa.
    Grazie Massimo G. per la bella recensione.

    1. Grazie Massimo S. per il tuo importante intervento.
      Non c’è bisogno di spiegarlo a te, che la ragione per cui mi interessa la questione dell’improvvisazione non è solo di carattere musicale. Anche perché ti devo un po’ di consapevolezza sul fatto che nulla di musicale è solo musicale.
      Mi interessa naturalmente nel campo delle relazioni umane, e soprattutto in quella frazione di quel campo che è la relazione di cura. Mi oppongo come posso alle idee che rappresentano la cura della parola e della relazione come una procedura ma anche come un’operazione chirurgica, ma anche come un intervento tecnologico nel quale sapere bene cosa fare, quando e perché.
      E d’altra parte, come dimostra la storia di Boenhoffer, la posizione di resa non si può scambiare con una sua caricatura ideologica, cioè acontestuale, al di sopra della realtà e della storia.
      È la ragione per cui mi è mancata, in questo libro, un’attenzione all’improvvisazione dentro una storia già scritta, che è un esempio di come possiamo esercitare la creatività libera dentro un contesto che liberissimo non è. Che è una cosa ancora più eccitante che improvvisare senza controllo e senza cornice.

  3. “Nulla di musicale è solo musicale”. E’ su questo che lavoro da circa 20 anni. Uno che ha le idee chiare in proposito è Daniel Barenboim. Nell’intervista che linko qui sotto uno dei passaggi più evidenti è quando parla del “pensiero che sta sotto la musica”, a parte la faccenda dei contesti, che in ciò che sta facendo emerge in tutta la sua drammaticità. Un altro che prima ancora ha messo bene in evidenza, in un altro dominio, “nulla di musicale è solo musicale” è Hans Urs Von Balthasar …ma rispetto al suo pensiero sono solo un povero orecchiante, mi sembra giusto ricordarlo ma non ho le credenziali per soffermarmi più di tanto.

  4. Massimo, ben ritrovato.
    (Metto le mani, anzi le corde avanti: il tono di voce scritta è un po’ cupo. Motivi extratestuali, gli stessi per cui non ho ancora il titolo di q

  5. uel libro.)
    Comunque: se il dio delle trasmissioni mi assiste, e non mi manda il commento in pubblicazione come poco fa: il colore viola si ottiene mescolando blu e rosso, se non mi sbaglio. Il verde si ottiene dal giallo e dal blu. Il verde e il viola, però, sono lontanissimi. Il verde, dal rosso – almeno dal punto di vista di uno sguardo non educato alla pittura – è ancora più lontano. E’ probabile, insomma, che Glenn Gould mettesse nell’esecuzione delle Variazioni Goldberg una certa quantità, come dire, di improvvisazione. Certo non è la stessa – e non è neppure sensato raffrontarle – mole improvvisativa, diciamo, che John Zorn ha messo nelle sue più pazze scorribande nel free jazz.
    Cioè, l’improvvisazione è – come tu dici – un ingrediente. Siamo d’accordo. Ma improvvisare e seguire un tracciato improvvisando lungo i bordi, non è esattamente lo stesso.
    (Nel frattempo si è spento il computer; ho riscritto parte dell’intervento, che spero risulti comunque comprensibile).
    E Bolano non è Calvino. Per quanto entrambi – in misura diversa, – abbiano improvvisato nel loro lavoro di scrittori. Pur non essendo improvvisati, e questo è un altro discorso…

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