Grazie a Huffington Post che l’ha tradotto e ripubblicato (e a Daniela Carchen che lo segnala sul social network) scopro questo articolo dal blog “Wait But Why” sui “7 modi per rendersi insopportabili su Facebook”. Cioè: che differenza c’è fra gli status che leggiamo volentieri e quelli che troviamo molesti, eccessivi, odiosi?
L’autore dell’articolo traccia una distinzione interessante: vintage-facebooki post che servono solo a chi li scrive e quelli che fanno qualcosa di buono per il lettore: gli forniscono informazioni, lo intrattengono, lo divertono. Dal momento che si dà anche la possibilità che le due funzioni siano presenti entrambe in un messaggio, considera una regione “intermedia” che comprende quei messaggi che oltre a soddisfare il narcisismo dell’autore mettano qualcosa a disposizione di chi legge.
I messaggi del primo tipo risultano importuni, quelli del secondo tipo e quelli “a cavallo” no (vedi l’immagine più giù).
I famosi “sette modi” (li riassumo alla buona, ma voi andate a leggere l’articolo: in italiano o in originale) sono:
1) vantarsi (dire quanto è favolosa la tua vita, o la tua fidanzata…);
2) fare rivelazioni criptiche: suggerire che ti è accaduto qualcosa senza dire cosa (“Oggi potrebbe essere una giornata grandiosaaaa… “);
3) aggiornare su dettagli futili (“Vado in palestra, poi al corso”);

Da Huffingtonpost.it

4) esprimere in pubblico messaggi privati;
5) l’immotivato “discorso per la premiazione agli Oscar” (“Volevo solo dire quanto sono grata per avere tutti voi nella mia vita. Il vostro sostegno è tutto per me e senza di voi non sarei riuscita a fare quasi nulla di tutto quel che ho fatto quest’anno”);
6) esprimere opinioni ovvie (“Sono solidale con gli egiziani che lottano per il loro diritto alla libertà. Tutti hanno diritto alla libertà e prego che riescano a ottenerla”);
7) le perle di saggezza (“Non capisco tutto questo parlare dell’anno nuovo e le persone che affermano di voler cambiare nell’anno nuovo. Se vuoi migliorarti non importa che giorno dell’anno sia. Io? Domani sarò la stessa persona che sono oggi”).
L’articolo mi ha incuriosito subito perché mi ha fatto ripensare a un incidente occorso qualche mese fa al mio amico Facebook Matteo Grimaldi (quel Matteo Grimaldi): in un periodo di svolta della propria vita, a cavallo della laurea e della decisione di trasferirsi in un’altra città subito dopo, aggiornava i frequentatori della sua timeline col racconto dell’avvicinamento ai due traguardi. Si raccontava con l’ansiosa eccitazione di chi vede aprirsi prospettive ignote, e anche con la lievità di chi non ha, diciamo, un senso tragico della vita. Io seguivo con solidarietà e anche un po’ di divertimento le sue avventure, finché un giorno Matteo riferì sul suo status di aver ricevuto un messaggio piuttosto brusco:

“Messaggio privato ricevuto un’ora fa: Matteo Grimaldi, non serve che sbatti la tua felicità in faccia alle persone. E’ sgradevole in un momento così, credimi!”

Se il “momento così” era quello della crisi globale, tutto si poteva dire a Matteo, neolaureato disincantato anzichenò, salvo che accusarlo di trionfalismo fuori luogo. Trovavo curioso che quello che a me suscitava simpatia, per un altro fosse così fastidioso. Lo scarto fra la mia reazione e quella mi fece formulare due ipotesi: 1) quel tale aveva letto uno status, forse due, e non aveva colto il senso di tutta la storia, perdendosi l’ironia con cui era raccontata e anche i suoi aspetti tutt’altro che gloriosi; 2) semplicemente, la storia non gli piaceva: non tutti, quando soffrono di qualche guaio, hanno voglia di raccontarla coi toni dell’ironia anziché del dramma. Ci sta. Per qualche ragione certamente sensata, di quella storia aveva colto gli elementi lieti più che il sudore e la fatica.

facebook-vintage-adChe sia l’una o che sia l’altra, il confronto con il piccolo incidente di Matteo mi aiuta a identificare alcuni punti deboli dell’articolo di Wait But Why. Perché la domanda è interessante (perché gli altri ci risultano interessanti e simpatici, o al contrario disturbanti e fastidiosi?) ma la risposta che propone è secondo me un po’ troppo semplice. D’altra parte ogni schematizzazione paga alla sua utilità il costo di qualche grado di semplificazione e generalizzazione.
Primo, l’articolo parla di un post su Facebook come se fosse un singolo atto comunicativo, chiuso in sé stesso, e senza un legame col resto della storia.
Secondo, trascura proprio quella: la storia. Che è una relazione: il suo senso non lo costruisce soltanto chi la racconta, ma in qualche misura anche chi la legge.
Mi direte: ma come “una storia”? Io non ho mica intenzione di raccontare la mia storia, quando scrivo le mie scemenze sulla bacheca!
Lo fai. Ogni traccia di te che aggiungi partecipa a costruire un contesto per tutte le altre, e dentro quel farsi reciprocamente da contesto prende forma una trama.
Che cos’è una trama? L’esempio che facevo qui, sempre parlando di Facebook, è che un conto è dire “il re morì” e poi “la regina morì”, e un conto è dire “il re morì, e poi la regina morì di crepacuore”. Nel secondo caso i due “fatti” sono connessi in una trama. E cos’è che di due fatti fa una trama? Cos’è che stabilisce una connessione fra loro? Per esempio il fatto che siano vicini nel tempo, ma non basta: suppongo che abbia a che fare con quelle che chiamiamo “emozioni”, che danno un senso a quei fatti e fanno in modo che essi si diano senso a vicenda. Le emozioni stabiliscono connessioni. Diciamo così: sono il collante di una storia.
Se tu scrivi sulla tua bacheca “Il re morì”, a me viene in mente un tizio un po’ borioso col mantello di ermellino, oppure un regnante generoso, o ancora un combattente eroico. Se il giorno dopo scrivi “è morta la regina”, nella stessa cornice della prima notizia, io sono colpito dalla concomitanza degli eventi e ipotizzerò che il secondo sia una conseguenza del primo; penserò magari a quanto insopportabile debba essere stata per lei quella perdita; potrò provare cordoglio per la sorte di una coppia tanto degna e tanto unita, o sdegno per l’indifferenza nella quale si consuma la perdita di due persone tanto degne di lode, oppure – se ho a noia tutte le “caste”, compresa quella dei regnanti – posso persino godere della sorte comune di quei due maledetti privilegiati. Eccetera.
Io ho su Facebook due amici che sono una coppia nella vita. Abbiamo parlato tante volte di musica e dei concerti che siamo andati ad ascoltare senza incontrarci. Quando stavano per avere un bambino e ho seguito quei mesi durante i quali la passione per la musica ha fatto spazio ad altro. Poi, quando il bambino è nato, tra le feste e gli auguri sulle loro bacheche gli ho domandato se avessero in mente di mettergli subito in mano uno strumento, e loro hanno scherzato sul fatto che i parenti gli avrebbero regalato presto una batteria! Eccola, la trama. Due “fatti” (amano la musica, avranno un bambino) producono qualcosa di più complesso: la comune passione per alcuni musicisti, le conversazioni condivise, la sorpresa dell’annuncio, hanno connesso quei due fatti e li hanno resi per me i nodi di una trama. L’avrebbero fatto anche se i miei amici fossero stati del tutto inconsapevoli di stare raccontando qualcosa di sé.
Dei miei tanti amici aquilani seguo le vicende legate alla ricostruzione e alla riconquista del diritto di rientrare nella propria casa e di essere di nuovo parte di una comunità: certe volte la “rivelazione criptica” è il modo di raccontare di chi sta col fiato sospeso; e i “dettagli futili” in certe storie possono essere di importanza fondamentale (per chi con quella storia ha qualche genere di legame affettivo, almeno). Altri profili, invece, sono meno prodighi di fatti intorno ai quali costruire trame: se fossero film, sarebbero film in cui la storia è più al servizio della costruzione del personaggio che di un intreccio narrativo.

E comunque, un po’ come accade in qualunque altra relazione, quando scriviamo su Facebook qualcosa che qualcun altro leggerà, stiamo proponendo qualcosa di noi. Cerchiamo un modo – metaforico quanto volete – per “toccare” qualcun altro. Cerchiamo connessione, vicinanza, prossimità. Cerchiamo – niente di strano – degli occhi che ci vedano. Wait But Why bolla la maggior parte di quelle comunicazioni “moleste” come “costruzione dell’immagine”: ma in un certo senso, sì, scrivere sul social network (e perché, scrivere una lettera, allora? e parlare a un pubblico? e a un amico?) è anche proporre un’immagine di sé e cercarne la conferma, o confrontarla con l’immagine che l’altro ci rimanda di noi.
Raccontiamo una storia, che l’altro smonterà e rimonterà in funzione della propria particolare sensibilità, della propria storia, del contesto e vai a sapere di cosa altro ancora. Credo che l’etichetta “costruzione dell’immagine” sia un modo un po’ moralistico per sbarazzarsi di questa implicazione complessa della comunicazione on line e per darle un aspetto futile e deplorevole: dove la parola “immagine” porta addosso lo stigma della superficialità.
facebook
Ci sono quelli che, con monomaniacalità quasi pornografica, raccontano sempre la stessa storia. Quanto amino la moglie, quanto odino i politici, quanto siano grati alla Madonna. Può piacere, ma devi essere proprio amante del genere. Un mio contatto, fino a quel momento piacevole peraltro, iniziò a pubblicare esclusivamente battute sui politici; nemmeno irresistibili, secondo me. Dopo qualche tempo, forse per la mia scarsa interazione, fu lui a cancellarmi, togliendomi dall’imbarazzo di decidere io se farlo o non farlo, ma dovetti prendere atto che a molta gente le sue battute piacevano.
Anche chi legge vorrebbe veder riconosciuto quel che offre di sé. E quando legge si domanda: ma stai parlando proprio con me, o mi usi come un mezzo, un tramite o una specie di deposito di qualcosa? O sono qui a far numero? E, per lui come per l’altro, l’esperienza sarà più o meno gratificante o deludente: ma mi pare che questo non sia mai l’effetto di un singolo messaggio (neppure reiterato), ma piuttosto di una costruzione di senso cumulativa e soprattutto legata strettamente al contesto, alla relazione, ai significati (per passare solo di sfuggita su un’altra variabile di importanza capitale: il fatto che quella persona la si sia incontrata anche nel mondo “fisico” o no).

Come esseri umani siamo bravi a metaforizzare. Questo è un grande vantaggio, perché ci permette di allargare i limiti del nostro pensiero e qualche volta di trovare delle cose dove non siano disponibili “fisicamente”. Per quanto qualcuno trovi futile intrattenere relazioni virtuali, per molti di noi l’esperienza della prossimità psicologica che può instaurarsi on line può essere soddisfacente quanto quella fisica. Certo non perché permetta tutto quello che è possibile in presenza (chi direbbe il contrario?), ma perché dal punto di vista psicologico può essere assai gratificante: per esempio offre uno spazio per raccontarsi a un po’ di persone, e di vedere la storia che si racconta moltiplicata come in un prisma. Ci sono tanti modi per sperimentare un genere di “prossimità”, e da sempre (da molto prima di Facebook e di Internet) inventiamo mezzi per permettere alle parole e alle storie di superare confini fisici e distanze. Le storie che raccontiamo di noi raggiungono l’altro come se fossero dei nostri prolungamenti, come se attraverso esse potessimo allungare le braccia fino a toccarlo. E usiamo quei mezzi sempre con la speranza che l’altro, una volta raggiunto, voglia ricambiare il contatto o gratificarci di uno sguardo.

[dove non è diversamente indicato, le illustrazioni sono prese in prestito da amtoto.blogspot.it]

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5 thoughts on “Siamo su Facebook. Cosa mi racconti oggi?

  1. molto interessante. E grazie di aver scritto queste cose a proposito di quell’articolo che mi aveva lasciato molto perplessa.

  2. G., amico in facebook e forse anche nella vita fuori-schermo, valuta gli status diciamo, sulla base di un “criterio quantitativo”, innanzitutto. Se il testo supera le quattro, cinque righe è da buttare, e non perché lui non vuole perderci tempo o non ha tempo, il tempo non c’entra proprio, no per lui quello status infrange una qualche regola di comunicazione. E al di là del contenuto ovviamente. Temo che la stessa mole testuale suddivisa in magari quattro, cinque status uno dietro l’altro e di contenuto pari a zero (più difficile dire banalità in un discorso lungo e giocoforza coerente) sia invece ricevibile.
    Ovviamente io inorridisco, e mentre lo diceva sentivo un incoercibile prurore sulla guancia.

    1. Ciao Daniele, sono stato lontano per un po’.
      Mi ricordo dell’altra nostra chiacchierata sui messaggi da 140 caratteri, so come la pensi.
      Chiaro che il tempo perso veramente è quello passato a leggere cose inutili, non cose lunghine. Ma è anche vero che, per sapere se sono inutili, prima devi leggerle. E se di tempo non ne hai… 🙂
      Insomma, certi amici vanno proprio di fretta…

  3. Sì, sono d’accordo Massimo. Io ad esempio so di quali, tra i miei amici di facebook, può essere utile leggere un testo, uno status. Epperò non faccio questa selezione qui sulla base della lunghezza media dei messaggi. Forse la questione è qui… (Il che mi ricorda un po’ quei lettori frettolosi e inesperti di poesia che affermano di leggere solo i componimenti brevi, che la poesia è breve, si sa, e magari si sono persi la Commedia, poveretti, poveretti loro, : – )

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