Immagino non sia più necessario spiegarvi chi è Anna. Vi ho detto altrove di come è stata una delle voci più importanti nel racconto del terremoto e dell’occupazione della Protezione Civile, al di là dei trionfalismi, della disinformazione e della incomprensione dei media.
Lo scorso 30 maggio ha partecipato al convegno “L’Aquila, il racconto oltre la sentenza” all’Univeristà Bicocca di Milano: un incontro voluto fortemente da Ranieri Salvadorini per fare il punto dopo la confusione intorno alla sentenza del processo alla Commissione Grandi Rischi.
Gli aquilani furono tranquillizzati nelle ore precedenti la tragedia? Anna ha raccontato la storia vista dalla parte di chi, quella notte, aveva scelto di dormire in casa…
Questa è la sua relazione. (La foto in apertura viene da qui)

Ringrazio di cuore gli organizzatori di questo convegno per avermi offerto l’opportunità di venire in questa sede a parlare dell’Aquila. Sono opportunità, queste, che noi aquilani cerchiamo di cogliere sempre e per quanto ci è possibile, poiché siamo coscienti di come il nostro problema, la nostra condizione, siano poco conosciuti al di fuori del nostro ristretto territorio. E, per territorio, intendo quello dell’Aquila e del così definito, Cratere sismico.

L’Aquila, quindi, e i 57 Comuni colpiti dai danni del sisma del 2009, dei quali solo 15 in province diverse da quella dell’Aquila , e per la precisione Teramo e Pescara, con danni, questi ultimi, realmente poco rilevanti. Terremoto dell’Aquila, quindi, e non d’Abruzzo, come spesso viene erroneamente definito. Questa precisazione, che potrebbe apparire pleonastica, mi occorre, invece, per far comprendere, sin dall’inizio del mio intervento, come l’informazione sia erronea, generando confusione, persino nell’individuare il luogo esatto del sisma.

Vi porto qui la mia esperienza di cittadina comune, la mia vuole essere una testimonianza di chi ha vissuto e vive il dramma da dentro. Di chi, seppur nel dramma vissuto sulla propria pelle, ha cercato di mantenere lucidità di interpretazione e valutazione. Il mio sarà un racconto che vi condurrà a L’Aquila, nei giorni prima del sisma , fino al disastro e al periodo dell’emergenza. Spero vogliate perdonare il fatto che leggo, ma ho preferito fissare nero su bianco ciò che voglio raccontarvi: essendo il tema tanto vasto e gli spunti di riflessione tanto numerosi, rischierei di perdermi nei rivoli e nelle sfaccettature di un argomento che tanto mi vede coinvolta, forse mancando di mettere bene a fuoco gli aspetti per me importanti. Sono una blogger, scrivo e la scrittura mi riesce meglio dei discorsi.

L’Aquila è sempre stata “terra ballerina”, come si dice da noi. Gli aquilani sono abituati al terremoto. Tutti, di tutte le generazioni, hanno vissuto almeno una volta l’esperienza di una serie di scosse, se non, come nel mio caso, vista l’età, più volte sono state testimoni e vittime del fenomeno. Gli aquilani sono, quindi, abituati a convivere con le scosse di terremoto. Non pensiate a discorsi di sensibilizzazione alla prevenzione, o piani di emergenza, punti di raccolta, esercitazioni nelle scuole e nei luoghi pubblici. No, nulla di tutto questo veniva fatto a L’Aquila. Mi riferisco alla tradizione tramandata da padre in figlio, a quelle tradizioni dettate dal buon senso e dallo spirito di sopravvivenza. Sono vive nella memoria di tutti noi le azioni e le raccomandazioni dei nostri padri e nonni. Lo hanno fatto con noi bambini, lo abbiamo sempre fatto noi con i nostri figli: alla prima scossa, si esce di casa e ci si raccoglie in uno spazio aperto. Si scambiano i racconti dell’esperienza vissuta, si sta insieme, si cerca di sdrammatizzare. Se arrivano altre scosse, anche di intensità inferiore alla prima, si dorme fuori, in automobile. I più coraggiosi rientrano in casa, sempre all’erta, però. Con un piede dentro ed uno fuori. E’ così, è sempre stato così. C’è una vastissima antologia popolare di racconti di notti trascorse all’addiaccio, nel pungente freddo aquilano, a dormire in automobile, con coperte, cuscini ed i beni di prima necessità.

La terra ballava e gli aquilani stavano all’erta. Chi con più coraggio, chi con meno. Io, ad esempio, nel ricordo di nonne urlanti dalla paura e mamma chioccia che ci chiamava a raccolta per scappare ordinatamente, ero terrorizzata da ogni minimo movimento della terra, a volte anche frutto della mia ipersensibile immaginazione. Ero, in famiglia, famosa per colei che, al primissimo avviso, era già volata fuori di casa. Prima di tutti.

Le scosse in città si susseguivano da mesi. Erano iniziate, deboli e appena percettibili, prima del Natale del 2008. A gennaio del 2009 si avvertivano, distintamente. La cosa stranissima era che di quelle scosse nessuno, all’infuori dell’Aquila, parlava.

Ne parlavo nel mio blog. I miei lettori non aquilani si meravigliavano del fatto che nulla della nostra penosa condizione trapelasse fuori dalle mura cittadine . Addirittura alcuni ponevano in dubbio le mie affermazioni: com’era possibile , se tv e giornali non ne parlavano affatto? E coloro che si meravigliavano non erano solo lettori lontani dalla mia terra, ma persino abruzzesi di altre provincie.

Ma le scosse c’erano, e snervanti. Tante. Si scappava, si rientrava, si scappava di nuovo. Si cercavano informazioni, non c’erano.

Fino a quel lunedì 30 marzo 2009, ore 15, 30. Una scossa forte, molto in superficie: magnitudo 4, due km di profondità, alla quale seguirono altre undici scosse, nell’arco di meno di 24 ore, oscillanti fra una magnitudo minima di 2.4, ad una massima di 3.3.

Dormii fuori casa, quella notte. E come me molti altri. Raggiunsi il piazzale della Basilica di Collemaggio, come avevo sempre fatto, e aspettai le luci dell’alba quando, rientrando timorosa in casa, constatai delle lesioni nelle volte di alcune stanze.

Seppi anche, però, che la sera precedente si era riunita a L’Aquila la Commissione Grandi Rischi.

Fui sollevata dalla notizia, poiché mi parve che, finalmente, si stessero occupando di noi. Dopo oltre quattro mesi.

Rimbalzavano sui media locali le affermazioni di Bernardo De Bernardinis, all’epoca vice capo del settore tecnico della Protezione Civile:

“E’ una fenomenologia normale che ci si aspetta in questo tipo di territorio”. Spiegava. “Dal punto di vista della Protezione civile ci deve insegnare a convivere con questo territorio. Mantenere uno stato di attenzione senza avere uno stato d’ansia.”

Nulla di nuovo, pensai. Nulla di nuovo ci dicono, che già non sappiamo.

Ma continuò, De Bernardinis, asserendo :

“Non c’è un pericolo… io l’ho detto al sindaco di Sulmona. La comunità scientifica continua a confermare che la situazione è favorevole, perché c’è uno scarico di energia continuo. Eventi intensi, non intensissimi. Credo che siamo pronti a fronteggiare la situazione”.

A conclusione, quella frase che è diventata tristemente famosa, per noi aquilani, quella frase che io accolsi con sollievo, quella frase che mi fece tornare a dormire, quasi tranquilla. Sollecitato dall’intervistatore”Intanto ci beviamo un bicchiere di vino di Ofena” il dottor De Bernardinis rispose: “ assolutamente, un Montepulciano doc, mi sembra importante”.

Questa fu la comunicazione che passò, dopo mesi di assenza di informazione. Non ci soffermammo, non mi soffermai, a soppesare le parole. Mi bastò la sensazione: gli esperti, dopo una riunione, si erano pronunciati e avevano detto che tutto era sotto controllo, la situazione era favorevole. Mi avevano tranquillizzata al punto di farmi dimenticare tutto quello che, fino a quel giorno, avevo posto in atto per difendermi dal terremoto. La casa non era più vista come una possibile trappola nella quale restare irrimediabilmente ingabbiati, gli spazi aperti, il cielo su di noi, non furono più visti come la possibile salvezza.

Richiesi un sopralluogo dei vigili del Fuoco, per le lesioni in casa: arrivarono frettolosamente, mi dissero che erano cose superficiali, di stare tranquilla. “ L’Aquila trema, ma non cade, lo hanno detto anche gli esperti” mi fu detto. “ L’Aquila trema, ma non cade”, ci ripetevamo.

Seguì una settimana di tregua, senza scosse. Si avvicinavano la domenica delle Palme e la Pasqua. Iniziai a rilassarmi, a pensare al quotidiano, a pensare ai giorni di festa. L’aria tiepida della primavera incipiente aiutava i pensieri positivi. Poi, la domenica delle Palme dell’anno 2009: alle ore 22,50 un forte boato ed una scossa del quarto grado, ricevo la telefonata di mia madre che mi chiede di andare a prenderla per portarla da me, esco, tranquilla, preoccupata più dalle reazioni dell’anziana genitrice che dal terremoto. Sta scaricando, pensavo, niente panico. Al ritorno, accendiamo il televisore per avere notizie: il TG1 ci informa che c’è stata una scossa nel forlivese, non menzionando la forte scossa aquilana. Il terremoto si sta allontanando, pensiamo. Aspettiamo un po’, cercando di rilassarci. Intorno alla mezzanotte arriva un’altra scossa, meno intensa. Restiamo in casa. NON valutiamo minimamente l’eventualità di trascorrere la notte fuori di casa. NON PENSIAMO DI PASSARE LA NOTTE FUORI DI CASA. Non pensiamo assolutamente di fare ciò che avevamo sempre fatto, prima di allora, sin da quando eravamo bambini. Ciò che l’ esperienza dei nostri antenati ci aveva insegnato. Io non volo fuori di casa, come sempre. Resto sul divano. Sta scaricando, continuo a dirmi. Andiamo a letto e ci addormentiamo.

Alle 3 e 32 arriva la scossa tremenda. Quella che ci ha portato via tutto. Tante vite, la nostra città, i nostri borghi, la nostra quotidianità, le nostre esistenze dignitose.

Salviamo le nostre vite, scappando dalla casa che cade a pezzi.

Ammutoliti, esterrefatti, davanti al disastro immediatamente evidente, ci chiediamo perché siamo restati in casa. Perché non abbiamo trascorso la notte lontani dalle pietre antiche del nostro centro storico. Come sempre, ribadisco sempre, io e la mia famiglia abbiamo fatto.

Abbiamo sempre saputo che i terremoti non sono prevedibili, non facciamo parte di quella categoria di persone che diffida della scienza, non corriamo dietro a chi propone ipotesi e tesi non suffragate da riscontri e studi concreti. Ma sapevamo cosa fare in caso di scosse rilevanti e, soprattutto, ripetute. Quella notte, di quel giorno di quattro anni fa, lo abbiamo dimenticato. Ci siamo fidati di ciò che l’informazione ci aveva veicolato. Ci siamo fidati degli esperti, per il semplice motivo che sono esperti. Ci siamo fidati perché ci volevamo fidare, non mettendo in dubbio ciò che affermava un team di scienziati. A loro, alle loro valutazioni, ci siamo affidati.

“Grazie per queste vostre affermazioni che mi permettono di andare a rassicurare la popolazione attraverso i media che incontreremo in conferenza stampa”, diceva Daniela Stati, assessore regionale alla Protezione civile, al termine della riunione della settimana precedente, rivolta ai membri della Commissione Grandi Rischi.

Ma questo lo abbiamo saputo dopo, molto tempo dopo. Così come, molto dopo, abbiamo ascoltato le intercettazioni telefoniche fra la stessa Stati e Guido Bertolaso , allora capo indiscusso della protezione Civile.

A suggello di una lunga telefonata, Bertolaso dice, parlando dei luminari del terremoto, come egli stesso li definisce: “Li faccio venire all’Aquila o da te o in prefettura, decidete voi, a me non frega niente, di modo che è più un’operazione mediatica, hai capito? Così loro, che sono i massimi esperti di terremoti diranno: è una situazione normale, sono fenomeni che si verificano, meglio che ci siano 100 scosse di 4 scala Richter piuttosto che il silenzio perché 100 scosse servono a liberare energia e non ci sarà mai la scossa, quella che fa male. Parla con De Bernardinis e decidete dove fare questa riunione domani, che non è perché siamo spaventati e preoccupati, ma è perché vogliamo tranquillizzare la gente. E invece di parlare io e te, facciamo parlare i massimi scienziati nel campo della sismologia”.

Veniamo a conoscenza di tutto questo molto dopo. Quella notte, smarriti, sconvolti, sapevamo solo che eravamo restati in casa e non riuscivamo a capire perché. Quella notte 308 persone , rimaste in casa come noi, sono morte. Capimmo, dopo, che la scienza si era assoggettata al volere di Bertolaso.

Improvvisamente, dopo la scossa esiziale, la grande assente dalla scena aquilana del pre sisma si materializza in tutta la sua schiacciante macchina da guerra: arriva la Protezione Civile.

Non già quella che informa il cittadino dei pericoli del suo territorio, dell’assoluta necessità di rendere le proprie abitazioni il più possibile sicure, rispetto al rischio sismico. Non quella che insegna al cittadino cosa fare in caso di calamità naturale, non quella che avrebbe dovuto allestire aree di raccolta attrezzate, vista la condizione che si viveva da mesi, non quella che avrebbe dovuto inviare personale qualificato in ,rima della tragedia che, invece, quella notte vedeva solo pochissime unità in servizio.

Arriva la protezione Civile che opera in stato di emergenza, a disastro avvenuto.

La protezione Civile che, con lo Stato di Emergenza, agisce in deroga a tutte le leggi dello stato italiano. La protezione civile che soffoca lo stato di diritto.

In un capoluogo devastato, dove tutte le sedi logistiche e di comando sono andate distrutte, dove gli amministratori locali sono spaesati e terremotati, la Protezione Civile prende in mano la situazione. Prima di tutto, prima di ogni cosa, l’informazione.

Decide che la cosa migliore da fare è quella di togliere di mezzo i cittadini, inutili orpelli sulla scena del disastro. Compaiono, già dalle prime ore del pomeriggio del 6 aprile, i bus navetta che raccolgono i terremotati sconvolti, spaesati, per deportarli negli alberghi della costa abruzzese, lì dove il terremoto non ha fatto sentire la sua potenza devastatrice. Li carica sugli autobus, incitandoli con i megafoni. Dice loro, anche perentoriamente, che non è il caso di restare sulla loro terra, che, altrove, qualcuno si prenderà cura di loro. Nel frattempo, comincia ad allestire i campi tenda, per coloro che decidono di restare. Li prepara in tempi veloci e accoglie i cittadini sfollati, blindandoli. E cosa accade? Accade che i cittadini sulla costa, così come quelli nelle tende, possono assumere informazioni circa quello che accade sulla loro terra, sulla loro pelle, solo attraverso i mezzi di informazione. Accade che gli aquilani vivono la stessa informazione del cittadino di Palermo, o di quello di Aosta. Qualcuno, davvero pochi, compresa la sottoscritta, decide di restare “libero”, allo sbaraglio nel territorio devastato, ma conservando la propria dignità di individuo pensante, capace di determinare la propria esistenza e di operare autonomamente le proprie scelte. Difficile rinunciare alla mano pietosa che ti porge tutto ciò di cui hai bisogno, anche molto più di ciò di cui tu hai bisogno, tu che non hai più nulla, purché tu non faccia domande, purché tu ubbidisca. Purché tu accetti di diventare un numero, agli ordini di chi decide cosa fare di te e della tua terra. Abbiamo conosciuto il potere enorme di Comando e Controllo che la Protezione Civile era nelle possibilità di esercitare, il potere assoluto anche di modificare, nel proprio interesse, l’oggettività dei fatti, attraverso i media.

Qui entra in scena il mio blog, prima di allora strumento di intrattenimento personale, diario della mia vita di “prima”, quella normale. Il mio computer, l’unico che avevo, era rimasto schiacciato sotto la parete crollata del mio studio. I miei amici virtuali, coloro che seguivano il blog, raccolsero una veloce colletta e mi fecero pervenire, a due giorni dal terremoto, un computer con una chiavetta per la connessine internet. Il pacco recava un biglietto, con una sola parola: “ SCRIVI”. E così ho fatto. Ho raccontato di getto tutto quello che accadeva, attraverso i miei occhi e le mie parole ho portato a L’Aquila i miei lettori, divenuti numerosissimi. Attraverso me, chi voleva, aveva una voce da “dentro”, senza mediazioni, senza edulcorazioni.

I giornalisti meritano un discorso a parte. Arrivarono numerosi, fummo contattati, quasi assediati, ci sfinirono. E, quindi, da cittadini tranquilli, come eravamo, abbiamo scoperto la ferocia di chi non vuole ascoltare la verità, la tua verità, ma solo la conferma alle sue idee precostituite. Giornalismo spicciolo, direte, di poco conto e bassissima qualità. Sì, è vero. Ma di giornalismo diverso ne abbiamo visto pochissimo all’Aquila. Pochissimi esempi che possono contarsi sulle dita di una sola mano. E neanche tutte, le dita. Si cercava il racconto straziante della scossa, si cercava la vittima sventurata da commiserare, da buttare in pasto alla morbosità degli utenti. E noi dispersi, vittime del terremoto , quello della terra che impietosa si muove, e quello che ad esso è seguito: la diaspora di un intero popolo che ha segnato irreversibilmente le sorti del nostro territorio. Un popolo disperso che non ha potuto condividere l’elaborazione del lutto e della perdita. Che non ha potuto parlare e confrontarsi, che è rimasto silente ad ascoltare quello che altri dicevano di esso.

Non è vero che non avevamo la lucidità necessaria per urlare ciò che ci era stato fatto. Non è vero. Non abbiamo avuto la possibilità di dirlo. Almeno fino a quando la protezione civile è stata, padrona, sulla nostra terra. Dieci mesi, dieci lunghissimi mesi di occupazione. Per la prima volta nella storia dei terremoti italiani, la P.C. si è stabilita, padrona indiscussa, per un periodo così insopportabilmente lungo sul territorio vittima della catastrofe. Per la prima e ultima volta, ché, almeno, il nostro sacrificio è servito a smascherare un sistema che non potrà più danneggiare alcuno. La protezione civile, in odore di s.p.a. è finita a L’Aquila.

Spesso mi trovo ancora a domandarmi cosa sarebbe stato di noi, se non avessimo avuto la grande opportunità che offre internet. La rete ci ha aiutati, nonostante tutto, a tenerci in contatto, a ritrovarci, ad informare e tenerci informati. A squarciare, in molti casi, il velo che, artatamente, è stato creato sui fatti dell’Aquila, non ultimo quello che è stato l’ennesimo schiaffo, l’ennesima bugia, posta in essere dai media nazionali che, seguendo pedissequamente la tesi espressa dai vertici della Protezione Civile, hanno pervicacemente diffuso un’interpretazione completamente distorta della sentenza e dello stesso processo alla Commissione G.R.. Gli imputati non sono stati condannati per non aver previsto il terremoto, questo gli aquilani lo hanno capito molto bene, sono stati condannati per aver affrontato con estrema leggerezza una situazione allarmante e drammatica, per aver diffuso un’informazione tesa a rassicurare chi non doveva essere rassicurato.

Mi fermo qui, augurandomi che la mia semplice testimonianza abbia aiutato ad aggiungere un tassello a quanto già detto e uno piccolo gspunto di riflessione su quanto ancora si dirà in merito ad una questione tanto sentita e dibattuta.

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One thought on “Anna Pacifica Colasacco: L’Aquila, il racconto oltre la sentenza

  1. Complimenti Anna per questa lucidissima ed esaustiva relazione , in cui hai ricordato ,fin nei minimi particolari, quei giorni da circa metà dicembre 2008 fino alla notte del 6 Aprile 2009, ed illustrato il vergognoso periodo di gestione successiva ! Io sono nato a S.Silvestro e mio padre si vantava di aver organizzato lui la cooperativa Mutilati di Guerra per la costruzione della palazzina di fianco alla chiesa , con criteri antisismici dell’epoca; eppure da bambino ricordo che alla prima scossa mio padre , pur ribadendo il suo vanto delll’antisismicità, ci faceva passare la notte fuori ,nel giardino interno..
    Giustamente si osserva che la condanna non è pèr non aver previsto il sisma (cosa che purtroppo si sente ancora dire ) ,ma di aver sottovalutato e sottostimato il fenomeno di mesi di scosse giornaliere!

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