Allora, per orientarsi in mezzo a certe cose che succedono in rete, bisogna partire dalla televisione. Perché certe volte è la tv che entra nel web come il lupo cattivo entrava nel camicione da notte della nonna di Cappuccetto Rosso dopo essersela mangiata.
Spiega bene Mauro Doglio, qua, che quando c’è di mezzo la televisione si fa più facile una certa tendenza a confondere cornici. Racconta di quella volta che Larry Hagman, l’attore che impersonava Gei Ar, il carognone di Dallas, fu aggredito in strada da due donne intenzionate a dare una sonora lezione a quel prepotente. Solo che chi subì la punizione non fu il “vero” carognone, ma il suo credibile interprete. La cornice “realtà quotidiana” e la cornice “finzione” collassavano e la differenza di contesti sfumava fino a renderli indistinguibili.
Sebbene il personaggio appartenesse a una cornice televisiva particolare, quella della fiction, la questione si fa sensibile per altri generi di programmi, i quali da tempo usano strategie per accattivarsi l’attenzione degli spettatori anche ai danni delle cornici. “Grazie di essere stati con noi”, o il plurale usato dal conduttore che dice “vediamo il servizio”, o i programmi con telefonate del pubblico – e ci metto anche quei giochi, quei quiz e quei reality per partecipare ai quali non si richiede nessuna dote minima, e che promettono la possibilità di essere prima o poi, per un minuto, parte del gioco; per non dire dell’ipocrita slogan “La trasmissione la fate voi!” – hanno l’effetto di rompere cornici, di confondere i confini “dentro / fuori” e di invitare le persone a sentirsi parte di quel che succede di là dal vetro.
Ovviamente è un imbroglio, è un paradosso costruito ad arte: è l’ingiuzione è di sentirsi partecipi e coinvolti, ma accettando di non avere voce in capitolo. La comunicazione televisiva resta sostanzialmente unidirezionale, “da uno a molti”, con meccanismi come il televoto che donano l’illusione di avere l’ultima parola ma su un gioco che non si conosce davvero e sul quale non si ha facoltà vera di dire la propria.
Quando poi la televisione entra nella rete la confusione delle cornici è ancora più spettacolare.
I fatti li conoscete: alcune sere fa una donna pubblica in Facebook le foto della propria faccia ferita e di un grumo di sangue e materiale biologico che galleggia nel bidet, raccontando di essere stata picchiata fino all’aborto dal proprio compagno, cantante famosello. “Famosello” non è irrilevante perché il fatto che, dopo un breve successo, il cantante non abitasse proprio sull’Olimpo del pop diventa nelle prime ore per alcuni l’ovvia ragione della sua frustrazione e della sua violenza, per altri l’ovvio movente di una riprovevole trovata pubblicitaria alla vigilia del nuovo cd (se ho capito, realizzato peraltro con dovizia di mezzi degna dei suoi anni migliori).
A centinaia cominciano a fiorire i commenti sul profilo di lei e sulla pagina ufficiale di lui. Aspetto non marginale: da principio per lo più di furiosa condanna del picchiatore e di solidarietà e tenerezza per la donna; ma la tendenza subirà una sterzata soprattutto il giorno dopo, quando – a parte il primo status lapidario e di circostanza pubblicato immediatamente dopo l’accusa pubblica – l’uomo scriverà sulla propria pagina un testo un po’ più circostanziato e accorato.
Di alcuni dei messaggi delle prime ore mi ha colpito proprio il modo in cui testimoniavano l’evanescenza delle cornici.
Molto interessante era quello di un colpevolista che diceva al cantante: “Se hai le palle, accetta di partecipare a un confronto in televisione”. Come se la televisione fosse il luogo della verità trasparente, e non una cornice nella quale essa viene costruita e ricostruita, e inventata, e offerta al pubblico pagante. Come se fosse un tribunale, e come se proprio la natura spettacolare di quel tribunale, paradossalmente, ne garantisse l’autorevolezza.
In un altro messaggio la confusione si manifestava inconsapevole attraverso un disturbante testacoda del senso: “Speriamo che quel che è accaduto non sia vero”. Ovviamente, se una cosa è “accaduta”, è “vera”. Ma è chiaro che chi l’ha scritto ha confuso le due cornici e che se così non fosse avrebbe scritto qualcosa come “speriamo che quel che racconta la donna non sia vero”: è un racconto di un fatto, che può essere vero o falso: e non il fatto. Ma il confine sbiadiva, le botte e il racconto delle botte diventavano la stessa cosa.
Interessante, soprattutto se considerate che la maggior parte di quelle persone, quando va al ristorante, distingue molto bene tra mangiare un coscia di pollo e dare un morso al menu.

Ma la vicenda, secondo me, presenta esempi di crisi della cornice ancora più complessi.
Perché il doppio legame della tv è più o meno “accetta di credere di essere come noi, ma fai quel che decidiamo noi senza possibilità di intervenire”. Ma quando poi la televisione irrompe nel social network, le vite del cantante famosello e della compagna – la cui conoscenza i telespettatori fecero in una puntata di un reality al quale lui partecipava –  stanno nella stessa cornice di quella del nostro compagno di banco, del collega, dell’amico con cui giochiamo a tennis, delle persone che non abbiamo mai incontrato ma di cui sbirciamo la vita quotidiana. L’ingiunzione diventa: “questa è televisione, ma accetta di crederle come se fosse una storia vera, diventa parte in causa e usa la tua posizione “da dentro” per emettere una sentenza come se guardassi “da fuori””.
Il fatto che si tratti di personaggi di un mondo al quale ci sentiamo onorati di essere invitati, che ci mostrino persino le immagini del proprio sangue e del proprio feto abortito (quale intimità maggiore è possibile immaginare?) ci fa sentire abbastanza “dentro” da poter (da dovere, anzi) dire la nostra. Ma la confusione successiva sta nel fatto che, in quanto coinvolti, invece di parlare di noi (“Io penso che…”, “ecco che effetto mi fa…”) condanniamo, o assolviamo. Che è un lusso che può permettersi chi abbia la distanza giusta per poterlo fare (e, ovvio, chi ne sappia abbastanza).

Mi torna alla mente la vicenda – era l’ottobre del 2012 e ne parlammo qua – del bambino conteso dai genitori separati e della zia che, urlando, riprese un video del prelevamento forzato del bambino ad opera delle forze dell’ordine. Il video fece il giro delle tv e del web. Quanto grave fu l’errore di considerare quell'”occhio” che guardava per nostro conto un occhio esterno, neutro. Fu un errore al di là delle ragioni e dei torti delle parti coinvolte: se pure la zia fosse stata dalla parte “giusta”, credersi osservatori oggettivi e dunque arbitri affidabili, anziché giocatori sapientemente arruolati nella partita da chi aveva girato quelle immagini, portò migliaia di utenti del web (e della televisione) a partecipare a un gioco pericoloso che assunse dimensioni crudeli; comunque, maggiori di quelle che avrebbe richiesto un pacato e ragionevole intervento sull’escalation di un conflitto fra due persone. Tutti costoro credevano di assistere a un “fatto” oggettivo e invece diventavano partecipi di una prospettiva. Magari quel prelevamento è stato un atto violento e grave, eppure resta da dimostrare che urlare sguaiatamente “vi mando in televisione!” davanti a un bambino che piange e chiede aiuto, e ingaggiare migliaia di altri urlatori, sia più intelligente e soprattutto più “neutrale”.

Zauberei nel suo blog, interrogandosi sulla veridicità delle foto della donna che sostiene di essere stata brutalmente percossa, dice a un certo punto:

…E per quanto la donna sia artista visiva io anche penso che siano vere. Semplicemente non penso che siano un atto di denuncia, ma una forma di comunicazione di cui noi siamo il mezzo (…) I fruitori di Facebook sono allora utilizzati psicodinamicamente e sistemicamente, sono cioè triangolati nel rapporto tra i due.

Ecco: siamo il mezzo. Forse nel senso del tramite fra loro due (la suocera a cui si parla perché nuora intenda), forse nel senso di strumento di un gioco di relazione che non conosciamo. Pensiamo di essere arbitri e invece siamo giocatori, e non sappiamo nemmeno di quale gioco. L’essere lì a guardarli ha una funzione per chi ci tira dentro il gioco, e il rischio di alimentarlo mentre pensiamo di essere parte della soluzione è altissimo. Siamo un mezzo. Se preferite, siamo messi in mezzo.
Quando siamo invitati (o costretti, diciamo meglio) ad assistere a un documento del genere, non siamo spettatori di una faccenda fra due persone. Diventa una faccenda fra una persona e un’altra e un terzo, che siamo noi. Ci siamo dentro nel momento in cui accettiamo di ritenerla rilevante per noi.
E se ci siamo dentro, qualunque cosa facciamo diventa parte di quel gioco là.
Uno psicologo, un mediatore, un professionista dell’aiuto che voglia essere d’aiuto in un conflitto, non dev’essere mica Sigmund Freud. Già sarebbe utile essere passabilmente consapevole della propria posizione dentro un conflitto. Sarebbe già qualcosa che fosse decentemente addestrato a riconoscere cornici per non finirci dentro fino al collo. Chiunque non abbia chiaro questo, diventa parte di un sistema di amplificazione del problema. Se non si vede la propria posizione dentro le cornici, è del tutto impossibile fare alcunché di sensato.
Magari pensare che come utenti di Facebook non possiamo fare niente che abbia senso, al di fuori di tifare di qua o di là, suggerirebbe una serena posizione di esitazione. E già avremmo fatto qualcosa di buono per quei due disgraziati.

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5 thoughts on “Una donna, del sangue, un cantante e noialtri, di qua.

  1. Chi commenta su Facebook la vicenda del cantante e della sua ex-fidanzata si pone, di fatto, all’interno della stessa cornice in cui ha luogo il loro gioco conflittuale (uso il termine “gioco” in senso psicologico). Tu hai sentito l’esigenza di porti in un’altra cornice, quella del tuo blog, dal quale hai possibilità di posizionamento e metacomunicazione differenti.

    Mi domando in che misura l’effetto televisione perturbi il social network e quanto proprio la premessa implicita del social network (“prendi per vero ciò che pubblico, trascurando il mio intervento drammaturgico”) aumenti la confusione tra cornici, rendendo tuttavia il social un’esperienza assai gratificante, perché confonde lo stare dentro con l’esser fuori. Un po’ quello che succede quando si va al cinema e si finisce, in qualche modo, luci spente e silenzio in sala, per essere “dentro” al film.

    In questa prospettiva, la confusione tra cornici non è un incidente comunicativo. Assomiglia di più alla regola implicita che accettiamo, come quando andiamo a teatro o guardiamo il wrestling o una partita di calcio (sappiamo quanti scandali ci sono “dietro”). Trascurare le cornici, cioè, permette la fruizione, l’immedesimazione, il godimento e un’esperienza di trasporto piacevole.

  2. Ottimo come sempre.
    Sono d’accordo con Tito Sartori, trascurare le cornici consente la fruizione. Direi anche che consente di esistere.
    Secondo me la TV e FB hanno epistemologie e strutture isomorfiche molto diverse tra loro e lo sviluppo del ragionamento su queste differenze porterebbe molto lontano proprio in materia di cornici.

  3. Trascurare le cornici permette l’esperienza artistica e quella del sogno, per esempio… finché non picchi il protagonista fuori dal teatro 🙂
    La questione del modo in cui la tv si impadronisce del web e gli impone le proprie cornici è interessante e forse anche urgente. Un bel pezzo del dibattito politico di quest’anno si regge su questo equivoco, per esempio.

  4. Torno sulla questione. Ma non è nella premessa del social network la confusione tra cornici?
    Perché gli status su Facebook siano interessanti, quindi letti, bisogna far finta che li scrive stia raccontando la sua vita “reale”, quando in realtà nel pubblicarli inserisce delle scelte e, come dici tu, un “intervento drammaturgico”.

    Sicuramente la televisione negli ultimi tempi gioca molto su questa ambivalenza. Lo faceva forse anche Verga, non so quanto consapevolmente, quando raccontava in maniera verista immagini popolari ma tramite un romanzo. A me sembra però che anche il social network giochi in questo modo. O mi sbaglio?

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