scalfariUn mese fa nel quiz di Carlo Conti i concorrenti si rovinano la reputazione collocando la nomina di Hitler a cancelliere nel 1948, poi nel 1964 e infine nel 1979 (erano le risposte proposte insieme a 1933). Richiesti poco dopo sulla visita di Ezra Pound a Mussolini, ipotizzano il 1964. Ovviamente non si tratta di sapere in che anno Mussolini abbia incontrato il poeta, ma semplicemente di escludere che il mascellone fosse in condizioni di ricevere chicchessia nel ’48, nel ’64 o nel ’79.
Chiaro che è una tragedia. Non si può derubricare l’episodio a seppur grave ignoranza delle nozioni scolastiche. È qualcosa di peggio. Se hai trent’anni oggi e pensi che Hitler sia salito al potere pochi anni prima della tua nascita, non hai alcuna idea di come sia fatto il mondo che abiti. Guardi le cose intorno e non trovi connessioni. Il mondo è sconnesso e inspiegabile.
Umberto Eco, che pure è uno che ne ha viste tante, sulla sua “Bustina di Minerva” si domanda come sia possibile che qualcuno possa non avere idea della distanza fra Hitler e la conquista della luna, e s’interroga su questo “appiattimento del passato in una nebulosa indifferenziata”, tanto più inspiegabile oggi, “visto le informazioni che anche l’utente più smandrappato può ricevere su Internet, al cinema o dalla benemerita Rai Storia”.

Nella sua rubrica “Il vetro soffiato” sul numero in edicola di “L’Espresso” Eugenio Scalfari gli risponde: Eco sbaglia perché “considera Internet, e in generale la memoria artificiale affidata alla tecnologia, una risorsa per stimolare i giovani mettendo a loro disposizione una massa enorme di informazioni”. La verità, invece, è che “La conoscenza artificiale esonera i frequentatori della Rete da ogni responsabilità: non hanno nessun bisogno di ricordare, il clic sul computer gli fornisce ciò di cui in quel momento hanno bisogno. C’è chi ricorda per te e tanto basta e avanza.”

scalfarignoranzaLa prima cosa che ho pensato è che Scalfari non ha centrato bene la questione. Se hai l’idea che Hitler è diventato Hitler mentre i Pink Floyd pubblicavano “The Wall” e da noi c’erano Craxi e De Michelis, il problema non è che la memoria ti fa cilecca: è che vivi in una condizione di disorientamento che si autoalimenta, perché l’unico modo che trovi per sfuggire all’angoscia di un mondo così disorganizzato è quello di farti meno domande possibile.
La seconda è che al tempo di Scalfari non esisteva l’internet ma evidentemente non esistevano nemmeno (e, se esistevano, la gente li evitava sdegnosamente, preferendo mandare a memoria quantità di informazioni per allenare la memoria) elenchi telefonici, rubriche, agende, enciclopedie, dizionari, taccuini per gli appunti e registratori. Sui taccuini e i registratori mi sono messo a ridere perché mi sono ricordato di un incidente recente: Scalfari che pubblica la sua conversazione con papa Francesco e poi – una volta che il segretario del pontefice, che gli aveva dato il suo “ok” sulla fiducia, rilegge il testo che è finito anche sul sito del Vaticano – è costretto ad ammettere che forse qualche passaggio, sì, ce l’ha messo di suo (“può essere che io mi ricordi male”) perché è abituato a non registrare nulla. L’ha fatto per 49 anni, spiega, “persino con Mitterrand”. E così ho pensato che la “tecnologia della memoria artificiale” magari non rende meno ignoranti, ma qualche volta ti evita delle fesserie.

Vabbè. Scalfari non ha capito di cosa si stia parlando. D’altra parte quando parla di Internet come di una “cosa”, di un “mezzo”, di uno strumento buono o cattivo (cattivo per lo più) che sta là fuori, curiosamente non considera che Internet è anche dove molti leggeranno il suo articolo. Il suo giornale è un pezzo di Internet, e anche lui, Scalfari, è Internet. Il suo articolo contribuirà a rendere Internet più utile alla cultura e alla memoria, o complice dell’incultura e della smemoratezza.
Ma questa ghiotta occasione di tirarla sulla differenza fra oggi e “un tempo” mica la può sciupare così:

Ma c’è di più: la possibilità di entrare in contatto, sempre attraverso il clic, con qualunque abitante del mondo, di parlare con un residente in Australia e, a tuo piacimento, con uno che vive nei Caraibi o in Brasile o nel Sudafrica o a Pechino; sembra inserirti in una folla di contatti e di compagnia. In realtà è l’opposto: ti confina nella solitudine. Molti fruitori della Rete infatti hanno smesso di frequentare il prossimo e restano ritirati in casa a “navigare” sulle onde della nuova tecnologia. L’amore anche fisico attraverso la Rete è diventato abituale per molti. Si chiama da tempo “amore solitario” e infatti lo è.

Normalmente, se fai un’affermazione su un presunto dato di fatto, il minimo che uno si aspetta è che tu possa fornire un argomento a sostegno: perché affermi questo? Che informazioni hai, o da cosa lo deduci?
Fanno eccezione due condizioni:
1) se parli del passato e di quanto era meglio del presente; oppure:
2) se sei Eugenio Scalfari.

La nobiltà del passato in confronto all’indegnità del presente è una verità talmente autoevidente e condivisibile che non hai bisogno non dico di prove o di argomenti, ma nemmeno della più sbrindellata pezza d’appoggio, e il rivendicarla ti qualifica all’istante come persona oltremodo ragionevole, prima che qualcuno possa domandarti: scusa, ma in che senso? (E se te lo domanda, niente paura: nel fragore degli applausi nessuno lo sentirà).
Ovviamente si dà un caso in cui le due condizioni ricorrono contemporaneamente: quello in cui sei Eugenio Scalfari e parli dei bei tempi andati. Allora puoi dire cose come “L’amore anche fisico attraverso la Rete è diventato abituale per molti” senza darti pena di spiegare non dico cosa intendi per “molti”, ma almeno che cacchio voglia dire “l’amore anche fisico attraverso la rete è diventato abituale”. Puoi anche trascurare che parecchi dati mostrino come le persone più coinvolte nelle relazioni online abbiano relazioni soddisfacenti nel mondo fisico e siano persino impegnate nel sociale o curiose intellettualmente. Puoi raccontare che quelli che oggi vivono chiusi in casa a chattare anonimamente con una pornostar americana che invece è un disoccupato di Catanzaro, un tempo avrebbero avuto una vita sessuale sfrenata (dalla quale si sarebbero astenuti solo per brevi pause durante le quali avrebbero declamato a memoria versi di Ezra Pound non senza rammaricarsi che il poeta fosse stato ricevuto dal duce a Palazzo Venezia).

Eppure il giornale di Scalfari ha pubblicato con un certo anticipo una notizia di cui altri quotidiani ci hanno informato solo in questi giorni, e che rende abbastanza bene l’aria che tira: la scoperta che i problemi dell’istruzione si risolvono con le “Aziende che discutono con le università per definire i programmi di studio”. Perché quello che si impara non è utile, e il sapere è significativo solo se ti rende “adatto” al lavoro. Non per orientarti nella realtà, non perché ti piaccia, non per la ragione sacrosanta di sapere e basta, senza nessuna ragione o scopo ulteriore.
E se è vero, come sospetto che sia, che questa posizione rappresenta bene un’ideologia ormai impostasi da tempo, questo chiude tragicamente la questione. Perché si ricorda non soltanto perché si esercita la memoria (che peraltro, certo, male non fa: con l’esercizio si sviluppano tecniche per ricordare, si affinano strategie, si impara come si fa) ma perché quello che si ricorda ha senso, si connette con qualcosa di significativo della tua esperienza. Allora diciamoci chiara una cosa antipatica: sapere non dico che mestiere facesse Ezra Pound e quando, ma persino in che anno, o almeno in quale metà del secolo, Hitler abbia dato il meglio di sé, non ha senso. È roba da sfaccendati improduttivi. Insomma, dai, senza falsi pudori: non serve a un cazzo.

[foto in apertura da Huffington Post]

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18 thoughts on “Quando sprizzavamo cultura da tutti i pori (cioè prima di Internet, no?)

  1. La questione è che i concorrenti del programma TV, e – in un certo senso – anche Scalfari, sono semplicemente ignoranti, e nulla più. Non credo che serva discuterne. Una posizione così è talmente indifendibile che non vale nemmeno la pena. Ma si rende conto che fra dieci – quindici anni i traduttori integrati nei cellulari renderanno obsoleto qualsiasi studio linguistico? così come le lenti a contatto chippate (evoluzione dei google glass) ci daranno in real time la realtà aumentata di tutto ciò che sarà nel campo visivo. Scalfari è solo un vecchietto che ragiona come un uomo dell’ottocento, ma non è colpa sua. La responsabilità è di chi sfrutta abilmente queste sue opinioni – come dire – un po’ superate. Poi non sono certo io a dire che la rete è tutto rose e fiori: vi sono mille problemi e questioni da affrontare, ma è ovvio che essere-connessi è un nuovo stato della coscienza.

    1. Sì, ma non mi soddisfa completamente la spiegazione generazionale. Ho il sospetto che ci sia qualcosa di più nel terrore di questi intellettuali di due generazioni fa nei confronti delle nuove tecnologie. Qui sul blog avevo commentato l’anno scorso il fatto che Roberto Calasso attribuisse a internet un “odio” verso i libri. Se arrivi ad attribuire dei sentimenti (ostili, per di più) alle cose, è chiaro c’è un problema.
      Cioè, parliamo di una generazione che quando comprava casa, badava che ci fosse abbastanza spazio per i trentamila libri della biblioteca di famiglia. Mi domando quanto appaia minaccioso tutto questo.

  2. Io sarò limitata ma non ho ancora capito cosa sarebbe la “conoscenza artificiale”. È il mezzo (internet) che è artificiale? o il modo di apprendere? e cosa invece rendeva naturale, suppongo, la conoscenza ai tempi in cui imparava lui? Certo sarebbe bello se Scalfari leggesse i blog, e se fra tanti blog leggesse anche il ragno, quello arrabbiato di stasera.

  3. E’ curioso che Scalfari sollevi contro internet praticamente le stesse argomentazioni poste nel Fedro di Platone contro la scrittura, e che immagino Scalfari conosca bene.

    “Perché esso ingenererà oblio nelle anime di chi lo imparerà: essi cesseranno di esercitarsi la memoria perché fidandosi dello scritto richiameranno le cose alla mente non piú dall’interno di se stessi, ma dal di fuori, attraverso segni estranei: ciò che tu hai trovato non è una ricetta per la memoria ma per richiamare alla mente. Né tu offri vera sapienza ai tuoi scolari, ma ne dai solo l’apparenza perché essi, grazie a te, potendo avere notizie di molte cose senza insegnamento, si crederanno d’essere dottissimi, mentre per la maggior parte non sapranno nulla; con loro sarà una sofferenza discorrere, imbottiti di opinioni invece che sapienti”.

    Praticamente le stesse parole…

      1. Umberto Eco sull’ Espresso risponde a Scalfari citando il discorso di Thamus dal Fedro di Platone.
        Anche assumendo che non abbia letto tarantula e ci sia arrivato da solo, sono pur sempre soddisfazioni, va’.

        😉

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