Beppe Grillo attraversa a nuoto lo stretto di Messina, per iniziare la campagna elettorale per le elezioni regionaliDopo la cazzata a orologeria di una deputata 5 Stelle che, per informarci che è animalista e perdipiù uno spirito libero, commenta che l’orango non è mica brutto e che Calderoli – incompreso – intendeva certamente fare un complimento alla ministra Kyenge, ritorna l’eccitante dibattito sulla qualità dei rappresentanti del movimento figlio di Beppe Grillo. Anche Andrea Scanzi scrive su Facebook stamattina che “Il Movimento 5 Stelle ha un noto problema di classe politica. E’ stato costretto a scegliere i parlamentari in poche settimane e il boom alle elezioni ha fatto entrare in Parlamento anche gente impreparata”.
Ma il dibattito, ormai, più che portare acqua al mulino dei detrattori, serve soltanto a procurare un onorevole pretesto per quelli – militanti delusi o star emergenti del giornalismo – che non sapevano più come fare a cavarsi da una compagnia nella quale non si sentivano più, diciamo, a proprio agio.
Però, scusate, ma è una polemica infondata.
Forse non ho capito io, ma lo scorso 23 giugno, nell’inserto culturale del Corriere “La Lettura”, intervistato da Serena Danna sulla sua visione politica (titolo dell’intervista: “La democrazia va rifondata”), Casaleggio in persona alla domanda “La democrazia diretta sostituisce il Parlamento?” rispondeva:

“È più corretto dire che ne muta la natura, gli eletti devono comportarsi da portavoce, il loro compito è sviluppare il programma elettorale e mantenere gli impegni presi con chi li ha votati. Ogni collegio elettorale dovrebbe essere in grado di sfiduciare e quindi di far dimettere il parlamentare che si sottrae ai suoi obblighi in ognimomento attraverso referendum locali.”

Per fare quello che gli si richiede, il parlamentare 5 Stelle non dev’essere chissà che personalità. Forse anche una di quelle cavie di laboratorio che imparano ad abbassare la levetta in cambio di una pallottolina di cibo è un lusso insostenibile. Uno che abbia una mappa del mondo del tipo “orango buono / casta cattivo” è già più che sufficiente.
Il “portavoce” dev’essere uno che riporta decisioni prese altrove. Esegue.
Dunque, il livello deprimente della cultura politica di tanti rappresentanti non è un intralcio al progetto politico del Movimento: è del tutto funzionale ad esso. O comunque è un dettaglio trascurabile.
Nei giorni prima delle elezioni ebbi modo di parlare con una donna che stava sostenendo il marito, militante 5 Stelle, nella campagna elettorale per la camera. Era entusiasta del proprio impegno e, per dirmi la sua convinzione che quel movimento potesse davvero cambiare la politica, mi disse qualcosa del tipo “Il più impreparato ha un master”. Che è una bella notizia, ma c’è un problema.
Se in parlamento vuoi dei “portavoce” che eseguano gli ordini che arrivano dal basso, quello col master l’hai messo nel posto sbagliato. Se immagini una democrazia diretta in cui cittadini organizzati e competenti prendano le decisioni e su quelle coinvolgano altri cittadini, e in cui fedeli “portavoce” a Roma clicchino, quelli col master non li mandi in parlamento. Il loro posto è fuori, a pensare le cose su cui altri cliccheranno. Ma a parte questo.
La questione non è che gran parte dei parlamentari 5 Stelle siano un po’, diciamo, fresconi. La questione è che quei parlamentari sono tutto quel che serve alla realizzazione di un progetto. È chiaro a tutti? Vi piace o non vi piace?
A me, per esempio, non piace. Non mi piace pensare che il parlamento serva per mettere sul tavolo un pacchetto di voti proporzionale ai voti ricevuti da un partito. Tanto per usare un argomento caro anche a loro, li paghiamo per questo mille parlamentari? Ma anche se fossero la metà.
Non mi piace che per introdurre un vincolo di mandato per gli eletti, mi dicano “È la rete, bellezza”. Perché non mi interessa una rete di persone che non si vedono in faccia e che non pensano.
Poi magari a qualcuno piace: ma è chiaro di cosa stiamo parlando o siamo ancora alle battute sulle matite copiative? È chiaro che non c’è nessun “problema di classe politica” né di democrazia interna al movimento, ma che quella classe politica è là proprio perché è quella giusta (e le sue regole interne sono quelle giuste) per “rifondare la democrazia” (per “mutare la natura del parlamento”) in quel senso là? Altro che scegliere i candidati in poche settimane.
Non lo dico io, eh. Lo dice Casaleggio sul Corriere, 23 giugno scorso.

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