batteredAllora, partiamo chiarendo il punto di osservazione dal quale guardo le cose che vedo. Un punto di osservazione è necessario per vedere e nello stesso tempo determina i limiti della porzione di realtà che si può vedere. Dunque:
– sono un maschio;
– sono un terapeuta relazionale, che vuol dire che fra le altre cose che faccio nella vita c’è lavorare con coppie e famiglie in crisi o in conflitto.
Quando ho letto l’articolo “Non è violenza di genere” dello psicoanalista Sarantis Thanopulos sul manifesto del 31 agosto, come altri sono rimasto perplesso per più di un passaggio, ma devo dire che i punti controversi mi parevano enormità tali che avevo deciso di attribuirli a una questione di incomprensioni linguistiche (non so in che lingua scriva Thanopulos) [1], o da parte dell’autore nei confronti dei concetti che ricavava dal dibattito in corso da noi, o da parte di chi aveva tradotto il suo articolo per il giornale. Pensavo che prima o poi un nuovo articolo sarebbe tornato sulla questione e tutto sarebbe andato a posto con qualche puntualizzazione e tante scuse.
Ad esempio, quando ho letto che critica la definizione di “violenza di genere” perché essa attribuirebbe “all’uomo una violenza nei confronti della donna connaturata al suo modo di essere (e risalente al suo patrimonio genetico)”, dapprima ho fatto un salto sulla sedia; poi mi sono detto che Thanopulos non poteva confondere così ingenuamente “sesso” e “genere”: dove il primo consiste nella, diciamo, dotazione biologica di un individuo, mentre il secondo ha più a che fare col modo in cui in un certo contesto le premesse condivise, la cultura, costruiscono dei significati intorno alla biologia, e dunque concorrono a costruire l’identità degli individui di un sesso e dell’altro, e le regole delle loro relazioni reciproche. In un caso il riferimento alla natura e al patrimonio genetico sarebbe pertinente, nell’altro molto meno. Per quanto i due concetti siano legati (e si può anche discutere su quanto lo siano) non possono essere confusi, se non al prezzo di pericolose ambiguità concettuali. Pensate solo a quanto dolore si procura decidendo che sia “naturale” un certo comportamento o modo di essere, quando esso invece è in parte significativa un prodotto di contesti, di pratiche, di costruzioni collettive.
Tanto imponente è stata la risposta dei lettori del Manifesto all’intervento, che il quotidiano, sull’edizione di carta e nella sua pagina Facebook, ha ospitato mercoledì 4 settembre l’intervento di un lettore genovese (giudicato evidentemente piuttosto rappresentativo della mole di obiezioni arrivate in redazione) e la replica dello psicoanalista.
Fondatamente, la prima obiezione del lettore è quella di aver “ignorato come il concetto di genere sia dinamico, dialettico, sociale, simbolico”. E conclude: “Banalmente, l’autore confonde genere con sesso”.
Ma Thanopulos risponde: “se un concetto nasce statico si può cercare di renderlo dinamico (sociale, simbolico ecc.) ma la fatica è sprecata”. E poi: “il concetto di «genere» è fuorviante. Indipendentemente dalle intenzioni, esso inevitabilmente rimanda a entità a sé stanti che hanno il loro fondamento ultimo in un funzionamento separato innato.”
Ma è stato proprio lui a parlare di “genere”, e proprio per mettere in discussione l’uso di quel concetto nella locuzione “violenza di genere”. Come se io, in un dibattito su, che ne so, Giovanni Pascoli, intervenissi per dire che quel poeta non mi piace perché non ho mai sopportato “L’infinito”; e quando uno mi contestasse “ma forse ti confondi con Giacomo Leopardi: qui si parla di Giovanni Pascoli!” io rispondessi “il concetto di Giovanni Pascoli è fuorviante, meglio parlare di Giacomo Leopardi.”
Thanopulos fa uno sforzo per separare quello che gli pare e poi lamenta che sia separato. È vero che le categorie del maschile e del femminile, nella nostra cultura, si rifanno tradizionalmente a concetti opposti e polarizzati: razionale l’uno, emotivo l’altro; orientato allo scopo l’uno, alla cura l’altro; alla competizione l’uno, alla relazione l’altro; attivo il primo, passivo il secondo, e così via. L’uno si definisce in relazione all’altro e per differenza. Spesso addirittura per contrapposizione. Però oggi sappiamo che possiamo decidere di considerare queste polarità come alternative che si escludono o invece come differenti versanti di relazioni complementari: versanti che possono essere frequentati sia dall’uno che dall’altro dei sessi. Quello che non si può fare è considerarle distinte e poi dolersene; come non si può usare un costrutto culturale (e perciò dinamico per definizione) rimproverando altri di voler “renderlo” forzosamente dinamico.
Ma è proprio il concetto di “complementarità” a risultare ambiguo in quello che scrive Thanopulos. Che parte bene e lascia sperare altro: come prima cosa mette in guardia dal “concepire la donna e l’uomo in modo indipendente dalla loro complementarità”. Bene, viene da pensare: un invito a leggere la questione della violenza in una chiave complessa.
Qui devo aprire una parentesi, per dire che quando si dice “complementari” bisogna stare ben attenti a un po’ di cosette.
Uno dei passi avanti nella comprensione dei fenomeni umani fu proprio l’introduzione di un pensiero complesso che superasse la vecchia idea di comportamenti e sintomi individuali come prodotto lineare di eventi del passato. L’introduzione di spiegazioni dei fatti umani come prodotto di una complementarità, appunto, liberò molte persone dallo stigma dell’attribuzione di una patologia, e aiutò a capire come gli individui in relazione contribuiscano, in gran misura, a costruire la realtà che pensano di vedere “là fuori”. Non c’è un soggetto che agisce su un altro: ci sono due o più soggetti in interazione reciproca e costante, e il prodotto di questa interazione è persino indipendente dalle effettive volontà dei due. Nessuno degli individui in relazione ha davvero il potere sugli altri né sull’interazione.
Fu una grande svolta, perché superando l’idea che il problema sta “nella testa” delle persone, quel modo di pensare investiva la relazione, ampliava l’osservazione e legava le persone in una rete di responsabilità reciproche invece che separare sani e matti.
Un pensiero molto utile, insomma. Solo che a un certo punto dovette confrontarsi con una prevedibile obiezione, che veniva in gran parte dal mondo femminista e comunque da chi avesse esperienza con le vittime di violenza. L’obiezione, più o meno, era che questa lettura circolare delle relazioni umane rischiava di mettere sullo stesso piano vittima e carnefice; che attribuendo a tutti i partecipanti uguale potere sulla relazione investiva crudelmente la vittima di una responsabilità che non le toccava, sollevandone il colpevole; che dunque non era in grado di differenziare adeguatamente chi dev’essere punito e chi dev’essere protetto.
Quella critica fu utile. Quando una teoria è un po’ troppo astratta rispetto alla realtà che vuole descrivere, rischia di creare mostri. Sebbene nessuno di quanti applicavano quella lettura circolare intendesse disconoscere la differenza tra chi abusa e chi è abusato, se quel pensiero suonava così brutale qualcosa doveva essere meglio definito.
Ho aperto questa lunga parentesi per dire che già la complementarità è un concetto delicato e pericoloso da maneggiare. Se poi lo si usa per contrastare quella che si ritiene una semplificazione, ma semplicemente ribaltandola in un’altra, non meno lineare, quello è un uso discutibile del concetto.
La conseguenza del ragionamento di Thelopulos sulla complementarità dei sessi è che “La violenza nei confronti della donna (…) nella sostanza danneggia più l’uomo che la donna perché l’uomo violento perde il suo oggetto del desiderio e subisce una deprivazione psichica devastante. Una donna può essere sopraffatta dalla violenza ma restare internamente viva mentre l’uomo sopraffattore è già morto dentro.” Insomma, se lo sforzo di complessificazione dell’autore ha come conseguenza affermare che il violento è più vittima della vittima, bel risultato. La donna può essere sopraffatta dalla violenza, persino morire, ma vuoi mettere il danno per l’uomo che perde l’oggetto del desiderio?
Ecco: questo è un altro di quei casi di furore iperteorico che pretende che sia la vita a doversi adeguare alle teorie.
Se fosse il mio parroco a dire che il carnefice è messo peggio della vittima, comprenderei la cornice dentro la quale lo dice: ma fuori dalla prospettiva di un risarcimento ultraterreno, continuo a ritenere la morte il danno più irreversibile, e personalmente non riesco a immaginare nulla di più atroce che ricevere violenza, e magari la morte, da qualcuno che dice di amarti. Alla pretesa che la ferita del carnefice sia più incurabile dell’altra, non riesco a trovare giustificazione né teorica, né clinica, né di altro genere.
Magari quello che sto per dire sembrerà poco raffinato in confronto a certi svolazzi: ma il fatto che uno avrà tutta una vita davanti per fare della sua ferita quel che potrà, e l’altra no, fa una certa differenza.
Detto tutto questo, la necessità di una lettura che non sia banale e lineare, ma nemmeno incapace di distinguere fra chi accoltella e chi muore, resta aperta.
Quell’idea di circolarità, di cui parlavo prima, conserva una sua grande utilità. Se la maggior parte degli appelli contro la violenza domestica non si rivolge ai potenziali carnefici (che raccomandazioni si possono fare a loro?), ma alle donne in pericolo (“non accettate più che vi manchino di rispetto!”, “non confondete l’amore con qualcosa di completamente diverso!”), è perché in fondo dobbiamo pensare che anche nelle situazioni più terribili, anche quando le possibilità si riducono, un barlume di possibilità di essere un soggetto attivo, di scegliere, deve esserci per forza. Ecco, le domande su quanto ciascun partecipante abbia un margine per fare qualcosa, e anche su quanto ciascun partecipante sia prigioniero entro certi limiti che permettono solo di colpire o solo di subire, sono utili per capire e, se il caso, per aiutare. Ma mi pare un’altra questione rispetto al fare graduatorie bislacche.
Spero di riuscire a riprendere il discorso. Ho messo il numero al titolo di questo post per avere una buona ragione per aggiungere qualche pensiero appena posso.
[foto da qui]
[1] nota aggiunta: mi dicono che Thanopulos vive in Italia. Diciamo che l’ipotesi successiva è di uno scollamento nel significato delle parole fra una cornice teorica e l’altra.

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4 thoughts on “Il genere, la violenza e le teorie / 1

  1. Grazie Massimo, e per l’indicazione di lettura dell’articolo del manifesto, e per l’analisi semplice e impeccabile.

    In tema di parole di battaglia, a me pare poco utile “femminicidio”. Credo che l’imprecisione di una parola, così come quella di un discorso, conceda eccessivo spazio all’emotività. Così che poi è difficile elaborare discorsi che facciano razionalmente presa sull’interlocutore. E mi pare che abbiamo una necessità tremenda di precisione come anche di buona retorica sul finire del ventennio.

  2. Ciao Daniele! Non mi entusiasma la parola e insieme capisco che non si possa generare attenzione intorno a un oggetto se questo non ha un nome. Un nome raggruppa e dà un contorno, e questo è buono. Ma un contorno fa esistere solo in quanto separa e scompone, e questo è meno buono. “Femminicidio” ha l’utilità che ha (poca, tanta) perché riunisce un certo numero di eventi in una classe: lo fa in base alle vittime. Io cerco una parola che dica qualcosa dei colpevoli: una parola che metta sotto lo stesso ombrello tanti eventi non solo perché la vittima è la stessa, ma perché le mani omicide hanno qualcosa in comune.

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