dadostar[Qui c’è la prima parte]

Per quanto anch’io abbia trovato a volte avventate e semplicistiche certe affermazioni di Laura Boldrini (ai tempi in cui il suo bersaglio era la cosiddetta “anarchia in Internet”, ad esempio), mi ha sorpreso la violenza della reazione, immediata come un riflesso condizionato, al suo breve accenno alla questione dell’immagine della donna nella pubblicità: che sia la moglie che serve in tavola mentre il marito aspetta o che sia la donna che rende sexy uno yogurt, un viaggio, un computer. Non c’è niente di così rivoluzionario, a ben vedere, in quel che ha detto. Piuttosto – diciamo – una di quelle cose che sappiamo ma che ogni tanto è bene che qualcuno ci ricordi.

Eppure, delle sue frasi – brevi ma dal senso abbastanza chiaro – molti commentatori hanno capito, sorprendentemente, che la Boldrini stava polemizzando su chi serve in tavola. E su quello sono seguite reazioni talmente violente da costringere la Presidente della Camera a pubblicare un video per chiarire i termini della questione a chiunque volesse fare un piccolo sforzo per capirli: non parlava di donne che servono a tavola, ma di stereotipi dei media: come quello che vuole della donna che spignatta col grembiule da cucina mentre i mariti siedono a tavola ad aspettare col lembo del tovagliolo infilato nel colletto della camicia.

Apro giusto una parentesi, per dire che quando un giornalista decide di partecipare all’aria che tira, non si limita a livellarsi sulla chiacchiera corrente, ma partecipa alla legittimazione della rozzezza semplificatrice come forma di confronto. Si assume una responsabilità grave, insomma.

Chiusa parentesi.

Così, nemmeno la puntualizzazione della Boldrini è servita al popolo del mondo bidimensionale, come dimostra la serie di commenti sulla sua pagina Facebook da parte sia di uomini che di donne.
Colpisce, ma non meraviglia, l’impossibilità di dire due cosette semplici semplici:

1: la differenza fra “una donna serve in tavola” e “una donna è colei che serve in tavola” è apparentemente sottile, ma ci passa un mondo; chi non ne tiene conto lancia accuse a vanvera (che sarebbe anche la cosa meno grave);

2: qualunque stereotipizzazione dell’immagine della donna, comporta specularmente una violenza simile anche sull’altro sesso. Io non sono una donna, e non mi piace per niente l’immagine di quell’uomo seduto ad aspettare di riempire la pancia. Col giornale aperto, o con forchetta e coltello in mano e piantati sulla tavola, con la salivazione abbondante o al contrario azzerata dall’apprensione per le performance culinarie della donna di casa (chi si ricorda: “ehi, papà, guarda: un pollo!”?).

Se posso aggiungere, non mi piace nemmeno l’idea di tavola e di convivialità che emerge da quegli spot, e penso che questo abbia molto a che fare anche coi buchi della nostra educazione all’alimentazione e al piacere. Alla corporeità, persino: ecco, invece di prendermela con le modelle secche per spiegare come mai tante ragazze si maltrattano digiunando, comincerei proprio da lì, dal modo in cui tutti quanti concettualizziamo il piacere e il gusto. E anche qui, chiudo parentesi.

Mi pare che la preoccupazione principale di tanti commentatori viscerali sia che qualunque leggerezza a proposito della rigidità dei ruoli “naturali” metta in pericolo le differenze; che minacci la fiducia in un mondo sufficientemente comprensibile, nella realtà che le femmine sono femmine e i maschi sono maschi. Che il nero è nero e il bianco è bianco.
L’accusa frequente alla Presidente è stata di “femminismo”, anzi, di “veterofemminismo”. Il prefisso “vetero” è uno di quei trucchi retorici che si usano per mettere in ridicolo una posizione senza fare la fatica di confutarla: non c’entra il contenuto ma la sua età (è della stessa scuola della “rottamazione”). Resta da capire quale sia il “neo”-femminismo che tutti quelli che accusano di “veterofemminismo” troverebbero evidentemente più “cool”.
Non c’entra il “vetero”, dunque, è proprio l’argomento a fare problema. E non è questione che riguardi solo le femministe, e nemmeno solo le donne, perché – come dicevo più su – gli stereotipi su un genere non danneggiano solo un genere.
E nemmeno mi lascio incantare dall’argomento “si occupi di chi non arriva alla fine del mese, non sono quelli lì i problemi”; son graduatorie fesse che si usano solo per chiudere i conti con una questione.
E se non si capisce l’accento posto da Laura Boldrini sul problema, non si capisce che non si tratta di una piccola ancorché antipatica faccenda marginale, ma ha implicazioni che abbracciano diversi aspetti importanti delle nostre vite.
Si tranquillizzino, vorrei dire ai commentatori. Le differenze sono salve. Solo, il grosso guaio è che le differenze non sono cose, ma relazioni. E le relazioni sono quella roba che si muove, che si modifica, che si trasforma nel tempo. Così le differenze non restano uguali: generano differenze, anche fra le differenze.
Non esiste la possibilità che il bianco e il nero, uno accanto all’altro, rimangano uguali a sé stessi per molto tempo. Si inventeranno qualche altro stato, magari uno diventerà un po’ a strisce e l’altro un po’ a pallini. Se la “natura” avesse predisposto un genere per preparare il cibo e l’altro per aspettare seduto, la specie umana si sarebbe estinta piuttosto in fretta. E per fortuna la natura non è così idiota.

Se davvero fossimo fatti per non modificarci e per fare dei nostri ruoli prescritti delle “storie uniche”, non saremmo aopravvissuti al giro di boa delle ultime due o tre generazioni.
L’abbattimento della mortalità infantile (negli anni Quaranta morivano dieci bambini su cento nati vivi e già si erano dimezzati rispetto a ottant’anni prima; oggi sono poco più di tre), l’ingresso sulla scena della piccola famiglia nucleare, hanno reso la famiglia il luogo degli affetti. Oggi ci pare scontato, ma basta osservare come i “bambini” siano una invenzione tutto sommato recente. Lo è l’investimento emotivo e progettuale sui figli, la loro centralità nella vita familiare (e nella pubblicità, se vogliamo usarla come specchio di quello che succede intorno).
Tutto questo ha richiesto l’apprendimento di una nuova lingua (avete presente, sì?, la fesseria dura a morire del “mammo” per dire una figura di padre accudente che comincia a condividere il ruolo di cura e di vicinanza psicologica?). I maschi, soprattutto, hanno dovuto imparare una nuova lingua per rispondere alla richiesta crescente di una presenza affettivamente rilevante al di là del procacciamento del pane.
Fiumi di inchiostro si versano sulla presunta “morte” del padre, sulla scomparsa di una figura guida nella vita come nella politica e nelle istituzioni. Massimo Recalcati prende “Habemus Papam” di Nanni Moretti come metafora di questo “passo indietro” del padre: il pontefice eletto si ritrae lasciando vuoto il balcone di piazza San Pietro.
Io credo che non sia sparito. Credo che stia lì dietro la finestra, con gli altri uomini, a cercare di capire da che parte si comincia, in un mondo che forse è troppo diverso da quello per il quale l’ha preparato suo padre.
Molti ci riescono, e bene. Parlano la lingua della cura e degli affetti, non hanno paura di nominare i propri né di riconoscere quelli dei figli, o della persona che hanno accanto. Venti anni fa nel mio lavoro era – non sempre, non dappertutto – piuttosto difficile coinvolgere un padre, un marito: “non può, è a lavorare”; e poi non era affar suo, lui pensava alle cose più concrete. Tutto il resto era roba da mamme. Oggi già è diverso. Non sempre, non dappertutto, ma generalmente è un po’ diverso.

Ma molti altri non ce la fanno, oppure pensano che quella lingua, come far da mangiare e servire in tavola, sia roba da donne. E sempre di più le donne si rivolgono loro in quella lingua e loro non capiscono cosa quelle si aspettino. Non capiscono la domanda. E più non capiscono, più impazziscono. Leggo spesso che un uomo violento è un uomo che non sa elaborare l’abbandono. Aggiungo che non sa farlo perché non conosce la parola. Non sa dire “non mi abbandonare”, non sa dire “mi sento abbandonato”. Non ha ancora imparato la lingua.

Insegniamogli a cucinare, a questi ragazzi. Insegniamogli a uscire dalle tossiche “storie uniche” su come dovrebbe essere un uomo e come una donna. Insegniamogli a servire a tavola, e insegniamogli che, se servire a tavola non ha a che fare con la sottomissione ma col piacere, col contatto, beh, il piacere e il contatto sono cose da uomini e da donne.
E insegniamogli la lingua. Quando gli domandiamo “perché piangi?” abbiamo fatto già un bel pezzo del nostro lavoro. Se imparano che ci sono le parole per quella domanda, imparano che ci sono le parole anche per la risposta.

Annunci

26 thoughts on “Chi serve in tavola? (Il genere, la violenza e le teorie / 2)

  1. Massimo, sei grande. Sul finale mi sono quasi commossa. Vorrei che ti leggesse anche la Boldrini, anche Scanzi (l’uccellologa???), che ti leggessero gli uomini che aspettano seduti a tavola di essere serviti, ma soprattutto le donne che mai sarebbero capaci di sedersi a tavola e farsi servire, qualche volta, non per rivincita né per vendetta, ma per praticare quel sano sport che è lo scavalco dei ruoli.

  2. arrivo qui dal blog di zauberei, complimenti, un uomo che si è alzato da quella tavola, che si è levato quel tovagliolone, e con molto criterio

    1. Grazie, Viola, e ben arrivata.
      Io i complimenti me li prendo, ma ecco, soprattutto volevo testimoniare che da quando ho cominciato ad avere un punto di osservazione sulla questione, ho visto cambiare un po’ di cose.
      Torna quando vuoi!

  3. Permettimi di credere che la maggior parte dei genitori chieda ad un figlio maschio piangente “perché piangi?”. L’unica differenza sostanziale secondo me risiede nel fatto che ad alcuni interessa davvero la risposta. Ad altri no.

    1. Ciao Daniela, sulla genesi di quella citazione vedi la risposta a Marina. E’ un’idea straordinariamente importante!
      Ti assicuro che quello che oggi sembra scontato soltanto ieri non lo era. L’ingiunzione per cui un maschio non deve piangere non è roba di qualche millennio fa.

  4. Anch’io qui dal blog di zauberei.
    Grazie per far sentire le parole di un uomo sull’argomento, perchè si può essere uomo e pensarla così.
    Mi rendo conto di vivere in una realtà diversa, dove i ruoli sono più fluidi e ci si aiuta a vicenda, e si cerca di “nominare le emozioni” ai figli, maschio e femmina, che cucinano entrambi anche se sono piccini!

    1. Ciao Paola, grazie. I processi e i cambiamenti sono difficili da descrivere: allora si scrivono libri e articoli che dicono “il maschio non c’è più”, “i padri se la sono data a gambe”, “il rock and roll è morto” eccetera 😀

  5. Leggo da un mio contatto femminile su Facebook: “per me servire in tavola è un piacere”. Vorrei chiederle perché, se è un piacere, allora per partito preso gli uomini dovrebbero negarselo. Non ha senso.

    1. Ciao Ale e grazie, mi dai l’opportunità di chiarire una cosetta che pare perdersi nel casino delle tifoserie.
      Laura Boldrini ha detto le cose che ha detto in un convegno su donne e media. Di quello parlava, dell’immagine della donna nella pubblicità e negli spettacoli televisivi. Di lì, forse senza conoscere la cornice, alcuni hanno imbastito una questione sulle donne che servono in tavola.
      Per cui sì, viva chi ama cucinare, apparecchiare, servire, mangiare, bere! Uomini o donne che siano 🙂

  6. Bel pezzo. Trovo che parlare di “femminismo” in questo contesto – e in molti casi analoghi – sia riduttivismo figlio della semplificazione e padre della cattiva comunicazione, quella strafottente, mirata allo scherno e all’autoconforto. Invece, parlare di differenze per leggerle come una risorsa, così che maschile e femminile siano l’inizio di un pensiero e non facili contenitori, vuoti e a compartimenti stagni, mi sembra un metodo non solo importante ma anche, al tempo stesso, meno “furbo” e meno spossante. Non mi dilungo. Per ora 🙂
    Complimenti, bel blog.

    1. Grazie assai, Paolo.
      Tirare in ballo il femminismo a proposito di una critica (ripeto: sull’immagine delle donne nei media, non su altro) che molti di noi sentirebbero di poter fare, è un modo per circoscrivere la questione a una categoria di persone. Invece gli stereotipi televisivi ci riguardano e c’entrano con la vita di tutti noi.
      Peraltro si fa un uso insopportabile della parola “femminismo” usata come insulto, come stigma di appartenenza a una minoranza rumorosa e capricciosa.
      Torna quando vuoi!

  7. Dopo averti letto ho continuato a ragionare sul concetto di differenza. Quando ero una femminista-non-ancora-vetero-perché-avevo-vent’anni mi riconoscevo in quel filone del femminismo che professava il “pensiero della differenza”, che si concentrava cioè sul fatto che le donne sono diverse dagli uomini e che questo è un punto irrinunciabile dal quale partire. Partire per rivendicare l’uguaglianza dei diritti, naturalmente, ma senza mai dimenticare la differenza. Ora tu scrivi che le differenze non sono cose ma relazioni, e che quindi sono soggette a variazioni nel tempo; non ci avevo mai pensato ma mi sembra che così acquistino più valore, perché in quanto tali sono destinate a mutare, ma a sopravvivere, finché ci saranno relazioni tra uomini e donne, non credi? E ribadisco che le differenze sono un valore, purché uomini e donne siano liberi di scegliere i propri comportamenti a partire dalle rispettive differenze, FUORI dagli stereotipi.

      1. Diciamo che ho letto qualcosa a proposito della Gillian nella letteratura femminista, ma non lei direttamente. Non sono mica una studiosa di psicologia 🙂

  8. Informo il tizio che si qualifica “Scanzi rulla” che no, non lo pubblico. Se attacca alle sue fesserie anche un argomento, anche piccolino, allora è diverso. Si eserciti e può farcela anche lui, magari per una prossima vita. Per il momento, come rappresentante della categoria, uccellologa basta e avanza.

  9. Anche a me è piaciuto molto questo pezzo. Anche io vengo dal blog di Zauberei, son passata dalla sua lettera al direttore di Repubblica all’articolo su Boldrini, e quindi son finita qui. E ne sono contenta. Ora ti seguirò caro.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...