Per chiamare le cose col loro nome, l’intervista che Francesco De Gregori ha rilasciato giovedì ad Aldo Cazzullo del Corriere contiene alcune ovvietà (che il PD è un partito litigioso e che non è più in grado di rappresentare nessuno, per esempio), alcune prese di posizione non precisamente originali (dal prossimo giro non voterà più) e qualche dichiarazione dalla logica pericolante (aver votato Monti pur continuando a dichiararsi di sinistra). Più qualche sprezzante battuta su No Tav e Slow Food (che gli ha fatto di male Slow Food?). Tutto questo, dichiarando di non leggere i giornali e di essere poco informato sulla politica e persino sui nomi dei ministri, dunque di fatto denunciando il carattere di capriccio del tutto personale e dunque inconfutabile delle sue posizioni.
Secondo me male ha fatto a rilasciare dichiarazioni su un tema di cui apertamente si dichiara incompetente, e ha giocato sporco Cazzullo che ha fiutato la notizia da ombrellone e ha riempito di nulla alcune colonne del suo giornale (e d’altra parte, che esistesse un complotto di un certo numero di giornalisti che contano per far apparire De Gregori un fregnone l’ho dimostrato qua) (*). Ma insomma, si tratta di intervista fra adulti consenzienti. Nulla da eccepire.
Stante l’inconsistenza della notizia, però, ho fatto fatica a farmi una ragione del rilievo che le è stato dato sin da un attimo dopo. A cominciare dal solito Mario Adinolfi che ha postato sulla sua pagina Facebook uno stato che diceva più o meno “Adesso che l’ha detto De Gregori voglio vedere se Chiara Geloni lo capisce”. Dove non è chiaro cosa voglia dire “Adesso che l’ha detto De Gregori” (il fatto che De Gregori dica una cosa qualunque non è che le conferisca carattere di verità definitiva e dimostrata) mentre è chiarissimo il ricatto subdolo e insopportabile che sta nel definire lo “stare a sinistra” come una scelta fra Monti e la Geloni. Ma ci mancherebbe altro.
Con sprezzo del ridicolo, il giorno dopo il PD ha scritto a De Gregori una lettera surreale per pregarlo di “tornare a credere” nella politica. Come se “credere” o “non credere” qualcosa fosse un atto che uno compie per dispetto o per fare un piacere a qualcuno.
Ho pensato quanto debba essere terribile essere trattato come una specie di profeta o di apostata ogniqualvolta hai un momento di comprensibile scazzo, solo perché hai avuto la debolezza di condividerlo con Cazzullo. Parli del tempo e ti ritrovi “trend topic” di Twitter per giorni, e un sacco di gente ti urla “vaffanculo, sai che c’è? Non compro più i tuoi dischi!”. Io al momento non corro questo rischio, ma il pensiero mi fa paura.
Being-ThereVe lo ricordate il mite Chance di “Oltre il giardino”, il giardiniere con la faccia di Peter Sellers? “Prima vengono la primavera e l’estate, e poi abbiamo l’autunno e l’inverno. Ma poi ritorna la primavera e l’estate”, e il presidente degli Stati Uniti lo ascoltava arrovellandosi su che messaggio si nascondesse in quella metafora, e lui si ritrovava invitato nei talk show e nelle riunioni importanti. Però lo salvava l’inconsapevolezza, l’innocenza, la totale estraneità a quel mondo che non capiva e al quale non apparteneva. Lui parlava coi fiori: il suo universo non era la Casa Bianca, erano i giardini che curava.
C’è stato un periodo che De Gregori cercava di liberarsi da questa dannazione. Gli intervistatori gli domandavano cose tipo “che ne pensi della crisi del Golfo?” e lui rispondeva “ma io sono un cantante! Ehi, avete sentito come sono migliorato?”. Ma poi ci ricascava perché alla fine, se sei uno di quei rari musicisti interessanti anche quando parlano, e ti hanno cucito addosso il titolo di maître à penser, te lo tieni anche stretto.
Io lo incontrai parecchi anni fa per un’intervista prima di un concerto. Eravamo in un camerino io, lui e altre cinque o sei persone di altre radio. Fu una conversazione piuttosto interessante. Lui cercava di svincolarsi dalle domande di politica, in un caso rispose anche con una certa freddezza. Quando toccò a me, fra le altre cose gli domandai quali musicisti lo ispiravano in quel momento. Mi fece capire (anzi, credo che me lo disse esplicitamente) di non essere molto al corrente della musica del momento, ma mi citò Springsteen e Sting. Probabilmente i primi due che gli vennero in mente, perché era il periodo del tour di Amnesty International, nel quale le due star erano coinvolte, se ne parlava in giro ed erano l’emblema del musicista impegnato di fine anni Ottanta.
Così rimasi colpito quando nel 2005 scatenò una polemica perché definì Springsteen un “furbacchione del rock”, aggiungendo “Chi ha conosciuto Dylan o Woody Guthrie 30 anni fa, oggi non si può far affascinare da Springsteen”. Probabilmente lo disse con lo stesso annoiato distacco con cui anni prima lo aveva eletto a suo artista americano di riferimento (e con cui, dico oggi, ha parlato di politica col Corriere). O forse, semplicemente, le persone cambiano opinione.
Gli artisti non possono. Cerchiamo, come Adinolfi, un filo conduttore che non esiste per poter dire “l’ha detto anche il profeta!”. Oppure li aspettiamo constantemente al varco del principio di non contraddizione, per gridare al tradimento se cambiano idea dopo trent’anni. Prentendiamo che il De Gregori di oggi (anzi: il De-Gregori-che-parla-con-Cazzullo) sia lo stesso De Gregori di ieri (anzi: il De-Gregori-che-ha-scritto-Pablo). Applichiamo loro la forma più spietata del mito della coerenza.
Così è l’intervista a Cazzullo che qualifica e rende irrilevante quello che ha detto prima: chissà perché, non il contrario. Ma “Viva l’Italia” non è una versione di De Gregori meno “ufficiale” di quell’intervista. Quello che sbadiglia con Aldo Cazzullo non è meno De Gregori di quello che canta “Viva l’Italia”.
Se poi non è tollerabile che una persona sia più complessa di uno sbadiglio con Cazzullo (e anche di “Viva l’Italia”), suppongo che non debba essere un problema suo.
I più noiosi sono quelli che aspettavano l’occasione da quarant’anni: “avete visto che forse al Palalido avevano ragione?”.
Non so se è chiaro il filo di quello che ho scritto. Faccio un riassunto.
L’ultimo disco di De Gregori è bellissimo e lo resterebbe anche se lui prendesse la tessera dell’UDC. Rivendico per me e per chiunque, compreso De Gregori, il diritto ad essere tante cose insieme o in momenti diversi. E anche, qualche volta, a dire una stronzata: senza venire identificati con quella, e senza dover ricevere lettere dal PD.

(*) Quella del complotto è ironica, eh.

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4 thoughts on “Il mito della coerenza e il diritto di dire una str**zata

  1. Sono nuova della blogsfera e spero di non sbagliare qualche mossa. Del resto anche se fosse potrei essere perdonata dato il titolo del post.
    Mi piace molto il tuo spazio e la maggior parte di ciò che scrivi. Però in questo caso non sono mica d’accordo con te…
    De Gregori ha il diritto di dire e di fare ciò che vuole. Io ho il diritto di criticarlo se non lo trovo coerente. Il motivo a ma pare semplice: lui non è Tiziano Ferro. Cioè non è intonato, non ha una bella voce nel senso tecnico del termine, non scrive o canta canzoni ‘semplicemente’ orecchiabili.
    Lui è De Gregori e il suo successo lo deve in buona parte ai temi affrontati nelle sue canzoni, all’amore di un pubblico che lo apprezza anche per le sue prese di posizione politica.
    Lui è liberissimo di disamorarsi della politica tuttavia è evidente che cosi facendo la sua rendita rischia di venire intaccata. Certo sono d’accordo con te che sia giusto tirarlo per la giacchetta sperando che continui ad indossare un abito che non desidera e non gli piace più. Tuttavia la sua strada e la sua vita sono segnate da scelte che lui stesso ha consapevolmente compiuto. Lui, come me e come tutti noi, viene giudicato per ciò che fa. Se fa cazzate sono fatti suoi, ma il SUO disco non sarebbe bello anche se si iscrivesse all’Udc. Ed è stato lui ad accettare di essere giudicato entro questi parametri. Il suo successo, il denaro e la fama, iI privilegio di essere ascoltato e non solo canticchiato sotto la doccia. Questi sono gli onori. Ma qualunque situazione porta con sè responsabilità, oneri. Noi tutti dobbiamo farcene carico. Lui non meno degli altri.

    1. Ciao Agnese, grazie di aver commentato e sappi che sento la responsabilità del fatto che la tua conquista della blogosfera cominci proprio da qui 🙂
      Capisco cosa intendi e a questo proposito sarei proprio contento di leggere, quando ci fosse, una bella e approfondita intervista dove De Gregori racconta l’evoluzione del suo pensiero. Per essere d’accordo con lui, per essere in disaccordo o per decidere che non me ne frega niente.
      Fino ad allora trovo un po’ triste che se uno dice “non c’è più la mezza stagione” poi gli tocca finire sul Corriere ed essere usato da Adinolfi per fare dispetto a Chiara Geloni. Trovo triste che il Corriere debba pubblicare queste chiacchierate inconsistenti con l’unico scopo di avere un po’ di eco, che è sempre scontata: la notizia non è che De Gregori, che dice di non leggere i giornali, è annoiato dalla sinistra. La notizia è “Cazzullo intervista De Gregori”, come “Gramellini intervista Jovanotti” o, quando sarà, “Saviano intervista Fausto Leali”.
      (E guarda che De Gregori è uno dei miei dieci di riferimento… 😉 )

  2. Beh, sì è vero…tuttavia, senza volere essere troppo severa, se questo è il gioco è fin troppo svelato. L’intelligenza dell’Artista potrebbe anche prevedere l’astensione dalla pratica di rilasciare interviste. Vabbè è un discorso fin troppo complesso!!

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