L’incidente recente di Massimo Gramellini sull’algoritmo è ormai consegnato agli archivi, e se lo recupero è perché mi serve da spunto per qualche pensiero più generale. Per chi l’avesse perso, faccio un riassunto; gli altri possono saltare dodici righe.
Massimo Gramellini pubblica il 6 novembre scorso sul suo giornale un “Buongiorno” dal titolo “Abbasso gli algoritmi”. Commenta una ricerca di cui non ha letto nulla se non gli echi sulla stampa e la riferisce come l’invenzione di “un algoritmo che consente di prevedere la durata di una coppia”. Coerentemente col suo personaggio di tutore dei buoni sentimenti contro il cinismo dei tempi, attacca un pistolotto sulla “dittatura dell’algoritmo” e sull’amore romantico che dentro le aride previsioni statistiche sta proprio stretto. Avete capito il genere, insomma.
massimo gramelliniSeguono polemiche, che stigmatizzano soprattutto la cattiva abitudine di criticare quel che non si conosce, e quella di banalizzare argomenti scientifici. Per avere un’idea dell’incredibile scivolone del vice direttore di “La Stampa”, è utile questo articolo.
Tale è la mole delle reazioni soprattutto in rete, nelle ore successive, che Gramellini si affretta a cospargersi di cenere il capo e risponde a questa critica di Alessandro Vespignani; poi, sulla propria pagina Facebook scrive una nota di chiarimento nella quale – fra le altre cose – dice:

“Quando scrivi tutti i giorni (e d’altronde il Buongiorno è un corsivo quotidiano) capita inesorabilmente di incappare in qualche giornata no, in cui il pezzo ti esce diverso da quello che avevi in testa”.

Ecco, volevo arrivare a questa candida ammissione dello sfruttamento intensivo nella comunicazione. Gramellini ci dice che la qualità del lavoro dell’opinionista è evidentemente secondaria al suo sfruttamento quotidiano. La cadenza giornaliera delle rubrica è la condizione; l’inevitabile caduta del livello dei contenuti è una conseguenza di cui farsi una ragione.
È chiaro che in un mondo non dico perfetto, ma appena ragionevole, non si scriverebbe perché c’è uno spazio da riempire, vada come vada, ma perché c’è da dire qualcosa alla quale, eventualmente, si cerca uno spazio una volta che si è sicuri di quel che si è scritto. I prodotti di questa logica capovolta sono i Gramellini, i Michele Serra, tutti quei maestri di pensiero che per mestiere hanno quello di farsi venire un’idea al giorno per parecchi anni. Se gliene viene più di una tanto meglio (gli dai una rubrica da Fazio), ma se gli capita uno di quei giorni in cui la cosa più intelligente che ti viene in mente è “ehi, interessante come l’acqua sia bagnata, oggi!”, è un guaio per loro e per quelli che li pagano per avere l’uovo fresco tutte le mattine.
Il risultato (“inesorabilmente”, dice Gramellini) è la banalizzazione. Quelli che dovrebbero aiutarti a capire la complessità del mondo circostante diventano degli attori caratteristi: Gramellini è l’uomo gentile che canta l’amore e si domanda che fine abbiano fatto i buoni sentimenti, Serra è l’ex giovane di sinistra che guarda spaesato i figli del 2000 e la loro tecnologia (come si vede, variazioni sul tema “i bei tempi andati”, che è quello rilevante per la fascia di pubblico che compra ancora i giornali). D’altra parte per improvvisare tutti i giorni, anno dopo anno, ci vuole un plot forte.
Michele SerraCosì, mentre crediamo che ci spieghino il mondo, in realtà si limitano a dirci quello che già pensiamo (che un certo numero di noi pensa). Il compito di un caratterista è quello: incarnare un “tipo”, una categoria, assomigliare il più possibile a qualcuno che conosci e che trovi familiare. La maggior parte dei commenti sui social network ai corsivi di questi autori dicono proprio cose del genere: “Sei grande, hai detto proprio quello che penso da sempre, però tu lo dici bene!”.
Nel mondo dei corsivisti seriali quello che ha senso è confermare i lettori nella loro visione del mondo e dunque nella loro identità. È non introdurre alcuna informazione, e comunque niente di dissonante da quel che ci si aspetta dal “tipo” nel quale il pubblico ha scelto di identificarsi e al quale ha affidato di dire quello che sente, ma che quello sa “dire meglio”, per poi riflettercisi.
Se fate un salto alla pagina Facebook di Gramellini e cercate il post nel quale si scusa per quell’articolo avventato, vedete che il tenore di molti dei commenti è: “perché ti scusi? Avevi ragione!”. Che diventa un bel paradosso logico: se hai sempre ragione, come la mettiamo quando dici una cosa e poi ti scusi per averla detta? Necessariamente una delle due volte avevi torto! Ma ci sono paradossi che si dissolvono facilmente, per esempio sostenendo che siccome una volta nella vita è fisiologico sbagliare (al difensore delle imperfette passioni sui freddi algoritmi, poi, è concesso anche un bonus ulteriore, ovviamente), chiedere scusa non sarebbe nemmeno dovuto: dunque chi lo fa è dotato di tale nobiltà d’animo da collocarsi d’ufficio fra quelli che hanno ragione.
Molti di noi vivono da qualche anno la rete come una credibile alternativa a questo abbassamento di livello (certo, bisogna saper scegliere). Non c’è l’obbligo di scrivere a scadenze regolari, non c’è limite di spazio, lo si fa per passione e senza controlli, e per di più c’è gente che scrive bene. In linea di massima è così. Spesso un post mediocre di uno dei migliori blogger è enormemente più interessante del più riuscito degli appunti quotidiani di questi opinionisti. Però vedo il rischio che la logica del vincere facile aggregando quelli che la pensano allo stesso modo possa avvalersi di tecnologie online create proprio per servirla.
Intanto esistono e funzionano sistemi che premiano la quantità. Appena condividi un contenuto su Facebook hai un breve oggettivo vantaggio costituito dal fatto che il tuo post è il più recente fra quelli che scorrono sulle homepage dei tuoi amici, e perciò appare in alto, in posizione privilegiata. A seconda del numero dei commenti e dei “like” che riceve, può tornare occasionalmente a spiccare là in cima alle notizie. Dunque, più riceve feedback e più è visibile. E più è visibile, più ha probabilità di ricevere feedback. (Allo stesso modo in cui più amici hai, più bacheche testimoniano la tua presenza. E così hai più probabilità di ricevere richieste di amicizia.)
Si chiama “retroazione positiva”: dove più c’è, più ci sarà. Va da sé che la retroazione positiva è un meccanismo che non garantisce affatto una maggiore distribuzione delle opportunità. Tutt’altro: garantisce una progressiva divaricazione fra chi ha e chi non ha, fra il successo e l’insuccesso.
Allo stesso modo, i libri che stanno nei primi posti in classifica hanno più probabilità di vendere, perché godono di maggior visibilità. I settimanali hanno rubriche con la lista dei dieci libri più venduti: e così li rendono più familiari di quelli dal numero 11 in poi. E poi a tutti noi capita di essere tentati dall’idea che se una cosa piace a tanta gente piacerà anche a noi, o comunque merita di essere provata.
Retroazione positiva: dove più c’è, più ci sarà.
Naturalmente i “like” premiano una certa consonanza di idee e di interessi, e così una buona parte dei commenti. Se si considera poi il numero di condivisioni di uno status (cioè il numero di utenti che l’hanno fatto proprio, ripubblicandolo sulla propria bacheca) è chiaro che abbiamo un indice di adesione ideale, una misura della sintonia di pensiero.
Un post (un’invettiva sulla casta, una foto di gattini) che riceva il favore di un certo numero di persone aumenta esponenzialmente la propria popolarità.
Proprio perché ha a che fare col tempo di visibilità di un contenuto, non è così scontato che questo sistema premi un approccio critico o consapevole. Una volta che hai condiviso un tuo articolo  sulla tua bacheca, non puoi aspettare che sia stato letto e apprezzato da qualcuno per ricevere i primi “like”, perché a quel punto sarà già scivolato in giù, rimpiazzato dalle pubblicazioni più recenti. Allora pubblichi il link a un post del tuo blog accompagnato da una breve battuta, un commento che riceva di per sé qualche apprezzamento e tenga a galla il tuo post finché qualcuno non sia andato a leggerlo e ad apprezzarne il contenuto, e lo sostenga in posizione alta. In generale, il trattamento riservato al tuo link nei primi minuti condiziona in buona misura la fortuna che esso avrà. Se resterà inosservato per un certo tempo, avrà vita dura.
Tutto questo non premia – non sempre, non automaticamente – la capacità di dire cose nuove o intelligenti. Premia spesso la capacità di sintonizzarsi con quel che vuole la grande maggioranza dei propri contatti.
kloutEsiste da qualche anno un’applicazione, Klout, che intende misurare la capacità di un utente di “influenzare” i propri contatti attraverso le interazioni nei social network. E prende in considerazione, appunto, il numero di commenti, di “mi piace”, di condivisioni e di retweet. Ora, io penso che un sistema del genere possa misurare tante cose, ma nulla che si possa considerare “influenza”. Confermare le persone nel loro punto di vista è il grado zero dell’influenza. Nessuna perturbazione, nessun apprendimento: nessuna influenza.
Oltretutto Klout premia la gramellinizzazione, cioè l’occupazione costante dello spazio al di là del livello di quello che si dice. Conquistare un paio di punti per il proprio indice Klout è un’impresa che richiede almeno diversi giorni di lavoro costante nell’alimentare le conversazioni sui tuoi contenuti, ma ti basta un week end di vacanza senza connetterti per perderne altrettanti. Uno strumento del genere premia la capacità di sfruttare la retroazione positiva – cioè di usare la quantità di apprezzamenti ricevuti per generare altri apprezzamenti – e la presenza costante nel maggior numero di social network possibili. Dire qualcosa che “influenzi” è un’altro paio di maniche.

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3 thoughts on “L’amore ai tempi dell’influenza

  1. Non so se sia poi così importante, questo sistema premiante, non lo sopravvaluterei.
    L’ influenza .non nasce su Facebook o su Twitter (per quel poco che ne so), chi ha molti followers, da Kathy Perry a papa Francesco, li ha perché ha acquisito influenza “fuori”.
    Si può diventare influenti a partire da un buon blog, persino.
    I like su Facebook arriveranno…

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