Ventiquattro mesi in Alaska (son cose di donne)

campagnaIo questi pensieri finora me li ero tenuti per me, perché in fondo non sono fatti miei, e siccome stiamo parlando di un gioco privato fra un certo numero di donne che frequentano i social network, mi pareva di fare il guastafeste parlando del trucco a chi non lo conosceva (pochi peraltro: perché già parecchi siti l’hanno svelato). Cose di donne, insomma. Però adesso ci ha pensato Zauberei a farlo saltare in aria, e dunque non mi preoccupo più.
È cominciata qualche anno fa, con un messaggio privato circolato fra le utenti di Facebook che invitava a scrivere un post criptico sul proprio status: la prima volta, credo, su dove mettere la borsetta; un altro anno sul colore di reggiseno; quest’anno su un viaggio in un certo paese per un certo numero di mesi (nel codice segreto condiviso, il mese della propria nascita corrisponde a una determinata nazione o città straniera, e la durata del viaggio corrisponde al giorno). Nell’intento di chi ha organizzato questa agenzia di viaggi fasulla ancorché virale c’è la sensibilizzazione alla prevenzione del tumore al seno.
Allora: vediamo chi è il primo che alza la mano e fa “ma che ci azzecca il tumore al seno coi viaggi in Alaska?”.
Ecco, caro lettore che mi fai la domanda che farebbero in molti: tu mi confondi la cornice col quadro. Spesso nelle cose di comunicazione lo scopo è affidato alla cornice. Ovviamente parlando di reggiseni fucsia o di viaggi in Honduras non si previene un bel niente. Ma la cornice è fatta dalle regole del gioco: scambiamoci un messaggio con le istruzioni, organizziamo un gioco in silenzio, scriviamo tutte insieme qualcosa, facciamo che la capiamo solo noi, facciamo che i maschi si incuriosiscano e restino a guardare.
sette_anni_in_tibet_brad_pitt_jean_jacques_annaud_001_jpg_jsms.jpgAllora si crea complicità e connessione, una specie di community diffusa che condivide metaforicamente (e dunque senza terrore) un pensiero, e magari giocando si conosce anche qualche persona nuova. Creare connessione non sconfiggerà le malattie, ma è sempre meglio della sconnessione. Nulla quaestio, anzi mi pare persino un’idea interessante nella sua lievità.
Ecco. Cos’è che non mi torna allora, di questa giocosa tradizione ormai consolidata? C’è una ragione se quest’anno le reazioni di fastidio (non tanto dei maschi tenuti all’oscuro, quanto delle donne che ricevono l’invito a giocare) mi sembrano quasi pari ai messaggi di condivisione. Persone che stanno affrontando un problema di salute nella propria vita, e non nelle simpatiche campagne virali della rete, rispondono giustamente irritate all’invito a giocare dopo essere state inopportunamente coinvolte. E converrete che, per lo spirito e gli scopi della campagna, questa era veramente l’ultima cosa che doveva succedere.
Non ci vuole un mago della comunicazione per sapere che non si racconta due volte la stessa barzelletta. (Perché anche l’umorismo è questione di giocare tra cornice e quadro).
Perché dalli e dalli, la cornice diventa quadro, e creare connessioni estemporanee diventa fine a sé stesso. E un gesto sorprendente diventa consuetudine. E la leggerezza diventa un dovere, e perciò offensiva. E la trovata di fare una cosa fra di noi diventa settaria esclusione degli altri (quando con i maschi bisognerebbe piuttosto condividere informazioni e sensibilità, non tenerli fuori).
E pare che sia un equivoco del quale i social network diventano sostegni e veicoli piuttosto efficaci: quello di trasformare gesti in convenzioni. Allo stesso modo in cui l’urlo diventa un’abitudine, l’indignazione una pratica e il vaffanculo un dopolavoro.

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3 thoughts on “Ventiquattro mesi in Alaska (son cose di donne)

  1. trovo geniale il rimando sul fatto che no, non si racconta due volte la stessa barzelletta. Cioè per quel che dice sulla comunicazione.
    Però, se la barzelletta è correlata al sottotesto – daje che se rimorchia! allora funziona. Quello che ecco, ci pensavo -ancora mi irrita di questo giochino – è che alla fine è la malattia pretestuale al gioco e non il gioco alla malattia, e il gioco è non a beneficio delle donne, per una malattia delle donne, ma degli uomini. Non sono esclusi gli uomini, sono i destinatari. “vediamo che dicono?” ” vediamo che indovinano?” “vediamo fin dove si spingono”?
    Che è triste per la serietà del tema, ma anche per la sensazione che mi emana: di sti tempi la gente che sa trombare è in costante diminuzione.

  2. Che qui poi ci vorrebbe Lorenzo Gasp! a spiegarci la faccenda della pornificazione della comunicazione, manco ce ne accorgiamo ma ci stiamo convincendo che guardare sia meglio di fare e partecipare (l’ estetista e’ lui che la sa spiegare, io magari come la dico non si capisce). no lo dico per via dell’ ultima frase di Zaub

  3. Ciao Zaub e ciao Mammamsterdam!
    Per ovvie ragioni, quello che mi lasciava più dubbioso della campagna era proprio la parte che riservava agli uomini: Zauberei dice “non sono esclusi, sono i destinatari”, e penso che in un certo senso abbia ragione. Ma sono i destinatari proprio in quanto fuori dal gioco, destinatari perché chiamati a fare da spettatori di una cosa che non possono capire.
    Che può essere un mio fraintendimento, ma nel caso non sono l’unico a vederci una implicazione simile. Il post di Luca Romano al riguardo dice proprio che questo aspetto della campagna poggia su una certa idea stereotipata del maschio e del rapporto fra i generi.
    Detto questo, avevo esitato a dire la mia sulla questione perché avevo messo in conto che il mio punto di vista maschile era irrilevante a proposito di una comunicazione che si rivolgeva alle donne e solo a loro. Ho pensato di buttare giù il post solo quando ho notato che molte donne protestavano per l’iniziativa, e qualche volta con le motivazioni che vedevo io.
    Poi vi devo dire che mi ha commentato su Facebook una cara amica del cui punto di vista tengo conto: perché è una persona intelligente e perché è una donna che la battaglia contro quel bastardo la conosce bene. Mi ha scritto: “I maschi non sono tenuti fuori, tra l’altro, ma solo “incuriositi”. E per quelle come me (e che hanno fatto questo giochino ne conosco almeno altre 7), che il cancro, anche se non al seno, ce l’hanno (avuto?) davvero, […] che hanno convissuto con la tragedia e l’orrore per mesi e mesi e mesi, per quelle come me, dicevo, questa sciocca, banale, improduttiva levità, questo giochino scemo e già sgamato da tutti è come un massaggio. Un massaggio sorridente e sgravato di insostenibili pesi. Un massaggio “all’ io” che rilassa e per due minuti o anche meno, ti consente di palleggiarti il mostro con le amiche…”
    Lo capisco, e avevo anche detto che l’idea conteneva aspetti buoni secondo me danneggiati dalla reiterazione. E forse c’è un forte desiderio di cambiare linguaggio nella comunicazione intorno a certe malattie. La notizia che il National Cancer Institute suggerisce di sostituire la parola “cancro” con “neoplasia” (vi sembra strano? forse, ma le parole sono dinamiche, si arricchiscono di significati ulteriori nel tempo, e non è fuori luogo una revisione periodica) testimonia del bisogno di un linguaggio che crei più fiducia e meno angoscia.

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